Biennale Cinema 2019 | “Scherza coi fanti”

Domenica 1 settembre, apertura della caccia. Da casa mia, all’alba, si sentono i botti dei fucili, vicinissimi. Sparano alle anatre in laguna, come se a Milano cacciassero in Parco Sempione o a Roma a Villa Borghese. Spero siano scampate le sei anatre che si sono stabilite un anno fa alla fermata del vaporetto dietro casa. Chissà perché mi immagino gli attori di questa maschia esibizione di potenza mentre, fra un tiro e l’altro, discutono di sostituzione etnica e “non siamo più padroni a casa nostra”. Magari fossero sostituiti! Per adesso lancio loro la maledizione cinese che è il motto di questa Biennale: Possiate vivere tempi interessanti. Chessò, possiate fare l’esperienza di uno tsunami, di un uragano, di un mass shooting…

Scusate lo sfogo.

È stato premiato un film di montaggio di Gianfranco Pannone e Ambrogio Sparagna, Scherza coi fanti, un’opera che ha commosso il vostro Mostro. La guerra, le guerre, dal punto di vista del soldato semplice, l’uomo comune che aderisce con ardore e, più spesso, paura all’avventura bellica. Da diari, spezzoni di documentari, interviste, si racconta il turbine dei sentimenti che trascina l’uomo in guerra e gli consente, nel bene e nel male, di fare cose inaudite. Ci viene rammentato che l’esercito sabaudo, nella guerra al brigantaggio, fece le stesse cose che le SS faranno poi contro i paesi dell’Appennino e l’esercito coloniale italiano perpetrerà in Abissinia. Centri abitati arroccati sull’osso montano della penisola furono assaltati, tutti gli uomini passati immediatamente per le armi (Per primo il prete), depredati del cibo, le case incendiate. Si seguono le oscillanti emozioni che, registrate dal diario, attraversano il fantaccino. Prima l’odio e il disprezzo per il nemico e la sua gente, poi la pietà per i corpi e le case, poi la vergogna e la colpa. E la pietà per i corpi sfigurati di Mussolini e della Petacci. Anche, però, il senso di sicurezza ed esaltazione di chi si sente parte di una squadra e nello stato d’animo giusto per affrontare ogni pericolo. (“L’azione era un’avventura, noi i cowboys, i tedeschi gli indiani, avevamo fatto saltare in aria il palazzo… uscirono con le mani alzate” – È una donna partigiana che narra.) La coraggiosa riflessione su quali istinti e sentimenti ci abitano a nostra insaputa (aggressività incontrollata, altruismo, pietà), di come la guerra sappia portarli, alla luce e di come i signori della guerra sappiano manipolarli scorre sulle musiche composte da Ambrogio Sparagna o da lui scoperte fra le genti dell’Appennino, fra le comunità albanesi della costa adriatica, fra gli umili destinati, quando è il caso, alla guerra come militi o vittime.

Un opera di quarant’anni fa restaurata: Out of the blue di Dennis Hopper. Dieci anni dopo Easy rider (film iconico e mediocre ma che ebbe un enorme successo) il regista e attore girò una pellicola in pieno stile New Cinema, che guarda a Cassavetes senza possederne la maestria, ma che è dura, scevra di ogni intimismo e senza pietà. Una ragazzina attraversa il film come un Holden Caulfield (o un Antoine Doinel) all’epoca del punk. E quindi alcol, eroina, violenze e incesti in un angolo di America dove la marginalità non origina dalla miseria ma dal l’invidia sociale. Da vedere ma difficile da reggere.

Poche parole per Seberg, onesto biopic privo di profondità. Una buona fattura che non regge il confronto con le serie TV di alta gamma.

Il Mostro Marino alias S.M.

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