Avalanche | Marco D’Agostin

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25 febbraio 2019 | Che suono ha una valanga? Che colore ha la fine? Un vapore bianco riempie gli occhi di neve; riempie la bocca, le orecchie, il respiro. Dopo una valanga il corpo umano resta prigioniero in una gabbia immobile di silenzio, in attesa di essere liberato. Si può continuare a danzare sepolti da una valanga? Tecnicamente no. Ma la mente si ribella alla furia drammatica della natura, così come alla violenza esausta del flusso ininterrotto di dati che ogni giorno la stordiscono e la sommergono. Sì, si può continuare a danzare. Nonostante una valanga abbia seppellito i nostri corpi, perché quanto in noi è invisibile, intangibile eppure vivo resiste. Resiste a lungo, sotto l’alito freddo della neve, prima di spegnersi. Resiste a lungo sotto la mole di informazioni, di pixel e di ricordi.

È dalla memoria, infatti, che si genera la nostra capacità di resistenza. Una memoria che arriva dal nostro passato: quello personale, quello familiare, quello sociale. Una memoria che nello spettacolo di Marco D’Agostin è stupendamente e acutamente filtrata da parole pronunciate  in 5 lingue diverse: portoghese, francese, inglese, italiano, spagnolo. Una memoria protetta dalla parte più sconosciuta e segreta del nostro cervello, che tutto archivia, che tutto dimentica. Una memoria frammentata, che tenta di sopravvivere alla catastrofe, senza annegare nel mare magnum di dati, nel caos terribile della fine.

In tute da lavoro blu, o forse abiti post-apocalittici, i due performers abitano la scena muovendosi lentamente. I loro piedi scalzi e le loro braccia nude spiccano sul nero del fondale. I loro gesti calmi, ponderati, quasi rallentati, sanno di allunaggio, di atterraggio spaziale. I loro occhi scrutano quelli del pubblico tra le luci di sala rimaste accese.

“We’ll try to remember everything. Tutto quello che vedrete è già accaduto. Davvero” – annunciano in tutte e 5 le lingue mentre le loro voci vellutate e sinuose entrano nel loop circolare della traduzione multilingue fino a spezzarsi, incepparsi, interrompersi, come quando il nastro dell’audiocassetta si inceppa, rendendo impossibile decifrare il contenuto del messaggio, l’interezza delle frasi.

Su questa impossibilità del dire (e/o forse dell’ascoltare) il contenuto del messaggio si costruisce tutto lo spettacolo. Attraverso una frammentazione continua, più o meno sincopata, di racconti, di frasi, di parole, di suoni intercettiamo ricordi, mozziconi di storie, citazioni rubate da video su Youtube o da sitcom televisive, versi di poesia, frasi di libri; note di una hit estiva; battute tratte da film o da serate con gli amici, tra elenchi di nomi propri e di nomi di nazioni. Lapilli, micro-esplosioni di non senso pronunciate mentre i loro corpi compiono dei gesti, instancabili. Mentre le loro mani e le loro braccia spostano lo spazio, lo muovono e innescano suggestioni. Mentre i loro piedi e le loro gambe sopportano pesi invisibili.  I loro corpi morbidi danzano sul palco sempre più rarefatti, come ologrammi proiettati da un’altra dimensione. La pellicola è rovinata ma percepiamo ancora qualche frase: “La casa fu distrutta and they had to leave”; “La messa va detta cantata”; “Your mouth is holy. Everyone is holy”.

“How am I going to make it cry” canta lui,con voce sorprendente e celestiale, mentre il vuoto sulla scena ci spalanca improvvisamente le porte dell’immaginazione: lo spazio immenso, le stelle, il cosmo, l’abbandono del pianeta terra, il ritorno irrompono. I nostri corpi si dilatano insieme ai loro, nell’eternità sospesa dello spazio cosmico. Lui si muove orbitale intorno a lei, la piange dopo la catastrofe avvenuta. Poi, lei si mette in ginocchio. Insieme si scaldano le mani intorno ad un invisibile fuoco, che tutti noi del pubblico sentiamo, percepiamo, vediamo. “Che cosa hai visto? “A hole, un buco sulla terra”. “Some food in a plate”.  Schegge di vita passata o forse di vita futura si conficcano nella nostra memoria, che resta assorta in un buio messianico. Tra accenti di  poesia e di criptata profezia.

Anna Trevisan

Danza in Rete Festival
23 febbraio, TCV-Teatro Ridotto, Vicenza
Avalanche
Coreografia: Marco D'Agostin
Interpreti: Marco D'Agostin e Teresa Silva
Suono: Pablo Esbert Lilienfeld
Luci: Abigail Fowler
Movement coach: Marta Ciappina
Vocal coach: Melanie Pappenheim
Direzione tecnica: Paolo Tizianel
Cura e Promozione: Marco Villari
Coproduzione : Rencontres Choréographiques Internationales de Seine-Saint-Denis, VAN, Marche Teatro, CCN de Nantes
Con il supporto di: O Espaco do Tempo, Centrale Fies, PACT Zollverein, CSC/OperaEstate Festival, Tanzhaus Zurich, Sala Hiroshima, ResiDance XL
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