Archivio mensile:ottobre 2014

Edipo a Colono. Il Re randagio di Andrei Konchalovsky

edipo-colono-teatro-olimpicoChi è Edipo? Un reietto, un bandito, un irregolare che arriva clandestinamente a Colono, ormai ridotto a barbone. Un vecchio sporco e randagio, che spinge un carrello della spesa stracolmo di puzzolenti stracci. La figlia Antigone è una straniera in jeans, che parla in italiano con uno spiccato accento russo e che denuncia con angoscia la propria disperazione.

In un’atmosfera post-apocalittica, scarnificata, che evoca inferi suburbi metropolitani, il Coro è un gruppo di monatti post-moderni con il volto mascherato, e i soldati di Creonte sono mercenari che indossano maschere antigas.

Borders

La desolazione, l’abiezione e la miseria sono le ascisse e le ordinate di questo spettacolo sgrammaticato e in rivolta, che dipinge su Creonte la maschera cinematografica di Joker, e fa di Teseo un pingue e ambiguo politicante, affaccendato a negoziare con Edipo i “vantaggi” che la città di Atene potrebbe ricavarne ad ospitarlo. Nessuna tragedia sopravvive al cinismo dell’interesse. Nessun sentimento. Le emozioni sono nascoste sotto la crosta di cartone che Edipo e Antigone usano come giaciglio. L’unica vena emotiva manifesta è quella della rabbia mista al disprezzo. La mistificazione sistematica delle parole, l’impoverimento radicale del loro senso, lo svuotamento delle intenzioni  restituiscono una “Terra desolata”, una no-men’s land contemporanea. Il Bosco sacro sofocleo diventa spoglio confine da valicare, confine da cui scappare, confine su cui sostare.

Il congedo della Giustizia dalla Parola

La pianta d’ulivo, il croco e i narcisi della “candida Colono” vengono sostituiti da lattine di birra, tabacco da rollare, bicchieri large-size di MCDonald usati da Edipo per chiedere l’elemosina. La scollatura tra la Parola e la Giustizia, nell’interpretazione che ne dà Konchalovsky, sembra profonda e ormai insanabile. Creonte parla con la maschera dell’eloquenza più pericolosa, perché orientata a velare con la cortesia umettata di affettazione la minaccia di ritorsione. Creonte, infatti, è “capace [….] di trarre da ogni argomento un’astuta parvenza di onestà”,  e fa ad Edipo una proposta “buona a parole ma cattiva in realtà”.  Ma anche le parole di Teseo, che nel testo di Sofocle sembrano ancora potere e voler proteggere il Sacro, in Konchalovsky diventano pura funzione, trattativa commerciale, mero e vantaggioso scambio.

No-Men’s Land

Una delle scene forse più forti e teatralmente riuscite dello spettacolo è quella in cui Antigone viene rapita dai soldati di Creonte. Una luce stroboscopica congela frammenti dell’azione, che assomiglia più all’irruzione contemporanea di una squadraccia di Alba dorata in un campo profughi  o alle scene di scontri con la polizia nella Grecia di oggi che a quella di opliti dell’Antichità. Il ritmo delle percussioni, la luce acida e fredda, la violenza del rapimento non lasciano nessuno scampo al disincanto, armato dalla Tecnica.

Cecità

Perfino la cecità di Edipo non ha nulla di sacro, ma è anonima e svilita a handicap da nascondere sotto comuni occhiali scuri. Antigone restituita al padre non è un’illibata eroina tragica, ma una donna che ha subito l’insulto dell’aggressione e della violenza. La tragedia è annientata dall’ambiguità delle ragioni, e così la chiarezza dell’antitesi scompare. Non siamo più sicuri che i soldati di Teseo abbiano effettivamente protetto la bella Antigone senza approfittarne loro per primi. Non siamo più sicuri che Teseo custodirà il segreto della morte di Edipo, osservando la consegna del silenzio. Infatti Konchalovsky sceglie di non rappresentare il dialogo tra Teseo ed Edipo, forse il più enigmatico del testo, ed espunge anche le parole del Nunzio, lasciando invece ad Antigone la sintesi. Non sappiamo più, quindi, se credere oppure dubitare dello stesso Teseo. Il dubbio ci fa trasformare la domanda chiave “Come è morto Edipo?” in “Chi ha ucciso Edipo”?

Il Corpo di Edipo

Il colpo di tosse che scuote l’ottima Julia Vysotskaya/Antigone quando ancora indossa i panni della tradizione, sembra scuotere anche ogni residuo del Sacro, senza il quale nessuna tragedia è possibile.

“Vengo a darti in dono il mio misero corpo, non certo apprezzabile a vedersi, ma i suoi vantaggi valgono più di un bell’aspetto” dice Edipo a Teseo. In effetti, il corpo e l’umanità di Edipo, corrotti dalla vecchiaia e dalla prostrazione, ci sono restituiti tutti. In scena non c’è l’Aura. In scena non c’è l’alone misterioso e misterico che Sofocle ci lasciava intuire ma solo un uomo in carne e ossa che, mostrandoci la propria ributtante povertà, ha spogliato la tragedia del Mito, lasciandole indosso la verità cruda del contemporaneo, dove nessuno più sa vedere e sentire, troppo incapace com’è di distinguere la differenza tra povertà e miseria.

Anna Trevisan

 

Teatro Olimpico di Vicenza, 17-18 Ottobre 2014

Edipo a Colono. Il Re Randagio

da Sofocle; adattamento e regia Andrei Konchalovsky, traduzione di Andrea Rodighiero; interpreti e personaggi Antigone/Julia Vysotskaya; Edipo/Federico Vanni; Polinice/Antoni Gargiulo; Creonte/Giuseppe Bisogno; Teseo/Simone Toffanin; Coro/Ramune Chodorkaite; Andrei Abeltsev, Ivan Tovmasyan, Roman Andreikin, Antonio Gargiulo, Giuseppe Bisogno; musica Serhei Prokofiev; pianista Elena Fedotova; percussionista Luca Nardon

http://www.tcvi.it/it/eventi/2014-2015/67-ciclo/428/edipo-a-colono

http://konchalovsky.ru/

 

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Andrei Konchalovsky | Le parole dell’Arte

Edipo_Andrei Konchalovsky

“J’ai rien a dire avant le spectacle, parce que vous le verrez. J’ai rien a dire après le spectacle, parce que vous l’avez déjà vu” dice Andrei Konchalovsky dopo aver chiesto in italiano ai presenti in quale lingua preferiscono che si esprima: “Francese, inglese, russo, cinese?”. Alla conferenza stampa per presentare il debutto all’Olimpico del suo Edipo a Colono, Konchalovsky è parco di anticipazioni. Parla invece delle tre maschere della tragedia antica, quelle del riso, del potere terrifico e del pianto. Parla dell’importanza della memoria, soprattutto per le nuove generazioni, citando Umberto Eco. Parla della crisi della cultura occidentale dopo il post-modernismo. “La Cultura sta evaporando” dice, e mentre lo dice la sua voce si assottiglia. Ripete che l’importante non è parlare dello spettacolo ma vederlo, perché contiene delle immagini. Parla del compito dell’arte, che non è quello di trasmettere idee e pensieri ma sentimenti, come ha detto Tolstoj. Quale lingua e quali parole parlerà dunque il suo Edipo? Lo vedremo e lo “sentiremo”.

Anna Trevisan

Odeo del Teatro Olimpico di Vicenza

Incontro con il Maestro Andrei Konchalovsky per la prima assoluta di “Edipo a Colono. Il Re randagio”; con Jacopo Bulgarini d’Elci, Vicesindaco e Assessore alla Crescita del Comune di Vicenza e Flavio Albanese,presidente della Fondazione TCV

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La pazzia di Orlando, ovvero il meraviglioso viaggio di Astolfo sulla Luna

Pazzia di Orlando 2

Mimmo Cuticchio compare sulla scena monumentale e terrifico, con una folta barba e una camicia bianche, di un candore che stride con quella sua voce cavernosa e ancestrale che tanto lo fa assomigliare a Mangiafuoco. Con la sua spada di legno fende imperioso l’aria, le scuce parole sonanti che inanella in un magico “Cunto”: il racconto della follia di Orlando, delle Gesta eroiche e leggendarie dei Paladini di Carlo Magno. La sua voce è profonda, travolgente, e rotola liquida e massiva, avvincendoci in un silenzio rapito, appena preceduto dalla musica dal vivo di archi e di fiati, che avranno poi il cruciale compito di ancorare al ritmo l’immaginazione e la visione delle scene successive.

Alla teatralità maestosa del “cuntista”, all’ipnotica capacità di narrare in modo autorevole, di affabulare in modo divino e di suscitare visioni, Cuticchio mescola l’antica arte siciliana dei Pupi, ovvero delle marionette, che intrecciano in scena le loro scintillanti e sferraglianti armature metalliche, ingaggiano battaglie e lotte mirabolanti, combattono mostri e spiriti in Castelli dell’Inganno, volano per aria ma sempre restando appese ai fili della musica e dei pupari, che li torcono e li manovrano con leggerezza favolosa. Così l’Epica delle Gesta dei Paladini prende corpo: ecco Ferraù il Saracino sfidare a morte Argalìa, fratello della bella Angelica; ecco Orlando diventare furioso e sradicare alberi e sollevare giumente; ecco Astolfo cavalcare alati ippogrifi, andare sulla Luna e ritrovare il Senno perduto; ecco la narrazione pura far lievitare l’immaginazione del pubblico, che oltre alla visione ritrova l’ascolto.

Impareggiabili le concitate e accaldate scene delle battaglie tra Saracini, e Paladini dai colorati pennacchi che brandiscono spade. L’arrivo di Astolfo sulla Luna è radiante e visionario. Per terra la proiezione di bolle di luce ricrea atmosfere spaziali, e Cuticchio fà dire ad Astolfo: “Non sono stati gli Americani e manco i Russi ad arrivare primi sulla Luna. Siamo stati Noi!”. Tutti ridiamo soddisfatti per questa magica, vivida, letteraria verità, e applaudiamo grati di tanta traboccante, colta bellezza, perché la creatività fantastica di Mimmo Cuticchio messa al servizio della visione e della traduzione teatrale ci ha restituito l’Orlando Furioso, così come già fece in Letteratura Italo Calvino. In modo magistrale.

Anna Trevisan

 

Teatro Olimpico di Vicenza, 11-12 Ottobre 2014

La pazzia di Orlando, ovvero il meraviglioso viaggio di Astolfo sulla Luna

adattamento scenico e regia di Mimmo Cuticchio; pupari Mimmo e Giacomo Cuticchio, Fulvio Verna, Tania Giordano; musicisti Nicola Mogavero, Marco Badami, Mauro Vivona, Alessio Pianelli e Francesco Biscari; luci di Marcello D’Agostino; organizzazione di Elisa Puleo

http://www.tcvi.it/

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National Dance Company Wales | “I think the combination of age and a greater coming together is responsible for the speed of the passing time. […] I am in excellent physical and emotional health…”. Inizia e si sviluppa sulle parole musicate da Rzewsky Mythology, il primo dei tre pezzi proposti dalla National Dance Company Wales. Compagnia di ottimi danzatori, versatili ed eclettici, in grado di adattarsi a qualsiasi temperatura stilistica, a qualsiasi direzione e regia, senza perdere nemmeno un grammo della loro freschezza tecnica e della loro puntualità formale. Giovani perle, già levigate dall’esercizio e dalla disciplina, ma autentiche e naturali, a illuminare la danza e le sue possibili interpretazioni. Dal riverbero della parola e del concettuale nel gesto riflessivo e sincrono di Mythology, che sviluppa in gruppo il discorso su un corpo politico condiviso, al raffinato ed esatto taglio di luci di Purlieus, per tre danzatori, che smaglia però il coinvolgimento emotivo, fino all’ironica e liberatoria leggerezza di Dream, scoppiettante chiosa di questo prelibato assaggio.

Anna Trevisan

 

MilanOltre 2014 | Teatro Elfo Puccini, Milano- 5 Ottobre 2014

Mythology; coreografia Stephen Shropshire; musiche Coming Together di Frederic Rzewski; con Josef Perou, Camille Giraudeau, Matteo Marfoglia, Mathieu Geffré, Chris Scott, Natalie Corne, Àngela Boix Duran, Elena Thomas, Kit Brown, Emily Cottage. Purlieus; coreografia Lee Johnston; musiche Four Tet, Bonobo; disegno luci Joe Fletcher; interpreti Camille Giraudeau, Natalie Corne, Àngela Boix Duran/Josef Perou, Matteo Marfoglia, Mathieu Geffré. Dream; coreografia Christopher Bruce; musiche ultimo movimento da Valses Nobles et Sentimentales – Lent e Bolero di Ravel; secondo movimento da Penillion di Grace Williams; con Josef Perou, Camille Giraudeau, Matteo Marfoglia, Mathieu Geffré, Chris Scott, Natalie Corne, Àngela Boix Duran, Elena Thomas, Kit Brown, Emily Pottage

http://www.milanoltre.org/

http://www.ndcwales.co.uk/en

National Dance Company Wales | MilanOltre 2014

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Giulio Cesare. Pezzi staccati | Romeo Castellucci

Giulio Cesare MARCO ANTONIO 01A distanza di quasi vent’anni dal debutto del suo Giulio Cesare qui riproposto in alcuni frammenti, sopravvive tutta la dirompente e provocatoria irriverenza di Romeo Castellucci, che è diventata vera e propria cifra distintiva del suo fare teatro. Un teatro divergente, eccentrico, eppure in asse con la Classicità perché colto, coltissimo e audace. “…Vskji”: “Chi era Costui?”– saremmo tentati di chiedere tutti al personaggio vestito di bianco, come epiteto per questo enigma spaventoso che risveglia illustri fantasmi: Groto(w)ski e/o Stanislavski? Ma tutti eludiamo la domanda principale, per praticità: perché scomodarli, i fantasmi?

“…Vskji”, dunque, si esplora con un sondino lo sfintere del naso e proietta sul fondale di statue neoclassiche il risultato. Cesare entra in rosso smagliante, producendo un rumore dei suoi passi amplificato da invisibili microfoni. Il suo alter ego –un busto bianco in gesso- viene calato giù dal soffitto con una corda e lasciato penzoloni a testa in giù. L’uso dello spazio è geniale, pittorico e in armonia sorprendente con il Teatro Olimpico di Vicenza, che offre una scenografia quasi “naturalmente” congeniale alla icastica ieraticità degli attori in scena.

La Metafisica di De Chirico con Castellucci prende volume, assorbendo letteralmente la parola, che si auto esilia progressivamente dalla declamazione al frammento, dalla voce al discorso afono. L’assenza, la mancanza -o forse l’origine- della parola è sottolineata anche visivamente. Prima dalle cavità della narice, poi dalla gola tracheotomizzata di Marco Antonio. Lui, che non potrebbe più parlare ma parla, invece, e pronuncia con ostinazione il suo discorso. Le sue parole sono afone e quasi incomprensibili eppure già note e per questo ancor più drammaticamente efficaci. Come se il già detto, per essere compreso, fosse meglio dirlo senza udirlo. Come se il già stato, per non ripetersi, dovesse venir solo mostrato, non spiegato.

Giulio Cesare invece non parla ma indica, usando una gestualità immensa, letteralmente amplificata, che produce rumore. L’assertività del pugno chiuso, il diniego perentorio, lo sdegno, l’ordine imperioso di andarsene fuori da qui, tutti, la mano come una pistola, le braccia rotanti come lame di senso silenziato ma ancora in vita creano un universo, un linguaggio eccezionale. Frasi intere si costruiscono con i suoi lunghi gesti: “Andate via da qui!”, “Il Futuro è alle spalle”, “State buttando tutto all’aria” –sembra urlare Cesare, mentre solleva le braccia verso l’alto e le fa ruotare come a sgombrare tempeste.

La sua morte ne fa un cadavere chiuso in un sudario con la zip e apparizione velata rosso sangue. Il quadro scenico è muto di uomini ma denso di geometrie compositive: il busto di Cesare che penzola dal soffitto, il cubo/rocchetto squadrato con scritto “ARS” sul quale sale poi Marco Antonio ad arringare la folla, sforzandosi di continuare a parlare e noi di ascoltare. Poi, la musica soverchia la parola, ed una ad una le nove lampadine si spengono, lasciando posto al buio.

Anna Trevisan

67° Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza

Teatro Olimpico di Vicenza, 3-4 Ottobre 2014

Giulio Cesare. Pezzi staccati

Intervento drammatico su William Shakespearedi Romeo Castellucci; ideazione e regia di Romeo Castellucci; con Dalmazio Masini, Simone Toni e Frans Rozestraten ; assistenza alla regia Silvano Voltolina; tecnica Gionni Gardini; produzione Socìetas Raffaello Sanzio; grazie alla collaborazione di Accademia di Belle Arti di Bologna

http://www.tcvi.it/it/eventi/2014-2015/67-ciclo/412/giulio-cesare-pezzi-staccati

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