Biennale Cinema 2021 | Zalava e altri ancora

Lido di Venezia, 10 settembre

The Last Duel

“The last duel” di Ridley Scott

Ancora una storia di potere, denaro e sesso in terra di Francia, la Normandia del XIV secolo. Il processo per stupro si tiene a Parigi, le procedure sono però più snelle, il giudizio finale è un Giudizio di Dio, un duello all’ultimo sangue, chi perde muore e, se il cavaliere dell’accusatrice perde, lei va al rogo. Le domande dell’istruttoria sono le stesse ascoltate in Les chooses humaines: “Fu seduzione o violenza? Lei ha goduto?” Un tocco di Rashomon in ambedue le pellicole, qui più pesante e noioso. John Ford era il regista “che sapeva sempre dove mettere la macchina da presa”. In film di ambientazione medievale lo si può dire anche di Bresson che gira Lancillotto e Ginevra.

Ridley Scott, per non sbagliare, la mette dappertutto, sulla sella del cavallo al galoppo, sulla panoramica del campo di battaglia, sugli arti feriti dei contendenti… Fa persino impallare un primo piano dallo schienale di una sedia senza alcuna ragione narrativa. Sontuosa ricostruzione in costume, anzi in armatura, priva di alcun valore estetico. Sembra di assistere a un documentario di History Channel di due ore e mezzo ma lì, almeno, ogni tanto ci sono gli interventi di qualche generale dell’esercito americano, di qualche storico di Harvard o di Alessandro Barbero.

Un autre monde

Un autre monde di Stéphane Brizé

Stéphane Brizé, secondo un diffuso luogo comune, sarebbe il Ken Loach francese. Questo perché tratta nelle sue ultime pellicole di conflitti di classe, di microfisica del potere e delle conseguenze tragiche dei conflitti sugli individui. Il vostro Mostro ha anche sentito un critico di lungo corso affermare che gli ultimi film del regista inglese avrebbero un punto di vista “populista” diverso dall’approccio “profondo” di quello francese. Ritengo, invece, che quello di Loach sia grande cinema, epico e visivamente raffinato, mentre Brizé viene catturato da un vortice di parole, dialoghi e drammatici monologhi davanti allo schermo di un computer, che non giunge alla tensione drammatica di Carnage di Polanski. Merito della pellicola è il mostrare il conflitto e le conseguenze sull’individuo dal punto di vista di un agente del potere economico. Il protagonista si illude di trovare una soluzione razionale ad una guerra decisa da dinamiche finanziarie che “Don’t give a fuck” alla sua visione manageriale, razionale e, in parte, etica. Contano i soldi, il valore delle azioni, i premi di produzione riservati ai colonnelli di una multinazionale più spietata e ottusa di un esercito in guerra. I dialoghi più appassionanti e drammaticamente forti sono quelli che si sviluppano, fra ipocrite cortesie e violente pressioni, nelle riunioni del management della ditta, degni di un episodio de Il Padrino o dei Soprano.

Zalava, di Arsalan Amiri

Zalava di Arsalan Amiri

Infine, uno di quei film terzomondisti che piacciono al Mostro e, forse, solo a lui. Un villaggio miserrimo nel Kurdistan iraniano prima della rivoluzione abitato da nomadi “venuti dall’ovest” (zingari?) divenuti stanziali da un secolo. La credenza nelle possessioni demoniache e il ricorso agli esorcisti dominano la vita sociale del villaggio e vengono a scontrarsi con lo spirito razionale di un ufficiale dell’esercito e di una dottoressa. La dottoressa muore, il film vince un premio alla Mostra [Premio della Settimana Internazionale della Critica, N.d.R.].

Finale

Come d’abitudine il Mostro ha perso tutti i film in concorso che hanno vinto un premio. Ha passato più tempo a guardare lo schermo del telefono che quello delle sale. Deluso e amareggiato saluta i suoi affezionati lettori, non sa se tornerà al Lido. Un saluto dalla “Terra Desolata” di Eliot: “HURRY UP PLEASE ITS TIME” “Good night, ladies, good night, sweet ladies, good night, good night.”

S.M. alias Il Mostro Marino

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Biennale Cinema 2021 | America Latina

Lido di Venezia, venerdì 10 settembre | America Latina | La discesa in soggettiva nella psicosi di un dentista di Latina. L’America è, forse, nel ricalco di un film di Altman dei primi anni ‘70, Images. Non priva di difetti, soprattutto nei dialoghi, l’opera dei fratelli Di Costanzo ha momenti di pregio. La follia dell’individuo si rispecchia nel paesaggio, nella terra desolata che circonda la Capitale. Gli autori riescono a controllare il vizio dell’enfasi sulle allucinazioni visive di tante pellicole dedicate alla rappresentazione della pazzia, incluso il film di Altman, e sfuggono anche alla semplice, americana, descrizione del comportamento operata da Cassavetes in Una moglie (A woman under the influence). Il verde assurdo degli occhi della figlia in una delle prime scene, la frammentazione della continuità temporale dell’esperienza, il pianto di un neonato inesistente che fa sobbalzare sulla sedia lo spettatore nella scena clou danno luogo a una rappresentazione convincente dell’esperienza psicotica.

S.M. alias Il Mostro Marino

La Biennale di Venezia Cinema
Selezione ufficialeVenezia 78 Concorso
AMERICA LATINA
Venezia 78 Concorso
Regia: Fabio D’Innocenzo, Damiano D’Innocenzo
Produzione: The Apartment (Lorenzo Mieli), Vision Distribution, Le Pacte
Durata: 90’
Lingua: Italiano
Paesi: Italia, Francia
Interpreti: Elio Germano, Astrid Casali, Sara Ciocca, Maurizio Lastrico, Carlotta Gamba, Federica Pala, Filippo Dini, Massimo Wertmüller
Sceneggiatura: Damiano e Fabio D’Innocenzo
Fotografia: Paolo Carnera
Montaggio: Walter Fasano
Scenografia: Roberto De Angelis
Costumi: Massimo Cantini Parrini
Musica: Verdena
Suono: Maricetta Lombardo
Effetti visivi: Chromatica
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Biennale Cinema 2021 | Les choses humaines

Lido di Venezia, giovedì 9 settembre | Les choses humaines | Lotta di classe (anzi di ceto), sesso e legal drama nella borghesia parigina. Una storia che ricalca le vicende di Strauss-Kahn, che per una scopata si è giocato la scalata alla presidenza della repubblica, di Hollande, presidente in carica beccato in motorino sotto casa dell’amante… Un caso Grillo all’ombra della Torre Eiffel. Immaginiamo quale scempio filmico sarebbe venuto fuori nelle mani dei produttori di fiction televisive italiane. Sarà per l’assenza nella letteratura d’oltralpe di un Pirandello che rimugini sull’inattingibilità della Verità, sarà per il gusto per l’esattezza di Voltaire e De Sade, il film è un gradevole lavoro sull‘incommensurabilità delle esperienze personali, sul conflitto irrisolvibile fra istinti e sentimenti, fra etica e legge. Opera per il grande pubblico ben girata, ben scritta, dai ritmi narrativi esatti, libera dal pathos artificiale dei prodotti americani.

S.M. alias Il Mostro Marino

La Biennale di Venezia Cinema
LES CHOSES HUMAINES
Regia: Yvan Attal
Produzione: Curiosa Films (Olivier Delbosc), Films Sous Influence (Yvan Attal), Gaumont (Sidonie Dumas), France 2 Cinema
Durata: 138’
Lingua: Francese
Paesi: Francia
Interpreti: Ben Attal, Suzanne Jouannet, Charlotte Gainsbourg, Pierre Arditi, Mathieu Kassovitz, Benjamin Lavernhe, Audrey Dana, Judith Chemla
Sceneggiatura: Yaël Langmann, Yvan Attal
Fotografia: Rémy Chevrin
Montaggio: Albertine Lastera
Scenografia: Samuel Deshors
Costumi: Carine Sarfati
Musica: Mathieu Lamboley
Suono: Pierre André, Thomas Desjonquères, Jean-Paul Hurier
Nota: dal romanzo "Les choses humaines" di Karine Tuil
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Biennale Cinema 2021 | Qui rido io

Lido di Venezia, mercoledì 8 settembre | “Qui rido io” | Continua la ricognizione storica di Mario Martone di momenti significativi della storia di Napoli e dintorni realizzata dai ritratti di protagonisti, a volte poco noti (Renato Caccioppoli), a volte celebri (Giacomo Leopardi), a volte fittizi ma autentiche sintesi di precise temperie storiche (i personaggi cosmopoliti di Capri revolution). Questa volta disegna la nascita di una eccezionale dinastia teatrale, da Eduardo Scarpetta, allievo di Petito, ai De Filippo, origine di una genealogia di teatranti che vede in Martone e nei Servillo i punti di arrivo, prima che il cinema assorbisse gran parte dei loro sforzi. Negli anni ’70, Toni Servillo metteva in scena opere pregevoli di teatro gestuale su musiche punk rock, Martone studiava in palcoscenico le sintassi del cinema con Tango Glaciale.

Poi qualcosa avvenne. Alla radio mi capitò di ascoltare un breve brano del Tartufo di Molière nella regia di Toni Servillo. La recitazione era senz’altro ricalcata sui modi della sceneggiata e fece su di me un effetto potente. Mi precipitai a Modena, dove era in scena, e assistetti a uno degli spettacoli più belli della mia vita. Il primo terzo di Qui rido io sembra più uno spettacolo di Servillo che di Martone, lo stesso scavo archeologico delle sintassi del teatro popolare operato su Molière. Il protagonista è il teatro, più dell’ingombrante personaggio “bigger than life” la cui vicenda occupa il resto del film. La messa in scena è, come al solito, accurata e raffinata ma, in qualche modo, fredda e distaccata. Martone, però, riesce a avvincere con i suoni l’anima partenopea del Mostro. Ricordate l’uso straniante della colonna sonora in Noi credevamo, musica elettronica tedesca a commento delle vicende dei carbonari? Qui l’operazione è del tutto diversa ma altrettanto straniante: una colonna sonora totalmente indipendente dalle vicende narrate, fatta dalle canzoni del periodo aureo della canzone napoletana, scorre parallela alla vicenda, ancora una storia di rivalità fra padri e figli. E, cosa volete, sentire “Voc’ e notte” (cantata da Sergio Bruni?), un brano che per melodia e testo regge il confronto con i Lieder di Schubert, genera nel Mostro partenopeo un’emozione incontenibile, che dà colore e profondità alle memorie di una vita. Affiorano le musiche che ascoltava mio padre, il ragù della domenica, la narrazione dei cineforum organizzati da Renato Caccioppoli… Una Recherche all’ombra del Vesuvio, Posillipo come Combray.

S.M. alias Il Mostro Marino

Biennale di Venezia Cinema
Selezione ufficiale Venezia 78 Concorso
QUI RIDO IO
Venezia 78 Concorso
Regia: Mario Martone
Produzione: Indigo Film (Nicola Giuliano, Francesca Cima, Carlotta Calori), Rai Cinema, Tornasol (Mariela Besuievsky)
Durata: 133’
Lingua: Dialetto napoletano, italiano
Paesi: Italia, Spagna
Interpreti: Toni Servillo, Maria Nazionale, Cristiana Dell'Anna,
Antonia Truppo, Eduardo Scarpetta, Roberto De Francesco,
Lino Musella, Paolo Pierobon, Gianfelice Imparato, Iaia Forte,
Roberto Caccioppoli, Greta Esposito, Nello Mascia, Gigio Morra
Sceneggiatura: Mario Martone, Ippolita di Majo
Fotografia: Renato Berta
Montaggio: Jacopo Quadri
Scenografia: Giancarlo Muselli, Carlo Rescigno
Costumi: Ursula Patzak
Suono: Alessandro Zanon
Effetti visivi: Rodolfo Migliari
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Biennale Cinema 2021 | La Caja

Lido di Venezia, martedì 7 settembre. La caja | Non è necessaria la schizofrenia per delirare. Un fanciullo che è sulla linea d’ombra fra pubertà e infanzia può perdersi assolvendo per la prima volta ad un compito importante, può vivere sia l’esaltazione per le prove di indipendenza ed esercizio della volontà di potenza, sia l’angoscia che la missione comporta.

Nel film il compito è andare a recuperare i resti mortali del padre emersi da una fossa comune al confine fra Messico e Stati Uniti. Il riconoscimento delirante del padre in un uomo visto dal finestrino dell’autobus sarà il prezzo di questo stato di esaltazione e precipiterà il ragazzo nell’inferno dei trafficanti di braccia e delle maquiladoras. Sono queste le fabbriche dislocate nei pressi del confine dove si assemblano merci per il mercato statunitense, dove lo sfruttamento e la precarietà sono estremi e i conflitti sindacali si risolvono per le spicce. Nella zona di Chihuahua migliaia di operaie scompaiono ogni anno, mentre fioriscono le fosse nel deserto. Finirà con la perdita dell’innocenza e la scoperta del senso di colpa, con il tempo ritrovato, infine, nell’abbraccio con una cassetta di alluminio.

La perdita e la ricerca del padre è uno dei topoi universali delle forme narrative, e un tema ricorrente della produzione di Lorenzo Vigas che con una storia sullo stesso tema vinse il Leone d’oro pochi anni fa. Telemaco, Pinocchio, Siddartha, Antoine Doinel, i protagonisti di The card counter, i molti figli non riconosciuti di Eduardo Scarpetta…

È l’Edipo, bellezza. Quello che si impara da un film come questo è che l’aspetto sessuale ha un ruolo quanto mai limitato in queste vicende. Non è l’urgenza dell’accoppiamento e quindi della generazione ad aprire un nuovo, esaltante e orrifico, orizzonte esperienziale. Sulla linea d’ombra il ragazzo scopre la volontà di potenza, la possibilità di essere violento, il senso di colpa. Che dire? Un’opera perfetta, messa in scena e script scarni e rigorosi, nessun cedimento a trucchi visivi o a dialoghi strappalacrime, ritmi narrativi esatti. Come Antoine Doinel sulla spiaggia, Hatzin evade dall’orrore correndo via, ma su una distesa di neve. Un’immagine potente in grado di sconvolgere lo spettatore e degna di rimanere nella storia del cinema.

S.M. alias Il Mostro Marino

Biennale Cinema | Venezia 78 Concorso
LA CAJA
Regia: Lorenzo Vigas
Produzione: Teorema (Lorenzo Vigas, Michel Franco, Jorge Hernández Aldana),
SK Global Entertainment (Michael Hogan), Labodigital (Charles Barthe)
Durata: 92’
Lingua: Spagnolo
Paesi: Messico, Usa
Interpreti: Hernán Mendoza, Hatzín Navarrete, Elián González,
Cristina Zulueta, Dulce Alexa Alfaro, Graciela Beltrán
Sceneggiatura: Lorenzo Vigas
Fotografia: Sergio Armstrong
Montaggio: Isabela Monteiro de Castro, Pablo Barbieri
Scenografia: Daniela Schneider
Costumi: Úrsula Schneider
Suono: Waldir Xavier
Effetti visivi: Diego Vazquez Lozano

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Biennale Cinema 2021 | Illusions Perdues

Lunedì 6 settembre. Illusions Perdues | Anche quest’anno ci siamo beccati il filmazzone in costume. Splendide scenografie, ottima fotografia, ben girato, ben scritto… Alt. Soggetto di tal Honoré de Balzac, proprio lui, il padre della letteratura francese a cui Antoine Doniel erigeva un altarino nella propria camera ne I quattrocento colpi, altarino che prendendo fuoco apriva al protagonista l’orizzonte delle cure psichiatriche. Con una simile architettura narrativa alla base è difficile scrivere una cattiva sceneggiatura. Eppure la minuziosa ricostruzione dell’avventura del protagonista, novello Barry Lindon disposto a rovinarsi per un titolo nobiliare, non ha il ritmo e il respiro necessari ad un’opera cinematografica. Come Truffaut, Xavier Giannoli fa un ampio uso della voce fuori campo che recita ampi brani del romanzo di Balzac, nel quale si affrontano mirabilmente gli aspetti psicologici, sociali, economici della comédie humaine nella Parigi della Restaurazione. Ma Truffaut per lo più trovava le sue storie nei libercoli comprati nelle edicole delle stazioni, storielle meglio adattabili alla sintassi filmica, in grado di tollerare meglio la voce fuori campo, se necessaria. Giannoli finisce per “visconteggiare” e la storia dello spreco del talento al servizio del guadagno e della lotta per lo status sociale diventa via via poco appassionante. Superati gli orrori del Terrore e la dittatura di Bonaparte, la Parigi del primo ottocento vive una fioritura di case editrici, giornali, teatri e prostituzione orientata solo dall’imperativo del guadagno, dove fortune e reputazioni si fanno e si disfanno in attimi. Tutto si compra e si vende, recensioni, applausi e fischi, notizie false, polemiche costruite ad arte, corpi e champagne. Nascono di continuo nuovi giornali, le rotative inventate dagli ingegneri tedeschi permettono tirature di centinaia di migliaia di copie. Le fake news si chiamano canard (e i sottotitoli che le traducono come bufale non spiegano le anatre allevate nella redazione), e sono uno degli affari più lucrosi del business editoriale… È facile cogliere il parallelo con l’esplosione delle dinamiche economiche seguita allo sviluppo di internet, soldi, soldi, inganni e prevaricazioni privi di qualsivoglia orientamento ideologico e, quindi, valoriale, morale. Purtroppo la sceneggiatura non l’ha scritta Aaron Sorkin e il film ne perde in ritmo e passione. Il Mostro si ripromette di dedicarsi alla lettura di Balzac.

S.M. alias Il Mostro Marino

Biennale Cinema | Selezione ufficiale Venezia 78 Concorso
ILLUSIONS PERDUES
Regia: Xavier Giannoli
Produzione: Curiosa Films (Olivier Delbosc), Gaumont, France 3 Cinéma
Durata: 144’
Lingua: Francese
Paesi: Francia
Interpreti: Benjamin Voisin, Cécile de France, Vincent Lacoste, Xavier Dolan, Salomé Dewaels, Jeanne Balibar, Gérard Depardieu, André Marcon, Louis-Do de Lencquesaing, Jean-François Stévenin
Sceneggiatura: Xavier Giannoli
Fotografia: Christophe Beaucarne
Montaggio: Cyril Nakache
Scenografia: Riton Dupire-Clément
Costumi: Pierre-Jean Larroque
Suono: François Musy, Renaud Musy, Didier Lozahic
Nota:dal romanzo "Illusions perdues" di Honoré de Balzac
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Biennale Cinema 2021 | Domenica 5 settembre

Lido di Venezia, domenica 5 settembre 2021

Last Night in Soho. TV, TV! Manco una serie Netflix ma uno sceneggiato RAI anni “60, fra Il segno del comando e Il dottor Jekyll con Albertazzi, con in più colori, effetti speciali mirabolanti e musiche a palla. E fra allucinazioni, fantasmi e memorie materne, gran parte del film è ambientato proprio in quegli anni “60, nella swinging London prima dell’esplosione dei Beatles, perfetta esca di mercato per anziane signore in cerca di memorie perdute. Numerosi i riferimenti culturali “alti”, dal Giro di vite di H. James a Foglie di primavera di Laing ed Esterson (altro prodotto londinese dei roaring sixties) e, perché no, Arsenico e vecchi merletti”. La psicosi come via per la verità è rappresentata con mirabolanti visioni, ché sullo schermo le ben più tipiche voci allucinatorie vengono male (cfr. A beautiful mind ma anche Shining). Infine il suggello definitivo del prodotto di bassa televisione: l’happy end psichiatrico-democratico, l’orfanella persa nella città tentacolare e nei meandri della follia ritrova se stessa, mentre il fantasma della mamma suicida saluta dallo specchio.

Poi la buona TV, naturalmente un prodotto HBO. Visti due episodi della serie scritta, diretta e prodotta da Hagai Levi da Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman. L’autore è il creatore del successo planetario In treatment, ri-prodotto in più lingue in diversi paesi, che inscenava le sedute di psicoterapia di un tormentato psicoterapeuta, Sergio Castellitto nella versione italiana. I tormenti di una coppia di ebrei americani che non sanno separarsi affrontati in tormentate sessioni di odio e amore in una casa che si disgrega come il loro rapporto. Le dissonanze e le disritmie dell’attrazione e della ripulsa, mai in fase fra loro, rivelano le vicende penose e vergognose dei due personaggi, come in sedute di psicoterapia. Ambedue risultano condannati ad un egocentrismo disperato, incapaci a cogliere i sentimenti l’uno dell’altra, sentimenti che devono essere esposti in parole per cercare, inutilmente, di intendersi. Le angosce e le miserie delle loro vite si differenziano però da quelle dei personaggi di Bergman, per quanto è dato ricordare. In ballo desideri, carriere, invidie reciproche, diverse dall’abisso di solitudine, di dolorosa consapevolezza che si apre dinnanzi alla coppia svedese. Ottima TV, quindi, ma il Mostro non ha apprezzato di doverla vedere seduto in una poltrona, semi assiderato dall’aria condizionata. Attende di poterla gustare, un episodio alla volta, dal divano di casa.

S.M. alias Il Mostro Marino

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Biennale Cinema 2021 | Giornate degli autori

Lido di Venezia, Sabato 4 settembre | Giornate degli Autori

Io li odio i “corti”, quasi quanto Jake Blues odiava i nazisti dell’Illinois. Me ne hanno propinato uno, “L’ultimo spegne la luce” prima di “Erasing Frank” di Gabor Fabricius (vi risparmio il titolo originale ungherese).

Il corto italiano era un insulso saggio di fine anno di qualche Accademia di Cinema e, mentre la mente correva a Tarkovskij che si laurea a 20 anni girando “L’infanzia di Ivan”, ho dovuto assistere alla litigata isterica di due yuppie mancati e fidanzati davanti a una porta bloccata. Take unico senza stacchi, carrello avanti, poi carrello indietro, suono in presa diretta… Seeh, che bravura, che stile! Lassamo stá.

Forse inclino al romanesco per via che il protagonista della pellicola ungherese sembra il gemello di Zero Calcare, metallaro e non punk, oggetto delle attenzioni poliziesche e psichiatriche di uno stato socialista al tramonto, Ungheria 1983. Talentuoso in ambito musicale, Frank passa dalla chitarra elettrica a un Microcosmos di Bartok accennato al pianoforte. Il potere riconosce il talento e vorrebbe acquisirlo, non riuscendovi deve cancellarlo. Il talento, non Frank. In bianco e nero, con la camera incollata al volto del protagonista, il film assume spesso caratteri da graphic novel, nella sequenza della riunione in casa di intellettuali oppositori le inquadrature rimandano alle tavole della Valentina di Crepax. Un cupo senso di estraneità alla Storia avvolge persecutori e perseguitato, un mondo sta finendo ma nessuno ne è consapevole.

S.M. alias Il Mostro Marino

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Biennale Cinema 2021 | The Card Counter di Paul Schrader

Lido di Venezia, 2 settembre 2021 | Addio mostri sorgenti dalle acque … | Forse saranno le ultime corrispondenze dal Lido del vostro Mostro. Passata la serena atmosfera post atomica della edizione 2020, la rassegna cinematografica è quest’anno affollatissima, vigono le stesse regole di prenotazione ad ogni proiezione e il risultato è che la possibilità di vedere un determinato film dipende da una darwiniana competizione in rete per aggiudicarsi un posto distanziato in sale dalla capienza dimezzata. La prenotazione obbligatoria dovrebbe evitare gli assembramenti che, invece, fioriscono al tiepido sole di settembre. Inoltre la disfida cibernetica sullo schermino dello smartphone mal si adatta ai suoi tentacoli ed il risultato è che il vostro corrispondente riesce a vedere quello che avanza. Umiliante. Se non si superano le conseguenze del virione il Mostro qui non ci torna più, forse emigrerà… C’è il festival di Locarno, con il Lago Maggiore, con acque più fredde ma forse più limpide di quelle della Laguna.

The Card Counter di Paul Schrader
Così, nella logica del “vediamo che riusciamo a vedé” sono capitato a vedere un film “al buio”, come a un tavolo di poker. Ed è capitata una pellicola ben girata e benissimo scritta dallo sceneggiatore di Taxi Driver e Toro Scatenato, oltre che regista di molti film di successo (American Gigolò). Gioco d’azzardo e colpe da espiare. La mente corre a Dostoyevsky, ma la rappresentazione che ne risulta è intimamente calata nella mentalità, nello scenario e nella storia degli Stati Uniti, delle quali il film dà una rappresentazione più convincente di quella di Nomadland, vincitore della scorsa edizione della Mostra. Innanzitutto l’atteggiamento verso il gioco d’azzardo del cittadino americano appare libero da ogni giudizio morale. L’azzardo è piacere ludico, rispettabile attività professionale, antidoto alla solitudine, verso il quale non si prova colpa o vergogna. Come per il possesso di armi. Le colpe, proprie e dei padri, emergono invece quando entrano in gioco i corpi. (Allora le forze della religione e della legge entrano in campo e abbiamo il proibizionismo, la war on drugs, le campagne per la castità, la legge del Texas sull’interruzione di gravidanza.) Il protagonista non riesce a mantenere il ruolo di rispettabile giocatore, lucido e non compulsivo, riemerge la colpa per i corpi che ha violato, il sentimento di non aver espiato abbastanza, di non aver riparato alle conseguenze del male esercitato. Da ammiratore di Bresson, Schrader disegna una vicenda segnata da un destino ineluttabile, girata però nello stile di Scorsese, uno dei produttori.

S.M. alias Il Mostro Marino

THE CARD COUNTER
Venezia 78 Concorso
Regia:Paul Schrader
Produzione: Braxton Pope, Astrakan Film (Lauren Mann), David Wulf, Saturn Streaming, Redline Entertainment in associazione con LB Entertainment, Enriched, Media Group, Grandave Capital, One Two Twenty Entertainment
Durata: 112’
Lingua: Inglese
Paesi: Usa, Regno Unito, Cina
Interpreti: Oscar Isaac, Tiffany Haddish, Tye Sheridan, Willem Dafoe
Sceneggiatura: Paul Schrader
Fotografia: Alexander Dynan
Montaggio: Benjamin Rodriguez Jr.
Scenografia:Ashley Fenton
Costumi:Lisa Madonna
Musica:Giancarlo Vulcano, Robert Levon Been
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Marta Telatin | “Io i colori li lancio”

Terzo appuntamento con la voce della scrittrice e poetessa Marta Telatin. La poesia di oggi si intitola “Io i colori li lascio” (Miraggi Edizioni, 2017).

Voce recitante e parole di Marta Telatin.
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