La biblioteca di Babele e altre finzioni

“Tattarrattat!”

Superbo e autorevole palindromo, speso nientemeno che da James Joyce nell’Ulysses invece del trito “toc toc” (che si riproduce in un raschiato e cacofono “cot cot”).

“Tattarrattat”, per riflettere in lettere l’ immagine dello specchio. Gioco nel gioco, freccia alfabetica a traiettoria biunivoca che converge in un unico riflesso.

Titolo dell’installazione multimediale che l’autore, il giovane fotografo polacco Nicolas Grospierre (vincitore del Leone d’Oro alla Biennale Architettura 2008 per il miglior Padiglione nazionale), impernia intorno ad un film da lui realizzato ed interamente girato negli spazi di Palazzo Donà. Il film guida i visitatori (e spettatori) in un insolita, perturbante visita. Grospierre, infatti, utilizza immagini prodotte con uno specchio convesso, confermando così la propria affascinata vocazione all’illusione ottica (o, per dirla con Rosalind Krauss, per “l’inconscio ottico”) che si riposa sulle braci ardenti di una cospicua domanda: che cos’è la verità dell’immagine?

Lo specchio convesso è la metà alchemica della sfera magica, il bulbo oculare reificato, l’astratto simbolico delle “liaisons dangereuses” tra le parole e le cose.

Radicato nella tradizione nordica, dove lo si trova appeso negli interni delle case per le sue virtù apotropaiche e scaccia demoni; reso celebre dal virtuosismo di Jan Van Eyck nel ritratto di una coppia di sposi, lo specchio convesso è, in effetti, l’“occhio della strega”, come viene anche chiamato, perché guarda e cattura, deformando, ingigantendo, trasformando. Per esorcizzare il fantasma del doppio e le sue ombre, Grospierre si autoritrae con lo specchio convesso, novello Parmigianino, mentre la macchina fotografica che esegue l’auto-scatto campeggia nell’inquadratura, ripercorrendo le geometrie incrociate della visione di Velazquez in Las Meninas.

“Si ha paura/ di me che ha paura / di me che ha paura / di me che ha paura./ Forse si può parlare di immagini riflesse” annotava e annegava R. D. Laing nella sua scrittura circolare.

“lo m’arrischio a insinuare questa soluzione: la Biblioteca è illimitata e periodica. […] La Biblioteca è totale […] [contiene tutto…] il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo autentico […]” – scriveva Borges in “La Biblioteca di Babele”, alla quale Grospierre rendeva omaggio con la sua installazione: “Bilioteka” del 2004. La scrittura di Borges funziona come le immagini mobili riflesse da specchi tra gli specchi, frantuma la solidità delle rappresentazioni, scardina la certezza dalla visione e le fa imboccare la via non dell’utopia ma dell’eterotopia -come scrisse Foucault.

Ma se “le utopie consolano […] le eterotopie inquietano”: “tuono pettinato”; “crampo di gesso”. “Aspidi, Amfisbene, Ameruduti, […]”.

Un palindromo forse, lineare figura retorica con regole intrinseche, protegge dal caos spaventoso fuoriuscito dall’infinito pensato possibile: “[…] I was beginning to yawn with nerves thinking he was trying to make a fool of me when I knew his tattarrattat at the door […]”.

novembre 2010

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Nicolas Grospierre. TATTARRATTAT

Fondazione Signum

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