Marta Telatin | “Io i colori li lancio”

Terzo appuntamento con la voce della scrittrice e poetessa Marta Telatin. La poesia di oggi si intitola “Io i colori li lascio” (Miraggi Edizioni, 2017).

Voce recitante e parole di Marta Telatin.
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Marta Telatin | “Quando gli occhi guardano di più”

POESIE AD ALTA VOCE | La poetessa e scrittrice non vedente Marta Telatin legge ad alta voce la sua poesia: “Quando gli occhi guardano di più” accompagnata dalle note del musicista Valter Tessaris.

"Quando gli occhi guardano di più" è tratta dalla raccolta: È tutta colpa del tiramisù, Marta Telatin (Rapsodia edizioni).
Voce recitante: Marta Telatin
Acoustic Spirit: Valter Tessaris.
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Marta Telatin | “Parlo con i fiori e saranno stupendi”

POESIE AD ALTA VOCE | Oggi lunedì 17 maggio inauguriamo la nostra nuova rubrica: “Poesie ad alta voce”, curata dalla scrittrice e poetessa Marta Telatin. La prima poesia letta ad alta voce si intitola: “Parlo con i fiori e saranno stupendi” tratta da: È tutta colpa del tiramisù, Marta Telatin, Rapsodia edizioni.

Voce recitante: Marta Telatin
Acoustic spirit: Valter Tessaris
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Latte | Resistere all’oblio

“Lattaia” (particolare) di Jan Vermeer (1658-60, Rijksmuseum di Amsterdam)

Tra il 22 e il 25 aprile si celebrano tre ricorrenze importanti: la Giornata internazionale della Terra, il Giorno del ricordo per il genocidio armeno, l’anniversario della Liberazione dell’Italia. In quest’anno strano, di corpi isolati dalla pandemia, manifestare insieme per proteggere il ricordo di quanto è stato e la speranza di quanto vorremmo che fosse, è più difficile. Nell’ascolto, forse, ancora una volta possiamo trovare un nuovo “non-luogo” di incontro. Questo è un testo che scrissi qualche anno fa, su commissione di due artisti francesi, Cecile Proust e Jacques Hoepffner, per la versione italiana del loro spettacolo Ethnoscape. All’epoca ero al nono mese di gravidanza, con un pancione enorme, fasciato sotto il blu elettrico di larghi pantaloni che usai per andare in scena e recitarlo davanti al pubblico. Insieme alla mia bambina, rannicchiata dentro di me, ad ascoltare.

Mia nonna raccontava sempre di quando, quel giorno del ’44, era andata a prendere il latte in viale.

Mia nonna mi raccontava che, per lo spavento, il secchio del latte le era caduto per terra.

Perché all’improvviso tutto l’orrore del mondo si era concentrato lì, davanti a lei, una ragazzina che era solo andata a prendere il latte.

Era mattino presto, saranno state le sette.

Ad ogni albero del viale era appeso un corpo.

Ogni corpo pendeva come un sacco, pesante, sporco, con attorcigliato intorno al collo un filo della luce.

C’era silenzio. Poi mia nonna ha urlato, ha urlato così forte che le è caduto per terra il secchio del latte.

Il latte è caduto tutto fuori, bianco, a fiotti, bagnando tutto intorno, bagnandole le scarpe, bagnandole il vestito.

Per lo spavento, quella mattina, mia nonna aveva versato tutto il latte per terra e la terra era diventata bianca.

Chissà se sono rimasti in silenzio quei trentuno corpi impiccati.

O se hanno urlato, prima di morire.


Il silenzio sui morti ha sempre un peso strano.

C’è il silenzio di chi resta, e quello di chi muore.

E poi, c’è il Silenzio pubblico, il silenzio politico che tace prepotentemente sui morti.

Chissà se sono rimasti in silenzio quei corpi di migranti, prima di affondare, giù, in fondo al Mare.

Chissà se sono rimasti in silenzio i soccorritori, vedendoli affondare.

Silenzio sui morti.

Per pietà e per paura.

Per terrore di finire come loro, impiccati, lasciati a seccare, a puzzare nell’aria ispida d’autunno o ad affondare nell’acqua del mare.

Chissà quanti secchi di latte sono stati versati per terra dalle donne il mattino, dopo la strage di Srebrenica.

Chissà quanti secchi di latte sono stati lasciati cadere per terra, all’improvviso, in Uganda, in Nigeria in Congo, nella fuga disperata delle donne dai guerriglieri.

Chissà se loro, i torturatori, i persecutori, gli assassini sono rimasti in silenzio dopo aver ucciso.

Chissà se hanno pianto, quando sono tornati a casa.

Anna Trevisan

Il testo è stato scritto e rappresentato per lo spettacolo Ethnoscape di Cécile Proust e Jacques Hoepffner (Bassano del Grappa, Palazzo Bonaguro, luglio 2015) e si ispira ai fatti del 26 settembre 1944 occorsi a Bassano del Grappa lungo quello che oggi si chiama Viale dei Martiri.

Blue -First Sense – Choruses | I festival della Biennale DMT 2021

Golconda, René Magritte (1953)

La presentazione in conferenza stampa dei programmi di Danza Musica e Teatro della Biennale di Venezia 2021

14 aprile 2021 | C’è qualcosa di nuovo e diverso in questa conferenza stampa senza spettatori, condotta in maniera congiunta dai tre direttori dei settori Danza Musica e Teatro della Biennale di Venezia, in diretta streaming dalla sede fisica di Ca’ Giustinian, a Venezia. È scomparso il lato frizzante e superfluo della comunicazione. Sono sparite quell’aura mondana e radical chic dell’attesa tra i presenti in sala, quel vociare prima dell’inizio, i bisbigli e i convenevoli tra i convitati, le frasi stucchevoli. È il regno dell’assenza, della sottrazione, dell’essenziale. Le parole sono ponderate e chiare, scelte con cura, con parsimonia, con attenzione. È il momento dell’ascolto per tutti noi, pubblico invisibile e virtuale, novelli acusmatici senza diritto di replica.

Ad inaugurare la conferenza stampa il presidente della Biennale di Venezia Roberto Cicutto, che introduce rapidamente i direttori di settore. I primi a prendere la parola sono Stefano Ricci e Gianni Forte, direttori della Biennale Teatro (Blue, 2-11 luglio 2021) seguiti dal direttore del settore Danza Wayne McGregor (First Sense, 23 luglio-1 agosto 2021) e dalla direttrice del settore Musica Lucia Ronchetti (Choruses, 17-26 settembre 2021). Qui di seguito riportiamo la prima parte della conferenza stampa.

Blu | Il colore dell’inatteso | Stefano Ricci

“Il cielo è blu perché tu vuoi conoscere perché il cielo è blu”. Apre così Stefano Ricci, citando con trattenuta emozione una frase tratta da I vagabondi del Dharma, di Jack Kerouac. E nel blu Ricci cattura tutto il disorientante lungo presente che tutti noi stiamo forzosamente vivendo: i dodici mesi di blocco totale, di sospensione del quotidiano, la chiusura dei teatri. Blu secondo Ricci è il colore dell’inatteso, che ci mette di fronte due strade: accettarlo passivamente oppure “trasformarlo in una sfida, sviluppando la propria intraprendenza […] per reagire e riprendere ad edificare quella che è l’architettura di un teatro possibile”.

“Il nostro percorso disegnato per questi quattro anni alla direzione del settore teatro della Biennale di Venezia” – prosegue Ricci – è improntato su una scelta di colori. Colori. Perché il pigmento è un qualcosa che sfugge ad ogni possibilità di categorizzazione […] come il teatro [che], in qualche modo, è qualcosa che non ha bisogno di perimetri. Blu come la volta celeste che ci unisce tutti. “Blu sarà il colore di quest’anno, sarà il disegno che proveremo ad esprimere per raccontare questa volontà di ripresa e di rinascita ma anche per raccontare il blu di domani, con Biennale College […] del quale mai come quest’anno abbiamo bisogno per dare fiducia ai giovani, per dar loro la possibilità di disegnare nuove linee”. Nuove linee che verranno tracciate attraverso le attività di scouting: il bando di regia; il bando autori e , novità di quest’anno, il bando per site-specific.

“Perché proprio in un periodo i cui l’edificio del teatro è diventato un luogo che provoca timore, abbiamo bisogno di riportare il teatro alla gente, nei campielli, nelle piazze e far ascoltare comprendere alle persone che il teatro non è solo intrattenimento ma anche un momento di condivisione e di presa di coscienza. Il teatro ha bisogno del pubblico ma allo stesso modo il pubblico, il nostro Paese ha bisogno del teatro per continuare a credere che questo rito sia necessario” – conclude Ricci prima di passare la parola a Gianni Forte.

Blu | Una magnetica melodia universale | Gianni Forte

“Questa nostra edizione del festival per i motivi che tutti noi conosciamo sarà una sorta di concentrato vitaminico, energizzante, nutriente soprattutto per l’anima, ma anche per la vista, per non smentire quella fama di guastatori non allineati che da sempre ci precede. Un concentrato composto da undici spettacoli, undici pepite che come cercatori d’oro abbiamo cercato […]” – esordisce Forte.

“Tutti questi spettacoli insieme ai tre bandi college, a forum ed incontri con alcuni degli artisti presenti al festival, due tavole rotonde, otto masterclass coadiuvati da ensemble di studiosi, giornalisti, maître d’eccellenza contribuiranno a creare una sorta di magnetica melodia universale che ci accompagnerà per scoprire i lati oscuri, la crudezza ma anche la dolcezza di quest’esistenza”.

“Ciascuno di questi spettacoli […] contribuirà a prenderci per mano per farci attraversare questa selva oscura di dantesca memoria e per farci avere così una sorta di interpretazione interpretare l’oggi, il presente. Ciascuno spettacolo avrà un suo sguardo, un suo flash che permetterà di impressionare la lastra del tempo che stiamo vivendo e perché no, profeticamente, magari anche di quello che verrà. E tutti insieme, come prendendoci per mano, attraverseremo questo periodo buio” – prosegue Forte che sceglie di concludere il suo intervento con un breve ma accorato appello alle istituzioni italiane: “Basta. Per favore, fateci ritornare a casa, nei nostri teatri, nei nostri spazi di cultura”.

Poi, con altrettanta compostezza, elenca in ordine cronologico i nomi degli spettacoli e degli artisti che animeranno questa edizione del festival: We are Leaving di Krzysztof Warlikowski, Leone d’Oro alla carriera; Uno sguardo estraneo (ovvero come la felicità è diventata una pretesa assurda) con la regia di Paolo Costantini, vincitore del bando registi under 30, tratto da un testo di Herta Mueller; Nel lago del cor di Danio Manfredini; OHT, Un teatro è un teatro è un teatro è un teatro; In exitu di Roberto Latini tratto da un testo di Giovanni Testori; Hard to be a god di Kornél Mundruczó; L’altro Stato di Lenz Fondazione, tratto da un testo di Calderon de La Barca; Qui a tue mon per di Thomas Ostermeier; The Mountain di Agrupación Señor Serrano; The Book of Traps & Lessons di Kae Tempest; Sunday, la coreografa ungherese Adrienn Hód.

Noi aspettiamo con tenace ardore di ascoltare dal vivo Kae Tempest, insignita/o del Leone d’argento 2021 e presentata/o da Forte come “una delle voci più emblematiche più innovative più sincere della spoken-poetry degli ultimi anni […]” e come un artista che “è riuscita/o a mescolare ritmi e rime dal sapore shakespeariano con l’hip hop, che è riuscita/o ad entrare nei nostri cuori, facendoci riflettere una dolorosa e personale intimità”.

Anna Trevisan

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Il piacere del buio | Marta Telatin e D’AltroCanto

“Il suono (cioè il silenzio e le sue diverse modulazioni, così come i rumori che ne spezzano la trama) non si rivolge solo all’orecchio; impregna il corpo intero. […] Così il suono crea il suo ambiente, lo organizza, gli dà forma. Ne cambia la struttura dinamica molecolare imponendo a quest’ultima una danza su variazioni sonore. È evidente che l’aria non è la stessa se rimane silenziosa o se si anima per effetto delle vibrazioni acustiche”.

Alfred Tomatis, Ascoltare l’universo. Dal Big Bang a Mozart

Il buio ci attende, dietro alla porta chiusa di una delle stanze del Centro Universitario. Nell’androne dove aspettiamo di entrare, c’è via vai continuo di biciclette, libri, studenti, risate e le aule studio brillano di luci al neon. Il buio, questo sconosciuto, che compare quando caliamo le palpebre e ci addormentiamo, che ci accompagna nel sonno, che ci conduce nel sogno. Il buio: apertura segreta su mondi possibili, nostro amato e temuto sodale.

Quando lo spettacolo sta per avere inizio, al pubblico viene chiesto di mettersi in fila indiana e di lasciarsi condurre nel buio della sala, guidati dal nostro ignoto vicino. Tra ilarità e disagio, ci infiliamo nel buco nero della stanza, dove progressivamente ci abituiamo al buio.

Non conosciamo lo spazio dove ci viene chiesto di sederci. Ascoltiamo docili le raccomandazioni snocciolate dalla voce aperta e chiara della poetessa e scrittrice non vedente Marta Telatin. Il suono delle sue parole abita il buio con naturalezza e si muove ondivago nello spazio raggiungendoci come una carezza.

Scoppia un silenzio innaturale zuppo di attesa e di agitazione. Sono probabilmente in pochi ad essere abituati a sostare nel buio in stato di veglia e per un tempo prolungato. Lo spettacolo, ci avvisano, durerà quaranta minuti. Una persona dal pubblico si alza nervosa e abbandona la sala. La paura del buio lo insegue e se ne esce dietro di lui, come un’ombra. Noi rimaniamo seduti, completamente liberi e disponibili a partire finalmente per questo eccentrico viaggio.

Come una danza arriva il suono di due voci femminili che non conosco. Altre istruzioni e poi il tintinnio ovattato di un diapason accorda i nostri corpi ai loro, le loro voci alle nostre orecchie. Siamo pronti per ascoltare.

Incredibile sentir arrivare come un’onda il canto a due di queste strepitose voci femminili. Sono voci argentine, fresche, che zampillano e sgorgano come acqua di fonte. Ci irrorano gli occhi, lasciandoli stupefatti. Le vediamo ballare, gonfiare le lunghe sottane all’aria aperta e piena di sole, stendere i panni colorati ad asciugare la vento, danzare in mezzo all’erba del prato, rincorrersi e giocare. Le ascoltiamo raccontare d’amori dolenti e di ninne nanne antiche, in lingue e dialetti sconosciuti, che riverberano nella stanza come pepite d’oro, come gemme preziose incastonate in un buio che improvvisamente dilegua per svaporare in un vuoto senza paura. Percepiamo i corpi delle due cantanti, che respirano e si muovono nello spazio sprigionando il loro canto.

La voce adamantina di Marta Telatin dilata il buio, lo libera, lo scuce con le sue parole limpide, senza eco. Parole poetiche, inanellate senza orpelli, regalate all’universo senza scopo di lucro, regalate al mondo intero, radianti e rapide, forti e chiare, libere e felici. Sono parole di luce, di gioia, ambrate, perlacee, smeraldine. Senza magniloquenza, essenziali e colme di esperita sapienza. Nude ci ancorano a terra e ci lanciano in cielo. Sono parole che conosciamo, perché le abbiamo lette nei suoi libri. Ma, qui al buio, ne sentiamo in modo nuovo il significato, ne percepiamo la musica e la melodia senza spazio e senza tempo: Forse per la prima volta, le ascoltiamo con l’intensità e la cura che meritano, lasciandole sorvolare lievi le nostre abitudini estetiche, lasciandole entrare e fare breccia tra i nostri pregiudizi scolastici e le nostre piccinerie accademiche, lasciandole seminare il nuovo, che ci destabilizza con vertiginosa leggerezza, sollevandoci in alto, in un cosmico volo infinito.

Le parole di Marta, pronunciate con una morbida e tagliente naturalezza, diventano oasi e cuscini dove appoggiarsi, immaginifici ponti da attraversare, occhiali per vedere, finalmente, lo sconfinato universo.

Scopriamo che sperimentare il buio in stato di veglia è come sperimentare il vuoto, vederlo, abitarlo. Scopriamo che il buio è il vuoto. Un vuoto orientale, non sottrattivo, non spaventoso. Una zona di rarefazione dell’ego, rigenerante e rigenerata in nuove dimensioni e forme. Scopriamo il potere attivante del buio, il suo saper fare spazio per farci entrare. Scopriamo nel buio un esaltatore di sapidità dell’udito, della vista e dell’immaginazione. Scopriamo che il suono ha un potere rigenerante e che converge sorprendentemente con le qualità del buio, con il suo essere assenza di luce eppure sua manifestazione.

Grazie alle voci meravigliose di Elida Bellon e Giulia Prete, che hanno tessuto racconti in canto, accompagnandoci ai confini del tempo e alla voce chiara, potente e necessaria di Marta Telatin, che con la sua poesia ci consegna la chiave segreta per abitare insieme a lei il buio, mostrandoci gli sconfinati confini dell’universo.

Anna Trevisan

Domenica 16 Febbraio 2010
Ore 18.00, Centro Universitario di via Zabarella, Padova
Chiaro di voci. Canti e parole al buio
Concerto di canti di tradizione popolare del mondo
A cura di Duo D’AltroCanto
Letture poetiche di e con Marta Telatin

La Biennale Cinema | Diario del Mostro Marino

FINALE DI STAGIONE

Lido di Venezia | Domenica 13 settembre 2020

Le lande periferiche, le waste land che hanno inghiottito civiltà millenarie, cittadine fantasma o solo stagioni balneari, sono stati i luoghi di numerose pellicole. Il prototipo è L’ultimo spettacolo di Bogdanovich, ma altri film vengono alla mente, Sonatine di Kitano, molte sequenze di Wenders, La ballata di Stroszek di Herzog… In queste lande, di tanto in tanto, appare un improbabile eroe, un puro folle (o un puro idiota), un Don Chisciotte, un Sigfrido o un Parsifal, che sfidano la desolazione dei luoghi. È il caso del film kazako Gatto giallo, dove il protagonista, che ha conosciuto solo frammenti di film nell’orfanotrofio dove è cresciuto, vuole costruire, come Fitzcarraldo con il suo teatro, un cinema in mezzo al nulla. La messa in scena appare debitrice del citato film di Kitano. Quello che sembra un idiota rivela più fantasia e inventiva, anche criminale, dei gretti abitanti della steppa. Ben girato, buon ritmo, nel finale un elicottero nella steppa rimanda all’Elettra di Jancsò.

Ritorna il tema del lutto non risolto in Nomadland, ma anche quello delle periferie della civiltà e dell’esistenza. Perfetto prodotto della cinematografia americana, che si muove fra crudo realismo e aperto sentimentalismo, grande prova attoriale di Frances McDormand.

Il film ci introduce alla vita dei vagabondi americani in camper, che si spostano di stato in stato cogliendo lavori temporanei nei centri logistici di Amazon, nei campeggi estivi, nella raccolta delle barbabietole. Vagabondi che non si considerano homeless ma houseless, vagabondi con assicurazione sanitaria, il cui focolare è il furgone, la cui marginalità e nomadismo sono dovuti, più che a ragioni economiche, al tentativo di allontanarsi da luoghi e memorie carichi di dolore. Il lutto della protagonista va oltre la morte del marito, è la scomparsa di un’intera città che viveva per una fabbrica di cartongesso che ha chiuso. La protagonista è in fuga non dal dolore ma dal suo superamento, che significherebbe dimenticare per sempre chi ha perso. Potrebbe essere accolta in una camera con un comodo letto, preferisce andare a dormire nell’angusto furgone parcheggiato in giardino.

Genus Pan di Lav Diaz ha tutte le caratteristiche per soddisfare i perversi gusti cinematografici del Mostro. Film fluviale, nel quale i tempi lenti della rappresentazione mimano quelli che tre uomini vivono in una selva oscura evocatrice di istinti irrefrenabili e memorie dolorose. Bianco e nero di incredibile bellezza, ogni scena girata da un’inquadratura fissa, senza movimenti di macchina, senza primi piani, sviluppando tuttavia una sintassi cinematografica che mai sfocia nel teatrale. Eisenstein, che detestava la commistione fra teatro e cinema, nelle Lezioni di regia, propone come esercizio la realizzazione di una scena con camera fissa, l’uccisione dell’usuraia in Delitto e castigo, da Dostoyevsky.

Tutto il film di Diaz è un susseguirsi di delitti senza castighi e, nel finale, di sacrifici di innocenti. È la stessa tematica di Nuevo orden, anche se sviluppata secondo una logica estetica diametralmente opposta: la violenza epidemica e mimetica che, in condizioni di annullamento della trascendenza giudiziaria, avvolge tutti. René Girard, ne La violenza e il sacro, propone  il rituale del sacrificio dell’innocente, del capro espiatorio, come originario e universale dispositivo simbolico posto ad argine alla violenza generalizzata, a questa essenza animale inscritta nel nostro patrimonio genetico. Suggerisce tuttavia il superamento della logica del capro espiatorio da parte di due sistemi simbolici storicamente più recenti, la nascita delle regole giuridiche e la dottrina cristiana, nella quale la divinità offre se stessa quale vittima sacrificale e salva la vittima innocente dal sacrificio. I tre protagonisti attraversano la selva nei giorni che precedono la Quaresima, violano il precetto di non mangiare carne il Mercoledì delle Ceneri e, nel finale, gli ultimi, insensati e ingiusti omicidi avvengono il Venerdì Santo, mentre si svolge una processione segnata da stazioni di preghiera per ognuno dei Comandamenti della Legge.

Il Mostro saluta i suoi affezionati lettori e si immerge. Di questa anomala Mostra del Cinema rimpiange l’assenza delle retrospettive che gli consentivano di godere dei capolavori del passato, possibilmente in bianco e nero. Rimpiange i film scoperti per caso, magari perché c’era poca fila all’ingresso, le discussioni con sconosciuti durante le file. Poi, per sua forma mentis, detesta prenotazioni e password. Comunque, come ha detto il suo amico Marcello, per noi di bassa statura il distanziamento è una manna. Riflettere per iscritto sui film che ha visto, sostiene il Mostro, è un esercizio prezioso di lubrificazione dei tentacoli e delle meningi. Tornerà quindi a proporvi ancora le sue riflessioni. Al prossimo anno. Spluf. Glub.

Il Mostro Marino alias S.M.

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La Biennale Cinema | Diario del Mostro Marino

Lido di Venezia | mercoledì 09 e giovedì 10 settembre 2020

Come sanno girare bene i giapponesi! Da una sceneggiatura non eccelsa, e a tratti poco credibile, il film Wife of a spy realizza un opera accettabile. Le inquadrature sono ampie e ben costruite, il punto di vista è quello di un osservatore umano, senza inutili dolly a volo d’uccello, nessuna steadicam, rari primi piani. Molta attenzione alla composizione delle immagini, al colore, al ritmo narrativo, il film si rifà al cinema giapponese classico, Mitzoguchi, citato nei dialoghi, e Ozu. Come abbiamo detto, la storia è discutibile ma ricorda quelle melodrammatiche del teatro kabuki. Manca lo spettro, ingrediente  molto adoperato nel teatro popolare giapponese. Qui è sostituito dalle fantasmatiche ombre di un filmino amatoriale a passo ridotto.

La realizzazione de Le sorelle Macaluso, invece, spreca la  grande qualità della scrittura di Emma Dante. Il Mostro è un devoto ammiratore della regista e drammaturga palermitana, della potenza delle sue messe in scena, del rigore minimale delle scenografie, della bellezza dei testi. Nella pellicola presentata alla Mostra ritroviamo, invece, tanti difetti dilaganti nella produzione cinematografica nazionale. Inutili movimenti di macchina, inutili primi piani, indifferenza alla composizione delle inquadrature, fotografia tirata via, “sporca” per nessuna esigenza narrativa. L’impressione è che il marchio produttivo RaiCinema pesi come una maledizione su buona parte del cinema italiano. Anche in questa opera un lutto non risolto è il baricentro della narrazione e il preludio a lutti successivi. La Dante ha voluto discostarsi dall’opera teatrale, che si sviluppava lungo il flusso dei ricordi, e adotta una precisa organizzazione della storia in tre tempi. Il tempo delle ragazze e della gita al mare, il tempo dell’infelice maturità e delle luttuose memorie, il tempo della casa vuota. Al Mostro ha ricordato “Gita al faro” di Virginia Woolf.

Il film Nowhere special di Uberto Pasolini è un altro esempio di rigore stilistico. Immagini essenziali e prive di fronzoli, debitrici della lezione di Ken Loach, per una storia dolente ma non commovente. Il regista ha abbandonato la delicata espressione delle emozioni che, di tanto in tanto, si affacciava in “Still life”. Qui il sentimento prevalente è lo smarrimento davanti all’abbandono, vissuto dal padre e avvertito da un figlio già privato, alla nascita, di una sicura fonte di attaccamento. È anche una ricognizione del frequente tentativo di coppie che si sentono incomplete di risolvere la loro percezione del nulla e dell’insensato generando o adottando un bambino. È quello che, del resto, era avvenuto al protagonista. I due protagonisti potranno sembrare poco espressivi, la loro performance monotona e monocorde, siamo invece alla rappresentazione della riduzione della gamma delle emozioni che la consapevolezza della fine impone.

Si uccide o si è uccisi, si uccide il nemico ma anche la vittima del nemico che potrebbe svelare le nostre debolezze, si uccidono gli innocenti per cautelarsi. È il tema di Nuevo orden del regista messicano Mchel Franco. È opportuno, a questo punto, citare un passo da “La violenza e il sacro” di Renè Girard. “In un mondo privo di trascendenza giudiziaria e in preda alla violenza, ciascuno ha ragione di temere il peggio; si cancella ogni differenza tra la “proiezione paranoica” e la valutazione freddamente obbiettiva della situazione”. Può sembrare eccessiva questa storia distopica, ambientata nel Messico odierno, in cui si immagina che la violenza colpisca prima il sottile strato sociale dei ricchi per poi diffondersi nell’intero corpo sociale e trovare solo nel sacrificio, assieme, degli innocenti e dei perpetratori, un possibile argine. Ricordiamo che in Messico le truppe meglio addestrate e meglio armate dell’esercito hanno costituito nuovi cartelli narcos e proprie milizie private, in grado di controllare regioni intere della nazione, completamente  aldilà della “trascendenza giuridica”. Film nel quale la violenza efferata, la crudeltà, la corruzione, l’inganno e l’indifferenza per le vittime scorrono dall’inizio alla fine. Forse un film attuale, che parlando di un Messico in crisi allude a tutti gli “stati falliti” presenti oggi sulle carte geografiche, ma difficile da sopportare. Dura meno di un’ora e mezza che sembra un’eternità.

Il Mostro Marino alias S.M.

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La Biennale Cinema | Diario del Mostro Marino

Cari compagni!

Lido Di Venezia | Lunedì 7 e martedì 8 settembre 2020

Inizia come una commedia, cresce come un dramma, poi una tragedia, si conclude come un film di Frank Capra. Si comprende allora, in Cari compagni! l’uso del bianco e nero, la fotografia del ricordo e del rimosso che torna, come in Roma di Cuaron. Il film di Končaloskij, nel suo attraversare diversi dispositivi narrativi, ripercorre la vita professionale del regista, oscillante fra Russia e Stati Uniti. Nel corso degli anni il regista è passato da un film del 1966 -tipico del disgelo krushoviano e tutto girato in un kolchoz (“Storia di Asja che amò senza sposarsi”) – a film hollywoodiani di qualità più o meno buona (“Maria’s lovers” , “Tango e Cash”, “A trenta secondi dalla fine”, quest’ultimo da un soggetto di Kurosawa), per giungere a girare negli ultimi anni due opere di grande bellezza e impatto emotivo, “Le notti del postino” e “Paradise”, ambedue viste a Venezia.

Cari compagni! implicitamente affronta anche la vicenda familiare del regista e del fratello, il pluripremiato cineasta Nikita Mikhalkov. Sono appartenuti per nascita alla ristretta élite culturale sovietica che, compromessa con il regime, in cambio, otteneva per i suoi membri rilevanti libertà espressive e di movimento. Il padre scrisse i versi dell’inno dell’URSS (abbandonati dopo l’ ’89 conservando la musica) che, per qualche secondo, si ode alle televisione nel corso del film. Probabilmente la famiglia Mikhalkov frequentava Solokov, il cantore della guerra civile nella regione del Don e premio Nobel nel 1965, irriso nel film quale bugiardo di regime. Sulla regione del Don, come una maledizione, riecheggiano i ricordi della guerra civile, dei massacri di cosacchi e kulaki. Nel 1962 tanti rimpiangono Stalin che, con deportazioni ed esecuzioni, pacificò la regione. Nel giugno del 1962, nonostante “il disgelo” seguito al XX congresso del PCUS, lo sciopero degli operai di una importante fabbrica fu represso nel sangue, ne fu cancellata la notizia e la memoria, e il fatto è riemerso dagli archivi solo negli anni 90.

La cancellazione della memoria è la materia del film. “Come possono scioperare contro lo stato socialista?” “Non capisco.” “Perché lo fanno?”. Nell’illusione di possedere un metodo scientifico e infallibile di interpretazione dei fatti sociali, i funzionari di partito si pongono questi interrogativi, con effetti prima comici, poi tragici. Semplicemente la Storia non segue lo storicismo e gli eventi, i desideri e le aspirazioni ignorano le direttive di partito. Il piano quinquennale di Krusciov è fallito, così come falliranno i successivi; la produzione alimentare si è contratta, i prezzi salgono, i salari calano. Sta montando la crisi dei missili a Cuba. Il disorientamento e la nostalgia dilagano: “Quando c’era Stalin i prezzi calavano di anno in anno”. Fedele alla linea, contro gli affetti, contro l’evidenza dei fatti, la protagonista si schiera per la dura repressione degli scioperanti “alcolizzati, ex-galeotti”, inconcepibile anomalia di lavoratori che scioperano contro lo stato dei lavoratori. Pagherà un caro prezzo per la sua posizione e per la conoscenza della verità.

Un’opera perfettamente realizzata che trova nella recitazione della protagonista il suggello della perfezione. Sapete, al Mostro il bianco e nero fa questi effetti.

Il vortice della cultura popolare americana – sport, musica, religione, politica – che fa di essa l’anima del nostro tempo. E  uno dei venti che lo alimentano, la questione razziale, fonte  di drammi e creazioni artistiche, violenze e filosofie. Dopo il 1961 di The Duke e il 1962 di Cari compagni!, con One night in Miami siamo nel 1964, la sera della vittoria del titolo dei massimi di Mohamed Alì e del suo annuncio dell’abbandono del nome di Cassius Clay con la conversione all’Islam. Pare che il cinema, oggi, guardi ai primi anni “60, probabilmente un giro di boa importante nella storia della nostra civiltà. Quattro protagonisti della cultura afroamericana si incontrarono in un motel dopo l’incontro di boxe nel febbraio del 1964: Mohamed Alì, Malcom X, il cantante, discografico e milionario Sam Cooke, il super campione di football e poi attore Jim Brown. Entro la fine dell’anno Malcom X e Cooke moriranno di morte violenta. Una drammaturgia di grande mestiere, didascalica in maniera sopportabile, evoca in questo dramma da camera gli dei e le icone nascenti di quel periodo: i Beatles, Bob Dylan, i Rolling Stones, la Rolleiflex binoculare, l’Islam e l’FBI. In questo scenario prendono corpo le contraddittorie aspirazioni economiche, religiose e di affermazione personale degli afroamericani, in un periodo di incredibili, esplicite, discriminazioni razziali. Ottimo lavoro cinematografico di derivazione teatrale, nella tradizione del teatro da camera riversato su pellicola (“Jimmy Dean, Jimmy Dean” di Altman, “Glengarry Glen Ross” di Foley), buona regia e buoni attori.

Il Mostro preferisce tacere sul film polacco Never gonna snow again. Scombiccherato impasto new age di atmosfere scopiazzate da Kieslowsky o Tarkovskij, mal girato, mal fotografato, pessimi  i dialoghi. Come può essere messo nella selezione ufficiale?

Il Mostro Marino alias S.M.

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La Biennale Cinema | Diario del Mostro Marino

Lido di Venezia | Diario di domenica 6 settembre

Addendum. Apprendo oggi che Eleanore Marx tradusse in inglese Madame Bovary. Probabilmente, ricordando la descrizione della lunga e terribile agonia della protagonista del romanzo di Flaubert, Eleanore preferì il cianuro alla stricnina. Il lutto non risolto appare una costante narrativa di quasi tutte le pellicole fin qui viste, dalle più tristi allo spumeggiante The Duke. Fa eccezione Miss Marx, dove funerali e cimiteri abbondano, ma la morte viene materialisticamente e serenamente accettata. Forse qualcosa su cui riflettere.

The world to come, in concorso, narra la vicenda e le aspirazioni di due antesignane di Thelma e Louise che solo sulle pagine di un atlante possono immaginare la loro fuga dalle loro isolate fattorie nel nord dello stato di New York nell’anno di grazia 1856. Ambiente rurale durissimo, ben descritto, un inverno che porta il ghiaccio all’interno della camera da letto, tormente in grado di uccidere uomini e bestiame, case che vanno a fuoco perché una lampada a olio si rovescia. Certo, il coltivatore diretto americano è molto più evoluto dei contemporanei braccianti del sud Italia. Lui e sua moglie sanno leggere, scrivere, far di conto, conoscono la poesia, sfogliano un atlante, leggono e conoscono la Bibbia, spediscono e ricevono lettere. È però credibile che le protagoniste, negli intensi primi piani, mostrino occhi costantemente truccati con ampio uso di rimmel? Se non si è Tarantino, evidentemente, la produzione non consente di mostrare personaggi men che di piacevole aspetto. A parte questa velenosa notazione, il film si lascia vedere, pur senza appassionare o entusiasmare.

Il Mostro Marino alias S.M.

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La Biennale Cinema 2020| Diario del Mostro Marino.

“The Duke” by Roger Michell.

Lido di Venezia | Diario di giovedì 3 settembre 2020

Il film è fuori. Aggirarsi per gli spazi della Mostra significa ritrovarsi in un film, anzi, in una serie di fantascienza post apocalittica, in bilico fra Il racconto dell’ancella e 28 giorni dopo. Distanziati, a volto coperto i cinefili si mettono in fila disciplinatamente, non discutono, non danno consigli, non capitano più per caso ad assistere a proiezioni di opere che mai avrebbero immaginato di vedere… Il red carpet è dietro a dei pannelli che riservano la vista degli interpreti a fotografi e telecamere.

In questa waste land del cinema mondiale il Mostro si aggira sconsolato e vede quel che ha prenotato da casa ieri, per cominciare il film indiano Milestone. Un’opera dalla scrittura ben congegnata, l’elaborazione di un lutto che si intreccia con gli acciacchi dell’età che avanza e la nostalgia per la campagna di chi è andato controvoglia a vivere in città, la durezza delle lotte sindacali che mette in pericolo il posto di lavoro dell’autista esperto ed altre sottotrame che potrebbero avvincere lo spettatore. È anche interessante capire come l’India sia all’origine un paese multietnico e multilingue, dove vivono e lavorano assieme sikh e indù, kashimiri e immigrati dal Sikkim, ognuno con le proprie lingue, i propri culti e regole sociali. Purtroppo questo impianto narrativo di ampio respiro è sviluppato con una desolante piattezza di mezzi espressivi, un ritmo lento che non si accorda con la durezza delle situazioni né ne sottolinea aspetti rilevanti. Fra Loach e Antonioni, la pellicola appare incapace di trovare una sua cifra espressiva originale. Insomma, un tipico film da Orizzonti.

Lido di Venezia | Diario di venerdì 4 e sabato 5 settembre 2020
Vertiginose oscillazioni nella qualità delle pellicole viste in questi due giorni.
La Corea conferma la qualità della scuola di cinema che ha prodotto Parasite. In Night in Paradise di Hoon-jung Park, presentato fuori concorso, ritmo, plot, inquadrature e dialoghi disegnano un tipico gangster movie che procede senza sbavature, essenziale e senza manierismi, neanche quelli di alta fattura di Scorsese, Kitano o Tarantino. La passione per il sangue rimane però elemento caratteristico dei coreani. Qui giunge a vertici invero un po’ morbosi, occupando tutta la parte finale del film. Peccato.
Nella stessa sala, a seguire, due film presentati nell’ambito della Settimana della Critica. Uno è Les aigles de Cartage, un cortometraggio documentario sulla prima vittoria della Tunisia in una finale della Coppa d’Africa e sul ricordo dell’evento che ancora commuove i tunisini. Un esercizio di cinematografia che suscita scarso interesse nel Mostro.
Sempre nella stessa sala, a seguire, The book of vision dell’italo-svizzero Carlo Hintermann. Se c’è una forma espressiva rischiosa da adoperare nel cinema, è l’allegoria. Cinema significa offrire allo sguardo ciò che è celato fra le pieghe del reale, anche del reale posticcio, onirico o fiabesco della messa in scena filmica. L’allegoria è una forma semplificata di espressione simbolica, che si fonda su un sistema rigido di corrispondenze e che non dà spazio al lavoro ermeneutico dello spettatore. Uscito dalla sala egli non chiederà al suo accompagnatore “Secondo te cosa avrà voluto dire…”, semplicemente accetterà o rifiuterà “il messaggio”. Il rischio del didascalismo è elevato e solo pochi autori riescono, non sempre, ad evitarlo. Uno di questi è Terrence Malick, maestro dell’allegoria, mentore di Hinterman e produttore esecutivo di questo film. Il risultato è disastroso. Lamento sul ruolo della tecnica nello snaturamento del rapporto medico-paziente, elegia della interpretazione simbolica dei sogni per predire l’esito delle malattie, ghost story che ripete oggi il destino di pazienti e di un medico del XVII secolo… Una produzione lussuosa e inutilmente raffinata, fotografia che si rifà ai dipinti di Vermeer, danzatori nudi e ricoperti di vernice nera che portano nell’aldilà le anime delle vittime della malvagità umana e del potere. Molto meglio uno qualsiasi dei film di Harry Potter, che almeno si muovono in un universo narrativo coerente, in grado di suscitare emozioni e risonanze più autentiche.

Le pellicole di sabato 5 settembre hanno riservato una deliziosa sorpresa. The Duke ripropone la storia del furto del ritratto del Duca di Wellington di Goya dalla National Gallery di Londra, avvenuta nel 1961 ad opera di un padre e un figlio della working class. L’azione clamorosa è compiuta come protesta contro l’indifferenza della classe politica verso le condizioni di miseria spirituale in cui versano pensionati e proletari. Segue processo nella corte dell’Old Bailey, “il tempio del diritto britannico”. Il film è costruito come una perfetta commedia, con ritmi esatti che ne allietano la visione, una meravigliosa scrittura dei dialoghi densa di ironia e in grado di risvegliare empatia. Splendida è anche la ricostruzione visiva della realtà sociale dell’Inghilterra negli che precedono la swinging London, vista attraverso gli occhi di un uomo di genio, autodidatta, che non ha studiato ma che vorrebbe i suoi drammi messi in scena dalla BBC. Una mentalità insulare di un uomo che non vuole piegarsi all’indifferenza del potere, che sfida in ogni atto, anche minimo, in cui si articola la sua microfisica. Jim Broadbent e Helen Mirren usano al meglio le risorse dell’altissima scuola attoriale britannica. Splendida ed esilarante, poi, la citazione finale del primo film di James Bond, in cui il ritratto del Duca di Wellington ricompare nella fortezza del Dottor No.
Nella stessa sala, a seguire, Padrenostro di Claudio Noce. Il peggio della fiction televisiva italiana. Non è cinema. La camera segue i personaggi a pochi palmi dal loro naso, mostrandoci emozioni espresse nei modi della peggiore scuola attoriale italiana, stereotipati e fasulli. Non v’è relazione significative fra inquadrature e personaggi, i dialoghi sono banali e artefatti, quando l’inquadratura si stacca dai visi vengono proposte ardite e graziose sequenze, come la corsa iniziale della metropolitana, prive di valore narrativo. Il film dovrebbe mostrare l’origine di una condizione di stress post-traumatico ma il risultato è privo di qualsiasi credibilità psichiatrica. Il Mostro confessa che, a metà della proiezione, è fuggito dalla sala.
Infine Miss Marx di Susanna Nicchiarelli, della quale si era visto un paio di anni fa il bel Nico, biopic sugli ultimi anni della cantante dei Velvet Underground. Anche qui la storia di una donna sfortunata e brillante, portatrice di un cognome importante e pesante, che finirà come quella sempliciotta della signora Bovary. Un film in costume che riprende la lezione degli ultimi lavori di Mario Martone, ad esempio la scelta di affiancare a una precisa ricostruzione d’ambiente musiche moderne, versioni elettroniche di musica romantica e pezzi di punk estremo. La narrazione si sviluppa per episodi autonomi, si infila in lungaggini che ne spezzano il ritmo e lo degradano. Insomma, ancora televisione, buona televisione ma non cinema. Materiale per una miniserie per Netflix.

Il Mostro Marino alias S.M.

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