L’empatia necessaria | Lo Stabat Mater di Yasmeen Godder

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Stabat Mater, Yasmeen Godder, 28 agosto, Oratorio di Ca’ Erizzo Bassano, B Motion 2016

“Eia, mater, fons amóris,/ me sentíre vim dolóris/ fac, ut tecum lúgeam”
“Oh, Madre, fonte d’amore,/ fammi provare lo stesso dolore/ perché possa piangere con te”

Che cosa significa “sentire”? Si possono condividere all’unisono il dolore e il pianto? E, soprattutto, perché i danzatori di Yasmeen Godder ci hanno chiesto di farlo?
Non è una danza questa. È un rito di passaggio, un incontro che graffia una certezza, che punge la quotidianità routinaria di noi occidentali seduti al riparo, in salvo dal resto del mondo dove la morte non è un evento straordinario che riempie pagine di giornali, perché i giornali, in quel “resto del mondo”, probabilmente non esistono più da un pezzo, chiusi da qualche mediocre dittatore di passaggio che non sarà dimenticato proprio per colpa della sua banale capacità di fare del male.
Non è una danza ma una domanda; una richiesta di tenerezza, di dolcezza, di comprensione. È un invito a passo doppio, non eludibile, che ci terrorizza, che ci inchioda alla responsabilità. Noi pubblico siamo tutti seduti intorno alle pareti dell’Oratorio di Ca’ Erizzo, che brilla di luce in questo pomeriggio di fine estate. Uno alla volta i danzatori, mimetizzati e seduti tra di noi si alzano e vanno a cercare qualcuno che accetti di alzarsi e danzare con loro. Lo spazio dell’Oratorio è innaffiato dai colori dell’affresco sul soffitto e dal riflesso giallo delle aureole di plastica che Yasmeen Godder ha collocato sulla testa delle statue neoclassiche. I danzatori indossano abiti comuni e scarpe. Parlano sommessamente alla persona che hanno fatto alzare. Non sentiamo quello che dicono ma lo immaginiamo. I danzatori , maschi e femmine, chiedono allo spettatore di lasciarsi cadere. Inizia così una serie infinita di cadute, vigilate e guidate dai corpi esperti dei danzatori che le sorvegliano, le sostengono, le accompagnano.
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Con irritazione mi trovo a pensare preoccupata: “E adesso a chi tocca?”. Sento che è una domanda che ci facciamo tutti, con un disagio misto alla paura infantile di essere noi il prossimo a doversi alzare.
Iniziato nel silenzio, quest’invito ad alzarsi è rotto da un suono di uno strumento misterioso che erutta una litania di note antica. Una voce di donna, quella dell’ottima musicista e cantante Tomer Damsky, intona in una nenia lo Stabat Mater che risuona con un timbro dolente, penetrante, che non ammette nessuna fuga dall’ascolto.
Inizia un frammentazione gestuale della Deposizione e del Compianto del Cristo Morto: l’abbraccio, il trattenere, la caduta a terra e l’abbandono. Una coreografia continua di presa e di resa. Una fenomenologia dell’abbandono che ci permette, da spettatori, di osservare le diverse qualità fisiche, umane e relazionali della resistenza e della caduta. Sette coppie che si formano e si riformano fluide e senza interruzione, in una traduzione dell’iconografia classica da Giotto a Raffaello e oltre, dove anche gli uomini sono madre.
Questa ripetizione infinita, affollata, emozionata di corpi prima in piedi e poi a terra ossigena di angoscia chi resta seduto. Presto l’irritazione lascia il posto allo spaesamento, poi alla compassione, poi alla commozione.
E quello che vediamo, ripetuto, ancora e ancora, è qualcosa di più di una performance: è come imparare a morire. Perché imparare a morire è imparare a sentire. Imparare a morire è accettare di cadere, e di lasciarsi andare.
“E adesso a chi tocca?” ci chiediamo di nuovo in silenzio, mentre il marmo freddo del pavimento si scalda di corpi che cadono e si abbracciano.
In quest’invito a partecipare alla caduta si consuma un’epifania: improvvisamente, tutti questi corpi a terra diventano cadaveri. Quanti morti seppelliamo senza averli uccisi. E noi stiamo a guardare. Quanti morti seppelliamo senza averli conosciuti. E noi stiamo a guardare.

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Non è lo Stabat Mater. Non è la morte di Gesù. È la nostra morte. La mia, la tua, la nostra. In questa danza che ci abbraccia tutti, che ci riguarda tutti c’è il mio nemico, c’è l’imbecille, c’è il cinico, c’è il cafone, c’è il vecchio, c’è il bambino, c’è l’uomo e c’è la donna, c’è la famiglia, c’è la solitudine, c’è la casa vuota di chi è appena partito e quella affollata di gente; c’è il profugo, c’è il migrante, c’è il resistente, c’è il combattente, c’è il soccombente.

Toglie il fiato questa litania che accompagna ogni abbraccio e ogni caduta. Obbliga a cedere, ad arrendersi, ad abbandonare la rigidità degli arti, per non farsi male nel cadere a terra. Obbliga a piangere lacrime asciutte e ritrose, da adulto, da intellettuale, da pubblico semplicemente impreparato ad alzarsi in piedi e a cadere. Ma ci perdonano tutti, questi abbracci, perché non sappiamo quello che facciamo. E ci perdonano tutti, perché hanno pietà di noi. Non è una danza ma un invito ad oltrepassare la soglia; a rompere il silenzio; è un invito alla liberazione, alla ribellione condivisa.
Ci voleva l’imprevedibile Yasmeen Godder, laica e israeliana, per restituire l’aureola (e l’aura) ai “nostri” Santi, per spogliare la fede e la ragione dalla presunzione. Perché imparare a sentire è imparare a condividere. Perché imparare a condividere è imparare a morire.

STABAT MATER
Coroegrafia: Yasmeen Godder
Musica e voce: Tomer Damsky
Interpreti: Shuli Enosh, Dor Frank, Ayala Frenkel, Uri Shafir, Ari Teperberg, 
Ofir Yudilevitch

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