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L’empatia necessaria | Lo Stabat Mater di Yasmeen Godder

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Stabat Mater, Yasmeen Godder, 28 agosto, Oratorio di Ca’ Erizzo Bassano, B Motion 2016

“Eia, mater, fons amóris,/ me sentíre vim dolóris/ fac, ut tecum lúgeam”
“Oh, Madre, fonte d’amore,/ fammi provare lo stesso dolore/ perché possa piangere con te”

Che cosa significa “sentire”? Si possono condividere all’unisono il dolore e il pianto? E, soprattutto, perché i danzatori di Yasmeen Godder ci hanno chiesto di farlo?
Non è una danza questa. È un rito di passaggio, un incontro che graffia una certezza, che punge la quotidianità routinaria di noi occidentali seduti al riparo, in salvo dal resto del mondo dove la morte non è un evento straordinario che riempie pagine di giornali, perché i giornali, in quel “resto del mondo”, probabilmente non esistono più da un pezzo, chiusi da qualche mediocre dittatore di passaggio che non sarà dimenticato proprio per colpa della sua banale capacità di fare del male.
Non è una danza ma una domanda; una richiesta di tenerezza, di dolcezza, di comprensione. È un invito a passo doppio, non eludibile, che ci terrorizza, che ci inchioda alla responsabilità. Noi pubblico siamo tutti seduti intorno alle pareti dell’Oratorio di Ca’ Erizzo, che brilla di luce in questo pomeriggio di fine estate. Uno alla volta i danzatori, mimetizzati e seduti tra di noi si alzano e vanno a cercare qualcuno che accetti di alzarsi e danzare con loro. Lo spazio dell’Oratorio è innaffiato dai colori dell’affresco sul soffitto e dal riflesso giallo delle aureole di plastica che Yasmeen Godder ha collocato sulla testa delle statue neoclassiche. I danzatori indossano abiti comuni e scarpe. Parlano sommessamente alla persona che hanno fatto alzare. Non sentiamo quello che dicono ma lo immaginiamo. I danzatori , maschi e femmine, chiedono allo spettatore di lasciarsi cadere. Inizia così una serie infinita di cadute, vigilate e guidate dai corpi esperti dei danzatori che le sorvegliano, le sostengono, le accompagnano.
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Con irritazione mi trovo a pensare preoccupata: “E adesso a chi tocca?”. Sento che è una domanda che ci facciamo tutti, con un disagio misto alla paura infantile di essere noi il prossimo a doversi alzare.
Iniziato nel silenzio, quest’invito ad alzarsi è rotto da un suono di uno strumento misterioso che erutta una litania di note antica. Una voce di donna, quella dell’ottima musicista e cantante Tomer Damsky, intona in una nenia lo Stabat Mater che risuona con un timbro dolente, penetrante, che non ammette nessuna fuga dall’ascolto.
Inizia un frammentazione gestuale della Deposizione e del Compianto del Cristo Morto: l’abbraccio, il trattenere, la caduta a terra e l’abbandono. Una coreografia continua di presa e di resa. Una fenomenologia dell’abbandono che ci permette, da spettatori, di osservare le diverse qualità fisiche, umane e relazionali della resistenza e della caduta. Sette coppie che si formano e si riformano fluide e senza interruzione, in una traduzione dell’iconografia classica da Giotto a Raffaello e oltre, dove anche gli uomini sono madre.
Questa ripetizione infinita, affollata, emozionata di corpi prima in piedi e poi a terra ossigena di angoscia chi resta seduto. Presto l’irritazione lascia il posto allo spaesamento, poi alla compassione, poi alla commozione.
E quello che vediamo, ripetuto, ancora e ancora, è qualcosa di più di una performance: è come imparare a morire. Perché imparare a morire è imparare a sentire. Imparare a morire è accettare di cadere, e di lasciarsi andare.
“E adesso a chi tocca?” ci chiediamo di nuovo in silenzio, mentre il marmo freddo del pavimento si scalda di corpi che cadono e si abbracciano.
In quest’invito a partecipare alla caduta si consuma un’epifania: improvvisamente, tutti questi corpi a terra diventano cadaveri. Quanti morti seppelliamo senza averli uccisi. E noi stiamo a guardare. Quanti morti seppelliamo senza averli conosciuti. E noi stiamo a guardare.

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Non è lo Stabat Mater. Non è la morte di Gesù. È la nostra morte. La mia, la tua, la nostra. In questa danza che ci abbraccia tutti, che ci riguarda tutti c’è il mio nemico, c’è l’imbecille, c’è il cinico, c’è il cafone, c’è il vecchio, c’è il bambino, c’è l’uomo e c’è la donna, c’è la famiglia, c’è la solitudine, c’è la casa vuota di chi è appena partito e quella affollata di gente; c’è il profugo, c’è il migrante, c’è il resistente, c’è il combattente, c’è il soccombente.

Toglie il fiato questa litania che accompagna ogni abbraccio e ogni caduta. Obbliga a cedere, ad arrendersi, ad abbandonare la rigidità degli arti, per non farsi male nel cadere a terra. Obbliga a piangere lacrime asciutte e ritrose, da adulto, da intellettuale, da pubblico semplicemente impreparato ad alzarsi in piedi e a cadere. Ma ci perdonano tutti, questi abbracci, perché non sappiamo quello che facciamo. E ci perdonano tutti, perché hanno pietà di noi. Non è una danza ma un invito ad oltrepassare la soglia; a rompere il silenzio; è un invito alla liberazione, alla ribellione condivisa.
Ci voleva l’imprevedibile Yasmeen Godder, laica e israeliana, per restituire l’aureola (e l’aura) ai “nostri” Santi, per spogliare la fede e la ragione dalla presunzione. Perché imparare a sentire è imparare a condividere. Perché imparare a condividere è imparare a morire.

STABAT MATER
Coroegrafia: Yasmeen Godder
Musica e voce: Tomer Damsky
Interpreti: Shuli Enosh, Dor Frank, Ayala Frenkel, Uri Shafir, Ari Teperberg, 
Ofir Yudilevitch

Oooooooo | Giulio D’Anna

giuliodannaLa verità, vi prego, sull’amore |

“La verità, vi prego, sull’amore” chiedeva in versi W.H. Auden. Giulio D’Anna ha scelto di interrogare la verità sull’amore in forma di musical. È lui stesso, infatti, ad aver definito questo suo lavoro come “musical”, durante l’incontro aperto con il pubblico, anche se non siamo così convinti che la definizione renda ragione di un lavoro costruito su molti piani, non solo musical-canori, nato in punta di piedi, dal teatro e dalla danza, sulla scia vaporosa di un patetico già mille volte rincuorato dalla miglior tradizione di Wuppertal e, ciononostante, ancora oggi troppo spesso dimenticato oppure mal capito.

Sul patetico

Perché “Ooooooo” è uno spettacolo fortemente patetico, e non certo in un senso deteriore. “Ooooooo” è patetico, ma non melenso; è patetico ma non banale; è patetico ma non superficiale. È patetico, di quel patetico al quale Schiller dedicò un saggio, e che Beethoven musicò in una Sonata: la numero otto. “Tutti abbiamo sognato di essere nudi”, recita l’incipit dei sottotitoli che accompagneranno gli spettatori per tutta la durata dello spettacolo. Probabilmente, tutti siamo nudi, nostro malgrado, quando finisce una storia d’amore. Quando patiamo un abbandono. Quando perdiamo qualcuno. Questa vulnerabilità a volte inaccettabile Giulio D’Anna ce la mostra e ce la consegna in tutta la sua estrema, disarmante, tenera semplicità. I corpi che la raccontano sono quelli giovani e naturali di otto performer, davvero belli, davvero bravi.

Feelings

I sottotitoli consegnano al pubblico il messaggio in modo accettabile perché ironico, quantitativo, verbal-razionale. Attraccano sulla nostra materia grigia con statistiche buffe, questionari, finestre numeriche su abitudini e orientamenti sessuali, su tematiche spinose come il bullismo, l’aborto, la violenza nella coppia. I corpi dei perfomers si abbracciano, si stringono, cantano “Feelings”, e lasciano che sia la loro pelle nuda, sincera, naturale a raccontare la verità, tutta la verità sull’amore. Cantano con voci pulite quasi bianche l’abbandono affettivo, il pianto bambino di chi viene lasciato dai genitori ad elaborare il loro divorzio, di chi viene sommerso da lutti, di chi non riesce a sopportare la solitudine della diversità.

Il coraggio della nudità

Cadute, prese, lanci nel vuoto, recriminazioni, tuffi innamorati all’indietro rischiando di cadere nel buio. Tutto questo si trasforma via via in un rituale di gruppo, sonoro e tribale, cadenzato da batter di piedi e di mani e da schioccar di dita che strozzano in un nodo le emozioni e poi le sciolgono in riso e in pianto. Questi ragazzi cantano e ballano e si abbracciano e si confidano con noi, seduti al sicuro e al buio, con noi, incapaci di arrenderci al nucleo originario dell’amore, con noi ai quali è diretto il loro esorcismo, il loro rito apotropaico per liberarci dalla paura e farci ritrovare finalmente il coraggio di aprire non solo il cuore ma anche e soprattutto la mente, non solo al sogno, non solo all’amore ma anche al dolore di perderlo. Questo spettacolo intelligente, ironico, ben costruito, pensato e appassionato ci dice la verità sull’amore, domandandoci in cambio il coraggio di commuoverci, di tornare ad applaudire il patetico, senza più bisogno di essere persuasi da argomentazioni, logomachie e mastodontiche intellettualizzazioni. Un invito al coraggio di arrendersi alle emozioni e di accettarle. Senza vergogna.

Anna Trevisan

 

Terrestri | Stagione 2014-15. Teatro Astra, Vicenza – 29 Novembre 2014

“Oooooooo” di Giulio D’Anna

concept, direzione e coreografia Giulio D’Anna; co-creazione e interpretazione Francesco Barba, Lana Coporda, Martina Gabrielli, Tiana Hemlock-Yensen, Anastasiia Liubchenko, Pavlos Marios Ktoridis, Maciej Sado e Isadora Tomasi; drammaturgia Justa ter Haar; progetto vincitore del premio Anticorpi XL CollaborAction 2013.

http://www.giuliodanna.com

http://www.teatroastra.it/

http://www.anticorpi.org/

http://brokenships.com/

 

 

 

 

 

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National Dance Company Wales | “I think the combination of age and a greater coming together is responsible for the speed of the passing time. […] I am in excellent physical and emotional health…”. Inizia e si sviluppa sulle parole musicate da Rzewsky Mythology, il primo dei tre pezzi proposti dalla National Dance Company Wales. Compagnia di ottimi danzatori, versatili ed eclettici, in grado di adattarsi a qualsiasi temperatura stilistica, a qualsiasi direzione e regia, senza perdere nemmeno un grammo della loro freschezza tecnica e della loro puntualità formale. Giovani perle, già levigate dall’esercizio e dalla disciplina, ma autentiche e naturali, a illuminare la danza e le sue possibili interpretazioni. Dal riverbero della parola e del concettuale nel gesto riflessivo e sincrono di Mythology, che sviluppa in gruppo il discorso su un corpo politico condiviso, al raffinato ed esatto taglio di luci di Purlieus, per tre danzatori, che smaglia però il coinvolgimento emotivo, fino all’ironica e liberatoria leggerezza di Dream, scoppiettante chiosa di questo prelibato assaggio.

Anna Trevisan

 

MilanOltre 2014 | Teatro Elfo Puccini, Milano- 5 Ottobre 2014

Mythology; coreografia Stephen Shropshire; musiche Coming Together di Frederic Rzewski; con Josef Perou, Camille Giraudeau, Matteo Marfoglia, Mathieu Geffré, Chris Scott, Natalie Corne, Àngela Boix Duran, Elena Thomas, Kit Brown, Emily Cottage. Purlieus; coreografia Lee Johnston; musiche Four Tet, Bonobo; disegno luci Joe Fletcher; interpreti Camille Giraudeau, Natalie Corne, Àngela Boix Duran/Josef Perou, Matteo Marfoglia, Mathieu Geffré. Dream; coreografia Christopher Bruce; musiche ultimo movimento da Valses Nobles et Sentimentales – Lent e Bolero di Ravel; secondo movimento da Penillion di Grace Williams; con Josef Perou, Camille Giraudeau, Matteo Marfoglia, Mathieu Geffré, Chris Scott, Natalie Corne, Àngela Boix Duran, Elena Thomas, Kit Brown, Emily Pottage

http://www.milanoltre.org/

http://www.ndcwales.co.uk/en

National Dance Company Wales | MilanOltre 2014

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Tatha. Aakash Odedra | Tetralogia espunta dalla tradizione indiana sonora e gestuale, Tatha affolla di sollecitazioni le potenzialità virtuose di un danzatore quasi perfetto, pizzicandone il corpo come fosse uno strumento divino capace di suonare da solo. Nel ritmo ipnotico e cadenzato della musica, Odedra converte senza fatica la precisione puntuale e geometrica dei gesti delle mani e dei polsi in rimbalzi elastici delle piante dei piedi e in movimenti circolari delle caviglie, degni di un derviscio rotante. Subito diventa chiaro che Odedra non danza la musica: è musica. È quel suono di tamburo, che percuote l’attenzione volgendola in trance. È energia pura, che sgorga dai piedi, quando li tamburella per terra scuotendo i sonagli/cavigliere. È fuoco e poi aria, quando si solleva in salti alati che si rompono in gesti di velocità spigolosa e angolata, producendosi in un assolo di una bravura quasi assoluta. Perché Odedra è vettore puro, conduttore che contiene insieme il Maschile “e anche” il Femminile, esaudito sulla scena con lo stilema della danza Kathak, insieme ad una partner.

Anna Trevisan

MilanOltre | Teatro Elfo Puccini- 28 Settembre 2014

Tatha; coreografia Kumudini Lakhia; musica The Gundecha Brothers; con Aakash Odedra, Sanjukta Sinha Prima Europea

http://www.milanoltre.org

 

Tatha. Aakash Odedra | MilanOltre 2014

Deep Dish. Il Mondo senza di Noi secondo Chris Haring/Liquid Loft

Deep Dish-Chris Haring-Liquid LoftDov’è la danza? Chiede dal soffitto la goccia d’acqua che cade. In un silenzio perfetto schiocca sulla tavola imbandita e produce un suono lento, che si allarga in un cerchio sonoro.

Intorno al tavolo persone in carne e ossa conversano amabilmente. Quando mangiano, i rumori amplificati dei loro morsi, dei loro sorsi, dei loro movimenti scoppiano in un’orgia di suoni che inquieta la visione di una cena prima perfetta. Macro immagini di verdura e di frutta sulla tavola vengono proiettate sullo schermo, trasformando il cibo in racconto, i gesti in narrazioni. Le slabbrature di un fungo, il turgore di una fragola, il rumore del cibo masticato tra i denti animano un gigantesco Universo di Verde, una realtà aumentata dove suoni amplificati e immagini macro sgranano nuovi contenuti, evocando trascorsi primordiali e divorando futuri possibili.

Le voci umane vengono inghiottite in una bolla, sonora e visuale, dentro ad un bicchier d’acqua. L’inquadratura macro del bicchiere sbugiarda la purezza e rivela i germi che nuotano dentro, formicolanti e vivi. Ogni cosa organica è abitata dalla trasformazione, pullula di microuniversi. Ogni cosa contiene un universo di significati. Così, il coltello da cucina che affetta i pomodori apre all’ossimoro di una crudeltà vegetale: un massacro di polpa rossa e innocente. La ripresa della bocca che ingurgita un pezzetto di ananas descrive una voracità laida, quasi belluina.

L’inquadratura della tavola racconta dei resti di una natura morta caravaggesca, spolpata dal ronzio delle mosche. Frammenti di discorsi umani agitano profezie di un futuro incombente, sollevando paesaggi emozionali degni della Melancholia di Lars Von Trier. “I have something to tell you. But I can’t”, ripete ambiguamente una delle convitate mentre una primordiale foresta di foglie di ananas, uva viola e melanzana soccombe sotto mani che strappano, spezzano, schiacciano, spappolano tutto quello che toccano per ingoiarlo. I rami superstiti della salvia resistono vicino alla boscaglia di cespugli e capelli. Il viso di una delle convitate appare come una Primavera che, indecisa tra Botticelli e Arcimboldo, si sfalda in meretrice. Tutti vediamo il Sole in un’arancia; l’oceano in un bicchiere d’acqua; i germi diventare alghe abissali, e il disfacimento che consuma di muffa i cetrioli e ammazza l’uva passa sul pane. Fino a quando, uno sfiato di latte esce dalla bocca come una medusa nel mare, diventando lirico elogio alla Natura, finalmente restituita a se stessa.

Una Terra che danza. Senza l’Uomo.

Anna Trevisan

 

Operaestate Festival Veneto

Teatro Remondini, Bassano del Grappa – 24 Agosto 2014

Deep Dish di Chris Haring/Liquid Loft; direzione artistica e coreografia di Chris Haring; danzatori Luke Baio, Stephanie Cumming, Katharina Meves, Anna Maria Nowak; set consulting e sculture organiche di Michel Blazy; sound design e composizioni di Andreas Berger; luci, stage design e drammaturgia di Thomas Jelinek

http://www.liquidloft.at/

http://www.operaestate.it/evento/deep-dish/

 

 

 

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Il Vangelo secondo Virgilio Sieni. Prove aperte

Corderie dell’Arsenale, Venezia, 5 Giugno 2014 |

sieniCinquant’anni dopo il film di Pasolini (1964) il Vangelo ritorna ma a passo di danza.
Virgilio Sieni infatti – danzatore, coreografo e attuale direttore della Biennale Danza- offre in dono ai visitatori della 14. Biennale di Architettura le prove aperte del suo Il Vangelo secondo Matteo, permettendo di accedere al vestibolo segreto della sua scrittura coreografica, della sua drammaturgia, del processo compositivo e performativo, interpretando i Fundamentals di Rem Koolhaas come l’opportunità data anche ai profani di guardare dietro le quinte, di assistere al processo creativo, e di condividerne la naturalezza della genesi.

L’incontro che è stato voluto tra Danza e Architettura disegna “un vero atlante del gesto in divenire, al quale partecipare creando una narrazione di camminamenti, visioni, soste” –dice Sieni.
Vecchi, persone comuni, uomini e donne vestiti in pantaloni e magliette dai colori pastello si mescolano e si muovono nello spazio disteso delle Corderie. Noi, pubblico nomade e ansioso, possiamo osservarli disseminati mentre ripassano i gesti e le coreografie, mentre eseguono esercizi di riscaldamento motorio e vocale, mentre parlano tra loro, ascoltano i suggerimenti dell’insegnante, mentre si posizionano al proprio posto e ripetono i movimenti corali, sollevando insieme delle travi di legno, posandole per terra, intrecciando braccia su braccia, riposandosi un poco, memorizzando i puntamenti.
Chi di noi ha la fortuna di incontrare la pazienza dell’attesa, magari seduto sulle tribune di legno chiaro dell’ultima sala delle Corderie, può incappare nella “filata” e gustare un intero quadro dei 27 messi a punto da Sieni e che proporrà a Luglio. Uno schermo annuncia il titolo.
Una parte del gruppo di performers si organizza sulla destra, mentre gli Altri, donne e uomini non più giovanissimi, si dispongono sull’altro lato. Con nostra meraviglia, il primo gruppo si trasforma in Coro ed intona lo Stabat Mater nella versione di Karl Jenkins, accompagnando la gravità del canto con un’esecuzione anche gestuale del testo.

Mentre la musica sale e si spande vaporosa sopra la visione, sopra lo sguardo, sopra il pubblico della Mostra, gli Altri incarnano la rappresentazione minimale della crocifissione e del compianto del Cristo morto, evocando le schiene addolorate di Giotto, le sue braccia al cielo, le sue direttrici di corpi e masse nello spazio. Le due travi di legno maneggiate da decine di mani, sollevate da decine di braccia, trasportate da decine di spalle diventano croce, bara, portantina.
I corpi di queste persone parlano una danza che dice “sì sì, no, no”, senza fare promesse né giuramenti, spogliata del superfluo. Una danza che cresce naturale come “gigli di campo”.

Anna Trevisan

 

Danza & Architettura. In dialogo con la 14. Mostra Internazionale di Architettura

Corderie dell’Arsenale, Venezia – 4, 5, 6 Giugno 2014

Appunti per il Vangelo secondo Matteo di Virgilio Sieni

 

http://www.labiennale.org/it/danza/direttore/

http://www.sienidanza.it

 

 

 

 

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PILLOLE DI FESTIVAL, 23 Maggio 2014, Pisa
JON ASHFORD, AEROWAVES, London
La danza non è come il teatro, dove esiste un testo che è uguale per tutti…
E’ piuttosto come… una galleria d’arte. Quando si guarda un quadro, i pensieri e le emozioni che suscita sono diverse per ognuno di noi…

http://www.nidplatform.it/

FLASH DALLA LEOPOLDA- www.nidplatform.it/

Forever Young

Forever Young

29 Aprile 2014

CSC Nardini, Bassano del Grappa

Forever Young. Esito aperto al pubblico

direzione artistica Alessandro Sciarroni; training e consulenza drammaturgica Chiara Bersani e Marco Ramponi; costumi Alessia Morra; luci Cosimo Rampini

di Anna Trevisan

Nasce da un laboratorio questa prova gentile. Quattordici attori non professionisti (magari gli attori di professione avessero tutti la stessa qualità di presenza scenica!) entrano in scena uno alla volta, e si vanno a sedere in semicerchio su delle sedie.

Ognuno entra alla propria maniera, con la propria camminata, il proprio sorriso, il proprio tempo nel silenzio abitato dalle loro presenze colorate, buffe, tristi e allegre allo stesso tempo. Un po’ clown e un po’ Charlot . Sfoggiano calzini a righe, scarpe colorate, abitini con gonne godè e frac con papillon.

Concentrati in modo quasi assoluto e per questo sublime su ogni movimento da compiere e in atto. Innamorati di ogni attimo e spaventati da ogni gesto, trasformano una prova di fine laboratorio in un piccolo grande evento.

Il segno poetico e il disegno sono quelli degli artisti Alessandro Sciarroni, Chiara Bersani e Matteo Ramponi ma l’intensità è tutta degli interpreti, che regalano momenti di rara emozione formale alla performance, convincendo il pubblico ad abbandonare rigidità e stupore iniziali in favore di una distesa meraviglia.

Con un pulsante respiro all’unisono, si evoca un’unica, viva e reale creatura, costruita di fiato e di diaframma. Inspira ed espira ossigeno a ritmo, diretta da un direttore d’orchestra immaginifico. Emette fischi e sfiati degni di maestosi cetacei e balene estinte.

Poi si impenna, si scopre in piedi, e bussa con le piante dei piedi ed i talloni sulla schiena della Terra. Salta e si sparpaglia puntinando il palco di controtempi e batter di mani folk. Un tuono cadenzato si solleva  dal pavimento ctonio, con sempre più fragore, quasi a voler far scoppiare di pioggia un cielo chiuso, pizzicato dal rumore di un esercito colorato di piedi che continuano a cadere sul pavimento, a rimbombare, e producono suoni pesanti, possenti, sinceri.

Dall’acqua, alle zolle della terra ai tuoni celesti, in questa cosmo-genesi per nulla “brut”,  il silenzio iniziale si sviluppa in musica. Quello che accade è una galassia lattea e vorticosa di corpi che corrono a spirale intorno ad un centro che non c’è. L’Universo intero è chiamato a raduno, con cellule e gameti e mitocondri che si appaiano, si dividono, si moltiplicano e si disperdono. Incredibile capacità visionaria di suscitare mondi, quella di Sciarroni, Chiara Bersani, Matteo Ramponi. E degli attori. Professionisti.

http://www.operaestate.it/evento/forever-young/

http://www.alessandrosciarroni.it/

http://www.corteospitale.org/

Forever Young

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16 marzo 2014, CSC Garage Nardini, All dressed up with nowhere to go – Sharing di fine residenza di Giorgia Nardin con Marco D’Agostin e Sara Leghissa, musica di LSKA

di Anna Trevisan

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Sara Leghissa e Marco D’Agostin

Di Hieronymous Bosch, espunto il mostruoso, resta il fantastico. Così la coreografa Giorgia Nardin rielabora in danza le visioni del grande artista fiammingo, che trascolorano in rivisitazioni di corpi nient’affatto dannati, nient’affatto infernali. Una carne senza carnalità, disinibita  e libera, senza ansia né peccato. Un biancore lucente che fa pensare più alla prima tavola del trittico  Il Giardino delle delizie – dove Adamo ed Eva incontrano un Gesù che per l’occasione si fa Signore e li spinge a visitare la terra – piuttosto che all’Inferno livido e orripilato dei dannati. È la cifra dell’incanto ad irrorare i corpi dei performers, in un controluce invisibile sulla tavola di Bosch con le sue fughe di verdi e di frutti prelibati e faune al limite dell’onirico. Delle figure umane più note e tormentate di Bosch, quelle illuminate da illusioni luciferine  e sorprese in pose bestiali, nella performance resta solo la loro stilizzazione in incastri di corpi che si adagiano uno sull’altro come granchi seduti al sole e si stendono uno sopra l’altro come sofà tranquilli.

Su una gamba sola, abbottonatissimi fino al collo, sotto a camicie che sono di un grigio-verde come le tele sfinite di attesa in Edward Hopper, con gesti silenziosi e rituali di chi conosce a memoria le azioni da compiere, i danzatori iniziano con la ripetizione di piccoli movimenti: mani sui fianchi, mano sui capelli, braccia conserte, mano sul mento e daccapo mani sui fianchi, mano sui capelli, braccia conserte, mano sul mento. Poi, la naturalezza viva dei corpi prende il sopravvento sul segno e diventa disegno. La loro pelle nuda eletta a superficie trasforma la ripetizione in liberazione. E i quadri visuali che lasciano sentire l’eco fresco e felice del Paradiso di Bosch ci incantano e ci commuovono. Tenero, dolcissimo, lieve.

http://www.giorgianardin.com/

All dressed up with nowhere to go

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A perfect Encounter. English version

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Chisato Ono/Simon Ellis

31 ottobre 2013, CSC Garage Nardini
Simon Ellis e Chisato Ono. Sharing

by Anna Trevisan

Everything starts with her, in the middle of the stage of the Garage Nardini. No gorgeous scenography, no particular costume, no special effects. No sound or music. Only she, who starts to perform in complete silence on an empty stage.

She moves hands, fingers, hips and waist as slow as she can, in a sort of reluctant fragmentation of gestures. Her whole body works as if it’s following an invisible internal impulse, which activates it. She’s moved by something or someone else. A bright, diffused, white light spreads on the scene. Inheritor of the best of Martha Graham’s heritage, undoubtedly very talented from a technical point of view, but also capable of a sensitive and delicate interpretation, “she is the root connection of the performance, as Patty Smith sings.

A rhythmic, pulsing music invades the prolonged silence, and dark succeeds light, producing a double beat : a sort of acoustic alternating electricity, a visual pulsation. Her dance becomes more fluid, and evokes fantastic creatures: wild animals, exotic birds (flamingos maybe?) which we imagine in uncontaminated natural landscapes. She wakes up our imagination and let see us an invisible, crowded universe.

A small lamp turns on, hung from the ceiling, dropping a gold rain over her, which illuminates her: a modern Danae. Nothing to do with glamour or sex appeal. Nothing to do with easy attraction. On the contrary, she invokes a smart, elegant, multifaceted version of femininity. Her presence on the stage is always full of grace, although she distorts her voice into primitive sounds, a whisper on the borderline between pain and pleasure. She transforms herself into a middle aged woman, quoting the French iconograghic tradition of the “Madonna hanchèe”. She transforms herself into the vigorous and colored femininity of Renoir’s women, focusing the impulse of the movement on the abdomen and the back, connected in a common movement.

She transforms herself into a neutral body sculpted by contrasts in lighting: a renewed Bali Theater of shadows.

We really appreciated the quality of the performance, the control of the body, and the capacity of theatrical expression. The minimalism of the scenography, the balanced direction by Simon Ellis, the alternation between void and fullness, and the general sense of restraint and generosity conferred elegance and grace to this performance, which was the result of a casual encounter between the director and the performer. A perfect combination. We are all waiting for the sequel.

http://www.operaestate.it/evento/chisato-ohno-simon-ellis/

http://skellis.net/

http://gagapeople.com/english/team/teachers/chisato-ohno/

 

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