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Ritratti | Emma Dante

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Emma Dante. Foto di Carmine Marignola

di Anna Trevisan

Incontrare Emma Dante è come incontrare una famiglia intera, schiere di nipoti, di zie, di sottane, e di maschi maritati e marinai vigilati da genitori colti e nonni miracolosi. Ascoltarla è come ascoltare il mare salato di Sicilia, prima che ci arrivasse Ulisse, prima che Omero lo cantasse. Perché Emma Dante è quel mare azzurro, imperlato di sole ma imperioso d’inverno; spaventoso e agitato ma con sublime leggerezza.

Emma entra nell’Odeo piccina, con i capelli raccolti, le labbra dipinte di rosso e una camicia che fa pensare agli animali della giungla feroce. Eppure la sua voce è sottile, pulita, quasi bambina, anche se parla pensieri adulti. Gianfranco Capitta snocciola calmo tante domande, con capelli bianchi e pazienti, per raccontare a noi pubblico Emma l’attrice, Emma la drammaturga, Emma la regista teatrale, di opere liriche e pure di film, e, infine, anche la Emma persona.

I luoghi dell’infanzia

I luoghi sono il primo sasso lanciato da Capitta per sondare i fondali, esplorare gli anfratti della biografia artistica e umana di Emma.

Emerge subito Palermo, dove Emma tutt’ora lavora in uno sgangherato scantinato eletto a cantiere di spettacoli e casa di mille laboratori. Nonostante esista un Teatro Stabile che la ospita in cartellone, infatti, non ha ancora ricevuto “una stanza tutta per sé” dalla Città di Palermo dove poter provare e lavorare.

Ma non sembra affatto scoraggiata nel dirlo. Forse perché Mpalermu, il suo spettacolo d’esordio che ha scardinato la letteratura classica e inventato la tradizione, è nato in un garage. Forse perché la periferia di Palermo è il grembo di Emma. Quella periferia che ci ha mostrato nel film Via Castellana Bandiera. Quella periferia che, dice, è molto più di un luogo fisico: è uno stato d’animo. La Sicilia, dice, è la sua stanza d’infanzia, che per ogni artista è la fonte prima di ispirazione. Ogni artista ha una stanza dei giochi a cui attingere e Palermo, la Sicilia sono per Emma questa grande stanza dei giochi.

La lingua madre

La maggior parte dei suoi spettacoli sono recitati in dialetto palermitano.

“Il palermitano è una lingua che ti addormenta” – dice Emma- “che ti culla”. E che la fa pensare a sua madre, anche se sua madre non parlava il dialetto. Ma la sonorità del palermitano le ricorda proprio questo: sua madre. “I linguaggi che un artista usa sono una forma di addormentamento”- aggiunge- e il sonno , “il sonno è un momento temporaneo che assomiglia alla morte e che ha in sé qualcosa di mostruoso.”

Un mostruoso che nei suoi spettacoli esiste, che nei suoi spettacoli plasma e modella la scena, abitata dalla ferocia della realtà, dalla furia dell’emozione, dal tormento del movimento, dalla durezza graffiante della provocazione eppure dalla pietà matura.

Il teatro, le favole e i bambini

Anche le favole dei fratelli Grimm erano tremende, prima che venissero espurgate dei loro aspetti più inquietanti, del perturbante, osserva Capitta, che ci ricorda come Emma abbia scritto anche delle favole.

“Questo Polifemo per me è una favola!” dice Emma. E poi spiega come per lei il cosiddetto teatro per bambini debba essere un teatro di serie A, fatto con rigore, con professionalità. Perché “i bambini non sono mica scemi”, a loro va dato il meglio. Sono più importanti del pubblico di oggi perché sono il pubblico di domani. “I cattivi nelle mie favole non vengono perdonati. Vengono puniti”-dice. E il pubblico in sala scoppia a ridere. Che cosa strana fare giustizia, almeno nelle favole! Favole gay-friendly, come La bella Rosaspina addormentata, dove il principe mascherato è una donna. E quando la principessa lo scopre è ormai troppo tardi: se ne è già perdutamente innamorata. Nessuna scena scabrosa, per carità. Solo un onesto fare spazio all’esistenza del diverso. Quando la principessa bacia sulla bocca il principe-donna, “l’unica reazione dei bambini è quella di guardare la reazione dei genitori” [perché] “sono i grandi che decidono che cosa devono pensare i bambini”- commenta Emma.

Mito, Memoria, Antropologia

Gianfranco Capitta osserva come il mito, la memoria vengano spesso evitati dagli autori contemporanei. Invece Emma ci si butta corpo a corpo, li affronta, ci lavora sopra con molta originalità. Perché quest’abitudine “divergente”? Perché –risponde lapidaria Emma “per me il crocifisso è molto più contemporaneo di una lattina di Coca Cola”. E con questa frase annoda la sintesi del suo fare teatro, che è molto più che contemporaneo. È un teatro fatto di radici, tradizioni, costruito con una abilità quasi da antropologa, che registra e dà voce a tutte le inquietudini, a tutte le voci senza curarsi che siano colte o popolari. Che poi, in fondo, è la stessa cosa, secondo noi. Perché l’Odissea è come gli affreschi di Giotto:

per aver parlato ai poveri, per aver parlato al popolo è diventata Arte e Letteratura. Perché la cultura, diceva qualcuno, è la nostra Memoria, il nostro archivio dove sfogliare e riguardare come eravamo e come siamo. Emma sostiene non a caso di “sentirsi più a suo agio con i classici”.

Il compito dell’Arte secondo Emma Dante

Emma racconta di come ami mettere in difficoltà i suoi attori, di come esiga che psicologicamente non si sentano mai al sicuro, mai salvi. Spesso modifica gli spettacoli poco prima di andare in scena, li rivolta, li aggiusta e questo confonde e disorienta un attore, lo fa sentire in pericolo. Che è esattamente quello che Emma desidera. Perché è l’unico modo possibile e necessario per mantenere vivo il fuoco del fare teatro, il cui compito, come dell’arte in generale, secondo Emma, è quello di sollevare domande, mettersi in discussione e mettere in discussione. Chi fa teatro si deve mettere in difficoltà perché fare teatro significa farsi e fare domande. Ma le domande devono essere precise, e riuscire a farle bene è la cosa più difficile.

Maschilismo, Accademia e Tradizione

Emma sa di essere una delle poche registe donna a lavorare con successo in Italia e, da innamorata del linguaggio e della lingua, non si lascia scappare l’occasione golosa di fare dell’ironia con il pubblico sui modi di dire. “Quella donna ha le palle”, si è sentita dire. Ma perché non invece “Quella donna ha l’utero e le ovaie?”, si sorprende sincera a domandare a noi pubblico.

Poi dà una svirgolata al discorso, parla di sé, di quando frequentava l’Accademia Silvio D’amico a Roma. “L’Accademia”-dice sorridendo –“mi è servita a capire tutto quello che non volevo fare!”. Dice di non essere affatto una brava attrice. Dice di aver capito che non era brava abbastanza a recitare per diventare speciale, per avere una specialità nel recitare. Ma è proprio come attrice che ha cominciato a lavorare. E racconta dei due anni in cui ha lavorato con Valeria Moriconi. Lei, che era un’attrice come non ce ne sono più, che salpava per mesi lontana da casa in tournée infinite che facevano dell’attore un nomade, un errante. Si portava sempre appresso un pezzettino di casa, racconta Emma: fotografie da appendere nel suo camerino, perfino i tappeti e le tende, per ricostruire gli affetti lontani, la memoria di una casa.

mPalermu

mPalermu è stato il primo spettacolo in cui Emma è diventata Emma. La prima regia. Nata dalla disperazione e dalla crisi. “Ero appena stata lasciata dal fidanzato, mia madre stava morendo, non avevo un lavoro. Ero tornata a Palermo. Ho detto: facciamo un laboratorio di teatro. Così massacro un po’ gli attori e mi sento meglio”-dice ridendo Emma, con una gioia sottile negli occhi. Il pubblico ride, la ascolta ipnotizzato, catturato da quell’arte dell’ “addormentamento” che Emma riesce a mettere in atto anche come narratrice pura.

Gianfranco Capitta le dà del tu. Le dice una cosa bellissima, che farebbe arrossire ogni artista: “Tu hai inventato anche una grammatica del corpo, una sintassi unica. Ne sei consapevole?”. Emma ascolta, sorride e dice che non è stata lei a inventarla. Il dialetto palermitano, che lei chiama “la lingua Madre”, ha generato questa gestualità. Usa proprio la parola “generare”. Tutto in lei si riallaccia ai nodi della Vita e della Morte, tenuti stretti e vicini con una forza e una bellezza davvero non comuni. Della Morte infatti Emma parla spesso, in questo incontro magico che dura un’ora ma che è di tale intensità da sembrare un’eternità. Come una sciamana millenaria, Emma nei suoi spettacoli evoca la Morte, le parla e ne parla, rompendo un tabù che la vuole fredda, rigida, immobile. In mPalermu , Emma fa morire il suo personaggio non disteso, ma piegato. Perché, secondo Emma, la Morte in dialetto non riesce a trovare una comodità. Mai. Per questo anche i corpi degli altri attori in mPalermu non cadono mai, benché ci sia sempre l’intenzione della caduta. Su quest’intenzione mai compiuta si fonda il Teatro per Emma.

La Carmen e i fischi della Scala

“L’Opera lirica è arrivata dopo”, incalza pacato Capitta, che spiega al pubblico come Emma sia una fondista del palcoscenico. Nel 2009 ha firmato infatti anche la regia per la Carmen di Bizet alla Scala di Milano, diretta dal Maestro Daniel Barenboim. La sua Carmen è diventata un caso nazionale. Fischi, applausi, insulti e perfino minacce di morte per quella sua interpretazione troppo forte, troppo veemente. O la si ama, o la si odia. Ma, ai fischi dei loggionisti, ha fatto da controcanto l’applauso più bello: l’abbraccio del direttore Barenboim che, sul palco e non solo, l’ha difesa. Ricorda Emma che i loggionisti inferociti l’hanno persino minacciata via email, serissimi: “Se osi rimettere piede alla Scala sei morta”. Le hanno scritto anonimi e biliosi. “Non so come dire loro”-dice ridendo- “che non solo tornerò alla Scala, ma che replicherò la Carmen, due volte. Due!”. mentre Emma racconta, una signora anziana seduta tra il pubblico continua a tormentare il povero vicino per farsi ripetere quello che è stato appena detto, perché piuttosto di ammettere che è sorda e non sente quasi niente, si ostina a sedersi tra le ultime file. Non paga, la signora anziana interviene all’improvviso nel discorso e chiede ad Emma di ripetere quanto stava dicendo perché la sua voce è amplificata scandalosamente male per essere un’intervista pubblica e ci si mette pure l’effetto eco della sala dell’Odeo. “Signora, ma quindi non ha sentito niente?”. “No, non ho sentito niente ma va benissimo tanto quando parla gesticola un sacco”-replica la signora. Emma sorride. Poi aggiunge che, in effetti, i suoi spettacoli in siciliano devono fare lo stesso effetto: li si vede ma non li si capisce.

Vita mia. Genesi di un capolavoro

“Nel tuo teatro-dice Capitta- il pubblico ha sempre due possibili letture. C’è sempre questa contiguità tra la Vita e la Morte”. Lei risponde che al Sud c’è davvero questa ambivalenza. Ai matrimoni si vedono delle “scene pazzesche”, di gente che piange disperata. Tutto è mescolato. “Io non faccio gli spettacoli per il pubblico”- aggiunge- “Faccio gli spettacoli per me”. La necessità di dire agli altri è subordinata alla necessità di dire. Gli altri, il pubblico le deve assomigliare almeno un po’. Al pubblico Emma racconta spesso di questo dialogo con l’altrove. In Vita mia, uno spettacolo che Emma definisce come il suo capolavoro, la scena si apre con un letto vuoto, per raccontare la morte di un ragazzo. “Ho perso un fratello di 24 anni in un incidente”, dice. Poi prosegue svelta, chiedendoci divertita se ci pare possibile credere alla convenzione teatrale dell’attore che fa il morto immobile sul letto. “Ho capito che era il movimento il modo per raccontare la Morte. Gli ho dato la bicicletta, all’attore, e gli ho detto: ‘Pedala!’”.

E così, Emma ci regala il racconto della genesi di una delle scene più belle  mai viste a teatro: la scena struggente del ragazzino che pedala e pedala e pedala sulla sua bicicletta girando intorno al letto al suono del Sirtaki. “Dentro a questa festa, a questa bicicletta che pedala, dentro a questo movimento c’è la Morte”-spiega con generosità inaudita.

Emma e i fischi

Capitta guarda l’orologio. Sono le sette di sera. Il Tempo è tiranno. Prima di andare chiede al pubblico se ci sono domande. La signora anziana di prima si alza squillante e chiede colpita perché i loggionisti ce l’avrebbero tanto con Emma. Emma sfodera un sorriso incantato, ci riflette con calma e ridendo dice che forse è perché i loggionisti stanno troppo in alto, sono lontani, stano scomodi e sono in piedi tutto il tempo, e che forse, i loggionisti, non ci vedono bene. Ed è subito Meta-teatro.

 

Odeo del Teatro Olimpico di Vicenza, 20 Settembre 2014

67° Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico

Emma Dante incontra il pubblico. Con Gianfranco Capitta

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Io, Nessuno e Polifemo | Emma Dante

1. Io, nessuno e Polifemo_08

Io, Nessuno e Polifemo | Teatro Olimpico di Vicenza. A teatro bisogna spegnere la luce.
Spegnere la luce è un piccolo gesto.
Un clic. Un clic che non fa rumore. Un clic che interferisce con l’immaginazione, la frulla, la incatena. Oppure la culla.
Emma Dante del buio ha fatto la sua grotta. Il suo anfratto naturale dove riparare quello che c’è di più prezioso: la luce.
La luce perduta, la luce che non c’è, la luce che verrà.
Non è un caso che questa sua stagione teatrale come direttrice artistica al Teatro Comunale di Vicenza l’abbia aperta con il suo “Io, Nessuno e Polifemo”. Un occhio perduto, un terzo occhio mostruoso, un bulbo orribile e cieco da dove fuoriesce tutto l’amore doloroso per la Lingua, la letteratura, la poesia perduta e quella ritrovata. In un contenzioso solo apparente tra l’italiano, il dialetto e il Mito. In un “Corpo a corpo” non solo dialettico con il Teatro. Una “lectio magistralis” sulla poetica di Emma Dante spiegata da Emma Dante.
Domanda: perché mettere i sottotitoli in italiano? Per i non vedenti?

Anna Trevisan

 

67° Ciclo di spettacoli Classici

Teatro Olimpico di Vicenza- 17/20 Settembre 2014

Io nessuno e Polifemo

regia Emma Dante; con Emma Dante, Salvatore D’Onofrio, Carmine Maringola, Federica Aloisio, Giusi Viceri, Viola Carinci; musiche eseguite dal vivo da Serena Ganci; costumi Emma Dante; scene Carmine Maringola; luci Cristian Zucaro; coreografie Sandro Maria Campagna, assistente alla regia Daniela Gusmano; produzione Teatro Biondo Stabile di Palermo.
Prima Assoluta


http://www.tcvi.it/

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Giulietta e Romeo. Lettere dal mondo liquido | Teatro del Lemming

 

TEATRO del LEMMING_paifoto

Giulietta e Romeo |Teatro del Lemming. Foto di Pai Dusi

La vita è un pesce.

Il pesce rosso nuota nella boccia, silenzioso. Nessuno lo nota, nella penombra. Lui però continua a nuotare, continua a nuotare, continua a nuotare. Mentre noi tutti siamo concentrati a guardare altrove, a cercare altrove l’azione, il movimento, la tragedia. Mentre fissiamo sorridenti la versione contemporanea di Giulietta che si lava i denti e si interroga allo specchio del bagno con una sfilza di domande che sono un questionario, che sono un colloquio di lavoro. Mentre Giulietta si sgrava il cuore da aspettative standard, da richieste standard, da un futuro standard -“Quante lingue parli? … Sei stata in Erasmus? … Quanto tempo spendi sui social network? … Hai capacità di problem solving? … Descriviti in 25 parole!”- il pesce rosso continua a nuotare, proprio come ha fatto Abdul, per attraversare a nuoto La Manica.

Un lampo veloce illumina la connessione tra la visione e il senso, e ci suggerisce di rileggere il finale di Shakespeare che chiude il racconto della più infelice tra le storie, quella di Giulietta e di Romeo, con un ammonimento: “alcuni saranno perdonati, altri puniti”, alcuni sommersi ed altri salvati.

Il Teatro del Lemming sembra aver scelto di rileggere Shakespeare partendo dalla fine della tragedia, dal suo epilogo, per accompagnarci “à rebours” nella rivisitazione del Mito. Punge come una puntura di spillo, come la spina di una rosa, l’immagine del pesce rosso, e si deposita muta dentro lo sguardo,e aspetta di parlare alla fine.

Le parole degli altri

Vediamo Shakespeare rilucere in filigrana, dentro ai testi di altri, dentro ai pensieri di altri, dentro alle parole di Keats, dentro ad altri tempi, ad altri spazi, dentro agli stessi universali sentimenti di amore e di odio, dentro agli stessi eventi e ricorsi della Storia, così rissosi, così rabbiosi, così brutali.

Diciassette quadri, diciassette scene cesellate accurate appassionate, costruite sulla struttura shakespeariana di Giulietta e Romeo, si sovrappongono alla fisionomia di Shakespeare, la velano e la disvelano, interpretando con ardore il testo, riuscendo ad afferrarlo, ad acciuffarlo e a sgranarne il cuore: non l’amore sdolcinato che ci hanno dato a bere, non la banalità immortale di due fidanzatini qualunque con velleità suicide. Ma la potenza e l’irruenza e la veggenza di due persone che hanno irradiato la forza del proprio amore, l’hanno fatta traboccare, hanno inondato schiere intere di eserciti, di oppositori, di schieramenti di detrimenti al loro incrollabile amore. Morde al cuore Shakespeare la domanda che rimbomba in sala: “E tu? Che cosa saresti disposto a fare per salvare il tuo amore?”.

La commedia

La paternale a Romeo è un cameo di intelligenza entomo-sociologica. Nemmeno Dante, con la sua gravità presaga di morte, in bocca a Romeo basta per far desistere il padre dal chiamarlo scansafatiche, dal catalogarlo come bamboccione, dal pretendere che inveri quel futuro standard che ha concepito per lui.

Dopo aver addentato con tale puntuta arguzia scenica e drammaturgica il senso segreto di Shakespeare, dopo averlo traghettato con pazienza fino a noi pubblico, il Lemming non rinuncia alla commedia che tanto stringe e tanto serve alla tragedia in Shakespeare. I lazzi, le battute oscene, il triviale shakespeariano che muovono la pancia, che muovono la risata facile, che strizzano l’occhio al lettore come un contorno succulento intorno al primo amaro, sono tradotti dal Lemming in un linguaggio pop, che fa il verso agli intellettualoidi, agli artistoidi, al pubblico televisivo e ai giovani che parlano inglese e dimenticano la lingua delle emozioni. Non è un film però il video sulla casalinga e madre di famiglia che protesta, esterrefatta di sé, del trovarsi lì a protestare, davanti a un poliziotto, per salvare la terra. Giulietta è quella donna, Giulietta è quell’amore, Giulietta è quell’ostinazione, quella ribellione al già detto e al già deciso, ai matrimoni combinati e ai trafori in Val di Susa.

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Fiorella Tommasini in Giulietta e Romeo | Teatro del Lemming. Foto di SIRK

Futuri distopici e baci

Che cosa sarebbe successo se Giulietta non si fosse uccisa? Parla la musica. Parlano le tazze di porcellane di un servizio inglese. Parlano le dita che si sfiorano sul bordo del piattino, inseguendo un tè mai preso. Parlano le mani che spostano piattini, cucchiaini e fanno un tintinnio spettrale.

Come un emersione, straordinaria per potenza simbolica e insieme visiva, Giulietta e Romeo compaiono dal fondale con le teste incappucciate. Si scambiano un bacio bendato, bianco, senza respiro, che muove l’immagine immobile degli amanti di Magritte e le dà volume, le dà dimensione, le dà significato. Gli amanti si liberano il volto e si baciano, si baciano ancora. Con un bacio infatti muore il Romeo di Shakespeare, asciugando il veleno sulle labbra di Giulietta.

Mar Mediterraneo

“L’amore è una nuvola che si forma col vapore/ dei sospiri: se la nuvola svanisce/ l’amore è un fuoco che brilla negli occhi degli amanti; / se s’addensa ai venti contrari può diventare/un mare che cresce con le lacrime dell’amante” dice il Romeo di Shakespeare. E questa visione lacrimosa e liquida, frutto di destini avversi, nello spettacolo si allarga, fino a diventare dominante sulla scena insieme a quella, indimenticabile, del bacio degli amanti. Quel bacio è sommerso, allagato, affogato dall’acqua, quel bacio, quell’acqua sono il letterale messaggio nella bottiglia che ci affida questo spettacolo.

Acqua d’acciaio, acqua intera, acqua definitiva, acqua che cresce dalla terra. Acqua che cresce dall’acqua, acqua che dà sepoltura. Acqua che bacia, acqua liquida, acqua grembo. Acqua come colonne da varcare. Acqua sepolcro e fonte battesimale, dove nuotano i pesci. E tutti i pesci, si sa, anche i pesci rossi, nell’acqua respirano.

Anna Trevisan

 

Operaestate | CSC Garage Nardini, Bassano del Grappa -20 Luglio 2014

Giulietta e Romeo. Lettere dal mondo liquido | Teatro del Lemming

con Alessandro Sammartin, Alessio Papa, Chiarav Elisa Rossini, Diana Ferrantini, Fiorella Tommasini, Katia Raguso, Maria Grazia Bardascino; musica Massimo Munaro; regia Chiara Elisa Rossini e Massimo Munaro; una produzione Teatro del Lemming 2013

 

http://www.teatrodellemming.it

http://www.operaestate.it/evento/giulietta-e-romeo-lettere/

 

Guarda la video intervista a Massimo Munaro e Chiara Elisa Rossini su CULT TV!

 

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Il ritorno a casa | Peter Stein

Il ritorno-a-casa_Una-foto-dellospettacolo, Foto Pino Le Pera

Foto di Pino Le Pera

Maleducato, violento, scioccante. Il testo di Harold Pinter già nel ’65 deve aver creato non pochi turbamenti nel giovane e meno giovane pubblico astante, e altrettanto sconcerto di critica.

Tre ore di spettacolo con attori puri, bravi, bravissimi e la regia attenta, pulita, letterale di Peter Stein, che pondera la scena con un allestimento fedele alle indicazioni di Pinter, senza censurare il testo originale, ma anzi potenziandolo con l’inserimento qua e là di qualche parola in inglese a ricordarci la paternità linguistica di questo lungo, intenso, sorprendente viaggio onirico e psicoanalitico nel magma nero del rimosso. Un Freud esploso, polverizzato in tabù realizzati, in violenze che da verbali si fanno reali, in complessi e asimmetrie relazionali che scalzano ogni buon senso, in relazioni di genere ammalate, dove il maschile si è perso, decomposto in terrificanti ossessioni, e il femminile prima assente ritorna spaventoso.

Che dire di questo affresco familiare sbilenco, decentrato, allucinato, dove nessuno dei personaggi offre un appiglio o uno spiraglio di luce e moralità allo spettatore, ma anzi lo incalza e lo invita ad abbandonare la decenza verbale, ad uscire forsennatamente di senno, in un climax ascendente di turpiloqui, situazioni ambigue al limite dell’incesto?

Un branco di fratelli-lupi, acculati intorno al padre, vecchio capo branco sempre più solo, sempre più rognoso, e l’irrompere di una cognata-Lupa, che da preda si fa regina. Gli attori incarnano i personaggi con una tale puntualità di intenzioni, voce, gesti da lasciarci vedere per davvero la scena come se stesse accadendo in una famiglia reale, annegando il confine tra verità e finzione che probabilmente è la radice dello sconcerto che questo spettacolo procura.

Che sia uno spettacolo appuntito e sferzante lo capiamo fin dalla prima scena, quando assistiamo al dialogo degenerato tra Max, il padre ottantenne in cardigan, bastone e berretto magistralmente interpretato da Paolo Preziosi, e il figlio Lenny, che sfoglia strafottente il giornale, disteso sul divano di casa, rispondendo a sprazzi alle domande del “vecchio”, e insultandolo con parolacce così volgari che persino la ragazzina col piercing al naso seduta accanto a me in platea sobbalza esterrefatta.

Potrebbe essere una scena di oggi, ispirata alla generazione de “gli sdraiati”, quella del primo atto. Invece l’allestimento di questo incredibile, folle pezzo teatrale, ci ricorda che siamo negli anni ‘60, in una vecchia casa in un sobborgo a Nord di Londra. Il fumo della cicca avanzata aspirato dal vecchio Max non nasconde il turpiloquio serrato che si stringe intorno a padre figlio e allo zio autista, sopraggiunto nel frattempo.

“Sei un cuoco per cani” sentenzia Lenny a commento della cucina del padre, che poco prima ha apostrofato letteralmente come “coglione”, indeciso tra pose da damerino e bestialità da farabutto.

“Chi credete che io sia, vostra madre?” – ribatte Max -“Arrivate affamati come lupi a ogni ora del giorno e della notte. Andate fuori a trovarvi una madre!” – mettendo in chiaro fin da subito che in quella casa, in quella Famiglia impera un problema enorme e mostruoso con il femminile, e che questa perversione familiare alimenta e nutre tutte le relazioni.

In questo quadro tutto al maschile, alterato e compromesso di rabbia vomitata addosso con parole maleodoranti, si inseriscono gli sposi Teddy e Ruth, rispettivamente figlio e nuora di Max. L’arrivo della coppia nella casa avviene ad un’ora improbabile, nel cuore della notte, quando tutti dormono. “Vuoi restare?” chiede Ruth nervosa al marito. “Restare? Siamo venuti per restare” gli replica lui. “Il vecchio… credo ti piacerà … Lui è … vecchio. Hai i suoi anni” annuncia Teddy, che ritorna nella sua casa natia dopo anni di assenza, dopo un matrimonio “in contumacia” consumato con Ruth, con la quale condivide una nuova vita negli Stati Uniti. Teddy è professore di filosofia, una materia rarefatta e astratta che atterra in quella casa come un qualche cosa di estraneo, inutile, quasi alieno. E infatti alieno Teddy resterà per tutto il tempo della permanenza lì, lasciando fuoriuscire il siero velenoso dalle bocche degli altri, senza scomporsi né intervenire se non quando costretto perché interrogato. Tant’è che Teddy lascia fin da subito Ruth da sola ad affrontare la Casa, e scappa di sopra in camera a dormire.

Il fratello Lenny ricompare insonne nel salotto, in una isterica vestaglia zebrata, con cipiglio sguaiato e  indecente verso la basita eppure ammiccante Ruth, soverchiata (ma solo in apparenza) dalle sue avance verbali sempre più esplicite. Dall’orologio, oggetto carico di simbologie sessuali per antonomasia, la conversazione si fa strada in zone sempre più scivolose e rischiose. “Non è buffo? Io sono in pigiama e lei è tutta vestita!” commenta Lenny guardando Ruth avvolta nel suo impenetrabile cappotto. Con la sua trivialità sollecita, borderline, aggressiva, le allusioni sessuali sempre meno nascoste, con la sua scurrilità minacciosa e cupa il personaggio di Lenny piroetta in scena, esacerbando i tratti di una maschilità marcia e sudata di impudenza al limite della molestia sessuale.

“Sono sensibile all’atmosfera … ma tendo a desensibilizzarmi quando la gente pretende troppo da me. Non so se mi spiego …” dice Lenny, servendo un’aggressione a cascata di parole inzuppate di sudicerie così violente da suonare scurrili ma in modo contemporaneo.

Gli oggetti sono i coprotagonisti di questa pièce che, più che del ritorno a casa del figliol prodigo, smarcatosi dalla famiglia reietta per votarsi agli studi, parla del ritorno del rimosso, dei vecchi fantasmi seppelliti nell’alcova della memoria e liberati dalla presenza della moglie Ruth, sovrapposta in modo sempre più incontrollato e conturbante alla figura della madre morta.

Ecco un bicchiere posato sul tavolino che separa la conversazione tra Ruth e Lenny, e un posacenere, dove si negoziano appetiti  sessuali e disponibilità.

“Se tu prendi il bicchiere … io prendo te” dice Ruth, con un’anticipazione narrativa di quanto accadrà nel secondo atto.

Il padre Max svegliato dalle voci di Lenny e Ruth scende le scale e compare in un pigiama a quadri, per sentirsi rivolgere da Lenny la domanda cruciale: “Quella notte sai.. quella notte con la mamma come è andata? Qual è il “background”…del mio concepimento…”. L’allusione al tradimento della madre, al fatto che lui è un figlio illegittimo cripta il malumore e la maleducazione ostinata che regola tra i due la relazione.

Joe, il figlio minore di Max, assume la violenza su di sé e la trasforma in aggressività fisica, inventandosi boxer dopo i turni di lavoro.

Max ostenta osceno la voglia sanguinaria di fare una mattanza di tutta la sua figliolanza bastarda, e non a caso rievoca a più riprese il suo passato da macellaio. “Io rispettavo mio padre, non solo come padre, ma anche come macellaio! […] Ho imparato a squartare carcasse ai suoi piedi. Ho onorato il suo nome nel sangue. Ho messo al mondo tre uomini e tutti col mio manico!”.

Il salotto di casa è in effetti una macelleria di sentimenti, dove la carne si frolla in ricordi infuocati e in non-detti terribili, dove il sangue scorre nelle parole, imbrattando tutto, dove i dialoghi sono accoltellamenti e il rancore fuoriesce ad ogni respiro.

La notte, in pigiama, ci si affronta meglio, e quando il sonno e la veglia ormai si confondono svaporando in un’ora imprecisata del mattino, appare nella stanza Ruth, in una virginale vestaglia bianca, che sa di sposa, che sa di purezza, insieme a Teddy, il grande pensatore silenzioso, che tutto osserva, tutto vede e tutto sente ma non agisce.

“Hallo papà” saluta Teddy, l’uomo senza qualità musiliano che Stein ha posato sulla scena.

“Chi ti ha dato il permesso di portare delle luride sgualdrine in casa?” lo apostrofa il padre riferendosi a Ruth. “Dai papà non fare lo scemo” scherza Teddy. “Non è mai entrata una puttana sotto questo tetto da quando è morta tua madre” insiste Max, scioccando tutti, pubblico compreso.

Ma la risata è ammessa con parsimonia. Nessuna virata comica infatti nel dialogo. Il climax di follia e violenza trasforma le presentazioni in colluttazione fisica che travolge tutti e cala il sipario sul primo atto.

La Famiglia di Pinter è una famiglia nient’affatto sacra ma semmai dissacrata, dissanguata, ammalata, che purtroppo a noi italiani ricorda sinistramente un certo tribalismo endogamico e deviato di certa parte del (mal) costume nazionale, pubblico e privato.

Gli oggetti nominati nei dialoghi aprono varchi di intesa e contrattazione.

Dopo il bicchiere e il posacenere del primo atto, ecco comparire un tavolo (“filosoficamente inteso”) e un panino al formaggio. E proprio il tavolo in oggetto sarà occasione per Teddy di fornire al fratello e al pubblico la chiave di lettura di questo circo umano allo sbando.

Addentando un panino al formaggio, Teddy sembra voler mangiare, divorare, annientare la violenza allucinatoria che si è appena consumata in quella casa. La moglie/madre Ruth è femminile alterato, divoratore e satanico, nutrimento annientante e il distacco di Teddy prevede la visione di un mondo come mondo di oggetti, dove anche la moglie/madre non è che un tavolo che cammina e muove/apre le gambe.

“È solo questione di […] essere capaci di vedere! Io so vedere, è per quello che scrivo saggi critici. […] Voi siete soltanto degli oggetti. Vi muovete qua e là. Io vi osservo. Vedo ciò che fate. Fate le stesse cose che faccio io. Ma voi facendole vi perdete. Io invece non potrò mai… perdermi” -dice Teddy, poco dopo aver assistito all’ammiccamento della moglie-madre (ora vestita di nero) con il fratello Lenny, che deraglia in un ballo lascivo, e poi in esplicito amplesso, per rovinare in un deliberato atto sessuale a tre.

La conclusione della storia non è naturalmente questa. È molto più sorprendente. Oltre ogni limite.

Anna Trevisan

 

Teatro Toniolo, Mestre- Gennaio 2014

Il ritorno a casa  di Harold Pinter

regia di Peter Stein; traduzione Alessandra Serra; con Paolo Graziosi, Alessandro Averone, Elia Schilton, Rosario Lisma, Andrea Nicolini, Arianna Scommegna; scenografia di Ferdinand Woegerbauer; costumi di Anna Maria Heinrich; luci di Roberto Innocenti; assistente alla regia Carlo Bellamio

 

http://www.metastasio.net/it/produzioni-tournee/spettacolo-produzione.asp?evnId=282

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Nati nella cipria | Nuovi teatri a Bassano

Marta Dalla ViaIl Premio Scenario 2013 è stato attribuito ai bravi, bravissimi Fratelli Dalla Via  per Mio figlio era come un padre per me. Lui e lei, attori, sceneggiatori e ideatori di uno spettacolo raggelante eppure lieve, perché pieno di ritmo e intelligenza, cadenzato in un dialettismo semplice e naturale, che spreme acido la propria terra, il Veneto, restituendo l’affresco sgangherato di una generazione allo sbando, spolpata di sogni e di futuro. Il testo (finalmente un testo!) è frutto di quella mescolanza di riferimenti colti e popolari che -siamo sicuri- sarebbe stata tanto cara a Pasolini. Una caustica, asciutta ironia si piega a battute-spot già in voga, già sentite, già seppellite. Lapidario il messaggio, in un dialogo serrato tra due fratelli (anche sulla scena) che progettano il suicidio per far dispetto ai propri genitori: “niente armi, niente sangue. Un omicidio due punto zero”. “Nati nella cipria”, figli di ex-polentoni che ora cucinano solo polenta istantanea e che lavorano per lavorare, e che a far pavimenti tengon sempre i piedi per terra, meditano la propria ribellione alla plumbea immobilità ereditata quando però è ormai già troppo tardi: i genitori, si sono suicidati per primi. E allora, allora gli toccherà “di seppellirli […] vestirli […] rispettare le ultime volontà di due cadaveri”.

La Giuria scrive nella motivazione di “cupa parabola sul conflitto generazionale […] in cui il senso di colpa pare innescare un processo autodistruttivo che lascia poche vie di fuga”. E pare che il quadro scenico riesca a contenere egregiamente qualsiasi fuoriuscita di longevità omicida, suggerendo un nuovo scenario, dove i figli sopravvissuti ai padri chiedono di diventare migliori.

Si lascia perdonare il decisamente non riuscito spettacolo di Costa & Garaffoni, che nonostante il talento vocale (delle attrici) e quello plastico visivo degli autori non sembrano aver saputo costruire emozione e azione, troppo preoccupati del risultato (estetico) e senza alcun coraggio drammaturgico. Lo slancio (fisico) non sembra mancare affatto invece all’Alice disambientata di Ilaria Dalle Donne, che però dimentica la parola, resuscitata in un toccante canto.

Convince invece Valerio Moroni con il suo L’uomo nel diluvio che nello spazio suggestivo della Chiesa di San Bonaventura invita a salire nell’Arca /vasca da bagno per salvarsi dal diluvio. Buona presenza scenica, buono lo spettacolo, soprattutto quando il monologo diventa protagonista sul gesto. Noè sicuramente lo avrebbe voluto con sé.

B Motion Teatro | Operaestate Festival 2013

Teatro Remondini, Bassano del Grappa- 28 Agosto 2013

Mio figlio era come un padre per me

di e con Marta Dalla Via e Diego Dalla Via; aiuto regia Veronica Schiavone; partitura fisica Annalisa Ferlini; scene Diego Dalla Via; costumi Marta Dalla Via

Quello che di più grande l’uomo ha realizzato sulla Terra di Costa e Garffoni

Alice Disambientata di e con Ilaria Dalle Donne

L’uomo nel diluvio di e con Valerio Moroni

http://www.operaestate.it/evento/mio-figlio-era-come-un-padre-per-me/

http://www.operaestate.it/evento/quello-che-di-piu-grande-luomo-ha-realizzato-sulla-terra/

http://www.operaestate.it/evento/alice-disambientata/

http://www.operaestate.it/evento/uomoneldiluvio/

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I am a passenger- 28 agosto

20130829_192649Bassano del Grappa – B Motion Teatro-Operaestate Festival

Non è solo il mistico titolo rock di una canzone di Iggy Pop. È anche il titolo di una passeggiata molto speciale. Una camminata sensoriale all’aperto, lungo le strade del centro storico, ancora bagnate e lustre di pioggia. Si parte dal cuore della Città. Piedi, mani, naso, orecchie: ogni organo di senso quando gli occhi sono bendati risulta ingigantito. Il tatto esplora improvvisamente le pieghe ruvide di oggetti noti diventati sconosciuti. E simultaneamente si lascia accarezzare dall’aria e dai rumori dell’ambiente, fino a prima sommersi. Le voci della strada tamburellano sulla pelle, filtrando nelle note della musica . L’udito si ribella alla superficie e la profondità dei suoni si amplifica enormemente, captando come un sonar onde abissali. Il terzo occhio spunta inaspettato sulla schiena, sulle ginocchia, sul dorso delle mani, permettendo di vedere col corpo porosità, morbidezze, spigoli prima ciechi.

I performer scelgono uno spettatore, e lo incontrano con una tale intensità di sguardi da far venire le vertigini. Mentre si consuma questo delicato laboratorio tattile degno del miglior Bruno Munari, il paesaggio sonoro della Città emerge soffice e nuovo. Poi gli occhi tornano a vedere e alla musica subentra la voce di persone straniere che raccontano in cuffia come vedono la città. La passeggiata ha inizio e per mano, come bambini, gli spett-attori camminano piano da Piazza Libertà con destinazione il Teatro Remondini. Durante il viaggio immenso e gentile, gambe attente e mani vigili ascoltano voci con forte accento straniero. Il cinguettio registrato di sottofondo rassicura e in uno shock sinestetico l’occhio afferra al volo delle rondini che volano (per davvero) sotto un porticato. Il Ponte Vecchio diventa un immenso passaggio tra due mondi, mentre una buca delle lettere anonima appesa ad un muro assurge a luogo della memoria, quando una voce con inflessioni dell’Est racconta che scrivere lettere è il modo che preferisce per passare il tempo, perché pensa ai suoi cari. I cortocircuiti innescati dalle voci narranti e dal percorso urbano svegliano significati nuovi. L’intersezione di suoni, odori, profumi, profondità tattili sollevano un piacevole delicato spaesato stordimento percettivo. Se al buio è il tatto il senso dominate, all’aria gli occhi tornati liberi sentono diversamente odori e rumori. Questa passeggiata lenta, curiosa, meravigliata culmina serena nell’arrivo al prato dietro al teatro, trasfigurato in bellissimo, audace Paradiso.

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