Augusto | Alessandro Sciarroni

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21 giugno 2019, Biennale di Venezia, Teatro alle Tese | Di spalle al pubblico. Seduti a gambe incrociate, in una penombra dove il bianco del fondale riflette pensieri sconosciuti. Comincia così Augusto, l’ultima creazione di Alessandro Sciarroni, Leone d’Oro della Danza 2019.

Il primo ad alzarsi da terra è il performer Remo Ramponi, che inizia a camminare in circolo, scandendo attento i passi. Roberta Racis si alza e lo segue, inaugurando una marcia circolare e ritmata, in vestiti casual, t-shirt e jeans dalla foggia vagamente anni ’80. Una marcia cadenzata, sincopata, che coinvolge uno ad uno tutti i nove performers in scena, tra sguardi complici e sorrisi. Verso dove marciano tutti? Il punto di domanda si costruisce in forma di cerchio. Non è verso dove, forse, ma per chi è questa marcia allegra.

Qualcuno dei nove performer inizia a ridere, e la marcia diventa una camminata esilarata, con cambi di ritmo e variazioni dello schema. Qualcuno si stacca dal gruppo, rompe il cerchio. Inaspettatamente, tra il pubblico c’è chi scoppia a ridere, in modo irrefrenabile. A gruppi sparsi, con direzione invariata, la marcia di risate continua. Qualcuno si stacca dal gruppo, che continua a marciare coeso e compatto, in una sorta di rovesciamento del coro tragico, che ride, ride, ride, continuandosi a muovere nello spazio, con elastico e scanzonato dinamismo. La fisicità brillante e vivace di Roberta Racis guida gli altri performers intorno ad un’intangibile, perduta gaiezza, travolgendoli con una risata dirompente, spensierata, che evoca una serenità mitica e lontana, di tempi perduti.

Il movimento dei corpi sulla scena, infatti, crea e suscita spazi aperti, aria, vento, luce, prati verdi e tempi colmi di amicizia. Una musica luminosa incoraggia la danza dinoccolata di un serpentone umano, così infantile, così giocoso, che poi sbanda, si scioglie e si sparpaglia. La risata è quella cristallina dell’innocenza perduta, una riemersione dal passato, quando il gioco era correre e rincorrere, prendersi per mano innamorati e girare fin quasi a perdere l’equilibrio e cadere.

Poi, irrompe una pausa, sfinita di risate. A gruppi di tre i performers continuano a marciare. Racis continua a ridere, in una risata zampillante e sola. Gli altri zitti. Una voce celestiale canta un madrigale. Quando il canto finisce, tutti lo commentano con una indecente risata. Si sente un rumore di respiro meccanico, come di stantuffo. Forse è il suono di un respiratore meccanico? Si introduce una variazione, un cambio di toni emotivi, che vira dalla gaiezza a qualcosa di più cupo, quasi tetro, come un accento di morte, di pericolo incombente. La partitura sonora è cadenzata da quel suono sinistro di respiro non umano. Un urlo rompe le risate. Ma una cascata più forte di risa esplode irrefrenabile sopra quell’urlo, coprendolo. L’alone di una minaccia incombente, di qualcosa di terribile che miete morti e vittime, che incute una fredda paura, viene nuovamente seppellito da risate sguaiate. Scoppiano urla isolate, che sanno di torturatori e di torturati, di uccisioni e di uccisi. Urla che sono accolte ancora una volta da irresponsabili, colpevoli, irrefrenabili risate. La risata si è trasformata nella voce volgare dell’abuso di potere, che seppellisce l’impotente. È la risata ebete ed automatica della “società dello spettacolo”, che si consuma lunga, senza aver nemmeno compreso la gravità dell’evento del quale sta ridendo.

Eppure, il valore eversivo della risata in Augusto sembra tenacemente riuscire a sopravvivere. Nonostante le esecuzioni continue, sommarie, indiscriminate, che si consumano nell’esilarato torpore generale, nella nebbia di risate che offusca tutti.

Si leva un urlo di rivolta, subito sommerso da uno scoppio di risa, consumate in coro, a braccia allargate, in uno dei momenti coreograficamente più intensi ed emozionanti della performance. I corpi come croci di carne, spalancati, ridono dalla bocca e dai denti, lo sterno inchiodato all’indietro. Poi, una variazione gestuale, incalzata dalla musica, apre all’interpretazione. “Non vedo-non sento-non parlo”, dicono i corpi senza parlare, in coro, mentre un canto solitario e lirico si alza sulla musica. La scena si trasforma in un lucido incubo di disumana follia, con grida disperate nella mischia. I corpi raccontano di pugni dati e presi, di sconfitte inflitte e subite, di lotta e di catene. Braccia divaricate e sterno all’indietro, i performers ripetono come un terribile, fosco monito la frase gestuale: “non vedo-non sento-non parlo”. Le risate che coprono l’urlo del soccombente sono visivamente assordanti perché omertose, conniventi e complici di crimini orribili che Sciarroni racconta di un futuro presente e speriamo mai reale. Ma la risata si fa risata del soccombente, del martire, del resistente, che annega le risate del potere sugli inermi.

“Ci sono persone capaci di vedere la filigrana delle cose, una realtà che non c’è o che non c’è ancora”- ha scritto qualcuno. Sciarroni, scriviamo noi, è tra queste, con in più il dono di saper rappresentare quello che vede, di saperlo comunicare, trasmettere, raccontare.

Non è una performance sulla risata l’Augusto di Sciarroni ma una performance sul potere e sulla sua indecente, mistificante, indebita appropriazione della risata che, da arma critica ed eversiva, si trasforma in assordante amplificatore del piacere del dominio sull’altro o, peggio, dell’indifferenza al dolore dell’altro.

Non è la risata del giullare, che irride e dissacra il potere costituito, che lo ridicolizza, che lo dileggia. È piuttosto il suo rovesciamento. Non è la risata dell’innocenza ma l’irrompere del mostruoso e del disumano, che giganteggia sugli inermi. È la risata figlia di quella “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord. Una risata che è denigrazione del più debole, dell’inerme. Una risata che è nemica aperta della fragilità, negazione ostinata di ogni bellezza e sinistra alleata del potere costituito.

Augusto è un magistrale, potente j’accuse, scagliato contro tutti noi, spettatori ignavi. Augusto è una scomoda, lunga domanda, insistente e indignata. E la domanda non è “Che cosa fare?” ma “Che cosa mai state facendo?”.

Eppure, nel finale c’è l’affiorare flebile di una riscossa: la risata del soccombente, che ritrova la forza di ridere del potente e del suo attaccamento al potere, del suo perverso gusto della vessazione. Quella risata disperata, che soffoca in pianto e ritorna bambina, sovverte i codici e dissoda la potenza della ribellione e della libertà. Forse, finalmente, “una risata ci seppellirà”.

Anna Trevisan

Biennale Danza 2019
21 giugno 2019,Teatro alle Tese dell’Arsenale, Venezia
Augusto - prima italiana (2018, 60’)
Invenzione: 
Alessandro Sciarroni
Performers: Massimiliano Balduzzi, Gianmaria Borzillo, Marta Ciappina,
Pere Jou, Benjamin Kahn, Leon Maric, Francesco Marilungo, Roberta Racis,
Matteo Ramponi
Musica: Yes Soeur!
Design luci: Sébastien Lefèvre
Movement coaching, collaborazione drammaturgica: Elena Giannotti
Styling: Ettore Lombardi
Consulenza drammaturgica: Chiara Bersani, Peggy Olislaegers, Sergio Lo Gatto
Preparatore yoga della risata: Monica Gentile
Preparatore vocale: Sandra Soncini
Collaborazione artistica:
Erna Ómarsdóttir, Valdimar Jóhannsson
Direzione tecnica: Valeria Foti

Tecnico di tournée: Cosimo Maggini
Assistenza, ricerca: Damien Modolo
Promozione, consiglio, sviluppo: Lisa Gilardino
Amministrazione, produzione esecutiva: Chiara Fava
Ufficio stampa: Beatrice Giongo
Video, foto: Alice Brazzit
Produzione:
 MARCHE TEATRO Teatro di Rilevante Interesse Culturale,
CorpocelestC.00#,
 European Creative Hub – French Minister of Culture/Maison
de la Danse grant for Biennale de la danse de Lyon 2018,
Festival GREC Barcelona
, Théâtre de Liège, 
Teatro Municipal do Porto,
CENTQUATRE-PARIS
, apap – Performing Europe 2020, progetto co-fondato da
Creative Europe Programme
 of the European Union,
 Snaporazverein,
Theaterfestival Boulevard, 
Theater Freiburg (Germany)

Coproduzione: 
Tanzfabrik Berlin, Centrale Fies L’arboreto –
Teatro Dimora di Mondaino.

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