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Latte | Resistere all’oblio

“Lattaia” (particolare) di Jan Vermeer (1658-60, Rijksmuseum di Amsterdam)

Tra il 22 e il 25 aprile si celebrano tre ricorrenze importanti: la Giornata internazionale della Terra, il Giorno del ricordo per il genocidio armeno, l’anniversario della Liberazione dell’Italia. In quest’anno strano, di corpi isolati dalla pandemia, manifestare insieme per proteggere il ricordo di quanto è stato e la speranza di quanto vorremmo che fosse, è più difficile. Nell’ascolto, forse, ancora una volta possiamo trovare un nuovo “non-luogo” di incontro. Questo è un testo che scrissi qualche anno fa, su commissione di due artisti francesi, Cecile Proust e Jacques Hoepffner, per la versione italiana del loro spettacolo Ethnoscape. All’epoca ero al nono mese di gravidanza, con un pancione enorme, fasciato sotto il blu elettrico di larghi pantaloni che usai per andare in scena e recitarlo davanti al pubblico. Insieme alla mia bambina, rannicchiata dentro di me, ad ascoltare.

Mia nonna raccontava sempre di quando, quel giorno del ’44, era andata a prendere il latte in viale.

Mia nonna mi raccontava che, per lo spavento, il secchio del latte le era caduto per terra.

Perché all’improvviso tutto l’orrore del mondo si era concentrato lì, davanti a lei, una ragazzina che era solo andata a prendere il latte.

Era mattino presto, saranno state le sette.

Ad ogni albero del viale era appeso un corpo.

Ogni corpo pendeva come un sacco, pesante, sporco, con attorcigliato intorno al collo un filo della luce.

C’era silenzio. Poi mia nonna ha urlato, ha urlato così forte che le è caduto per terra il secchio del latte.

Il latte è caduto tutto fuori, bianco, a fiotti, bagnando tutto intorno, bagnandole le scarpe, bagnandole il vestito.

Per lo spavento, quella mattina, mia nonna aveva versato tutto il latte per terra e la terra era diventata bianca.

Chissà se sono rimasti in silenzio quei trentuno corpi impiccati.

O se hanno urlato, prima di morire.


Il silenzio sui morti ha sempre un peso strano.

C’è il silenzio di chi resta, e quello di chi muore.

E poi, c’è il Silenzio pubblico, il silenzio politico che tace prepotentemente sui morti.

Chissà se sono rimasti in silenzio quei corpi di migranti, prima di affondare, giù, in fondo al Mare.

Chissà se sono rimasti in silenzio i soccorritori, vedendoli affondare.

Silenzio sui morti.

Per pietà e per paura.

Per terrore di finire come loro, impiccati, lasciati a seccare, a puzzare nell’aria ispida d’autunno o ad affondare nell’acqua del mare.

Chissà quanti secchi di latte sono stati versati per terra dalle donne il mattino, dopo la strage di Srebrenica.

Chissà quanti secchi di latte sono stati lasciati cadere per terra, all’improvviso, in Uganda, in Nigeria in Congo, nella fuga disperata delle donne dai guerriglieri.

Chissà se loro, i torturatori, i persecutori, gli assassini sono rimasti in silenzio dopo aver ucciso.

Chissà se hanno pianto, quando sono tornati a casa.

Anna Trevisan

Il testo è stato scritto e rappresentato per lo spettacolo Ethnoscape di Cécile Proust e Jacques Hoepffner (Bassano del Grappa, Palazzo Bonaguro, luglio 2015) e si ispira ai fatti del 26 settembre 1944 occorsi a Bassano del Grappa lungo quello che oggi si chiama Viale dei Martiri.
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