Biennale Cinema 2022 | Primo settembre

Lido di Venezia, 1° settembre 2022 | Tre giorni fa ho sperimentato il modernissimo sistema di prenotazione degli accessi alle sale per gli accreditati alla Mostra del Cinema. Evidentemente ispirato ai meccanismi della serie “Squid Game”, il sistema si attiva alle 7 del mattino e pone in competizione i pass holder. Quindici minuti per fare le scelte, dopo la prenotazione si è cacciati dalla fila degli acquirenti e si viene invitati a rimettersi in coda per poter avere accesso dopo 20-40 minuti. Poi il sistema va in crash…

Insieme ad altre raffinatezze, quali le differenti regole di prenotazione on line per i due gruppi nei quali sono suddivise le sale e la mancata distribuzione del programma cartaceo, l’accesso alle proiezioni diviene un processo darwiniano che ti alloca o ti spietatamente ti esclude a random nei pochi minuti a disposizione. Uno stress test alle coronarie del vostro Mostro che si ripete all’alba ogni due giorni. Certo, come si gloria Alberto Barbera, le file si sono senz’altro ridotte e velocizzate ma scompare la dimensione sociale del cinema. Ridotti ad utenti di piattaforme, si va in sala da soli, non ci si può dare appuntamento all’ingresso, raccogliere indicazioni o consigli, vincolati nelle prenotazioni dai quindici minuti. Non si uccidono così anche i “cinemostri”?

“Living” di Oliver Hermanus

Visto “Living”, remake in ambientazione britannica del capolavoro “Vivere!” (1952) di Akira Kurosawa. Le vite quotidiane nei due ex imperi insulari del dopoguerra, Gran Bretagna e Sol Levante, si rispecchiano nelle due pellicole, l’ultima sceneggiata dallo scrittore britannico di origine giapponese Kazuo Ishiguro, Premio Nobel e autore del romanzo “Quel che resta del giorno” da cui è tratto il film di Ivory. Stessi inviolabili rituali sociali, rigide gerarchie governate da ordini di beccata analoghi a quelli dei pollai, barriere invalicabili alla manifestazione dei sentimenti e alla ricerca della felicità. Usuale splendida recitazione dei film inglesi di alta gamma e un’ambientazione perfetta che rimanda un po’ ai film di Harry Potter: un ufficio comunale più astruso e incomprensibile del Ministero della Magia e un treno regionale a vapore che va su e giù dalla campagna a Londra e, più che parte dello scenario, diviene esso stesso un personaggio.

“Una gallina nel vento” di Yasujiro Ozu

A seguire un autentico film giapponese restaurato, “Una gallina nel vento” (1948) di Yasujiro Ozu. Una storia da immediato dopoguerra, fra miserie morali e materiali, coeva dei capolavori di Rossellini e De Sica, con i quali condivide non pochi aspetti formali, soprattutto nella sceneggiatura. Non si rimpiangono i bambini e le giovani donne da maritare delle più note pellicole di Ozu, rimane la meravigliosa eleganza formale delle riprese. Al Mostro partenopeo ha ricordato “Napoli milionaria!” di Eduardo. Nel finale,poi, non sono fuori posto le parole finali di “Filomena Martorano”: “Comm’è bello chiagnere, Domè!”.

Il Mostro Marino alias S.M.

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