Il piacere del buio | Marta Telatin e D’AltroCanto

“Il suono (cioè il silenzio e le sue diverse modulazioni, così come i rumori che ne spezzano la trama) non si rivolge solo all’orecchio; impregna il corpo intero. […] Così il suono crea il suo ambiente, lo organizza, gli dà forma. Ne cambia la struttura dinamica molecolare imponendo a quest’ultima una danza su variazioni sonore. È evidente che l’aria non è la stessa se rimane silenziosa o se si anima per effetto delle vibrazioni acustiche”.

Alfred Tomatis, Ascoltare l’universo. Dal Big Bang a Mozart

Il buio ci attende, dietro alla porta chiusa di una delle stanze del Centro Universitario. Nell’androne dove aspettiamo di entrare, c’è via vai continuo di biciclette, libri, studenti, risate e le aule studio brillano di luci al neon. Il buio, questo sconosciuto, che compare quando caliamo le palpebre e ci addormentiamo, che ci accompagna nel sonno, che ci conduce nel sogno. Il buio: apertura segreta su mondi possibili, nostro amato e temuto sodale.

Quando lo spettacolo sta per avere inizio, al pubblico viene chiesto di mettersi in fila indiana e di lasciarsi condurre nel buio della sala, guidati dal nostro ignoto vicino. Tra ilarità e disagio, ci infiliamo nel buco nero della stanza, dove progressivamente ci abituiamo al buio.

Non conosciamo lo spazio dove ci viene chiesto di sederci. Ascoltiamo docili le raccomandazioni snocciolate dalla voce aperta e chiara della poetessa e scrittrice non vedente Marta Telatin. Il suono delle sue parole abita il buio con naturalezza e si muove ondivago nello spazio raggiungendoci come una carezza.

Scoppia un silenzio innaturale zuppo di attesa e di agitazione. Sono probabilmente in pochi ad essere abituati a sostare nel buio in stato di veglia e per un tempo prolungato. Lo spettacolo, ci avvisano, durerà quaranta minuti. Una persona dal pubblico si alza nervosa e abbandona la sala. La paura del buio lo insegue e se ne esce dietro di lui, come un’ombra. Noi rimaniamo seduti, completamente liberi e disponibili a partire finalmente per questo eccentrico viaggio.

Come una danza arriva il suono di due voci femminili che non conosco. Altre istruzioni e poi il tintinnio ovattato di un diapason accorda i nostri corpi ai loro, le loro voci alle nostre orecchie. Siamo pronti per ascoltare.

Incredibile sentir arrivare come un’onda il canto a due di queste strepitose voci femminili. Sono voci argentine, fresche, che zampillano e sgorgano come acqua di fonte. Ci irrorano gli occhi, lasciandoli stupefatti. Le vediamo ballare, gonfiare le lunghe sottane all’aria aperta e piena di sole, stendere i panni colorati ad asciugare la vento, danzare in mezzo all’erba del prato, rincorrersi e giocare. Le ascoltiamo raccontare d’amori dolenti e di ninne nanne antiche, in lingue e dialetti sconosciuti, che riverberano nella stanza come pepite d’oro, come gemme preziose incastonate in un buio che improvvisamente dilegua per svaporare in un vuoto senza paura. Percepiamo i corpi delle due cantanti, che respirano e si muovono nello spazio sprigionando il loro canto.

La voce adamantina di Marta Telatin dilata il buio, lo libera, lo scuce con le sue parole limpide, senza eco. Parole poetiche, inanellate senza orpelli, regalate all’universo senza scopo di lucro, regalate al mondo intero, radianti e rapide, forti e chiare, libere e felici. Sono parole di luce, di gioia, ambrate, perlacee, smeraldine. Senza magniloquenza, essenziali e colme di esperita sapienza. Nude ci ancorano a terra e ci lanciano in cielo. Sono parole che conosciamo, perché le abbiamo lette nei suoi libri. Ma, qui al buio, ne sentiamo in modo nuovo il significato, ne percepiamo la musica e la melodia senza spazio e senza tempo: Forse per la prima volta, le ascoltiamo con l’intensità e la cura che meritano, lasciandole sorvolare lievi le nostre abitudini estetiche, lasciandole entrare e fare breccia tra i nostri pregiudizi scolastici e le nostre piccinerie accademiche, lasciandole seminare il nuovo, che ci destabilizza con vertiginosa leggerezza, sollevandoci in alto, in un cosmico volo infinito.

Le parole di Marta, pronunciate con una morbida e tagliente naturalezza, diventano oasi e cuscini dove appoggiarsi, immaginifici ponti da attraversare, occhiali per vedere, finalmente, lo sconfinato universo.

Scopriamo che sperimentare il buio in stato di veglia è come sperimentare il vuoto, vederlo, abitarlo. Scopriamo che il buio è il vuoto. Un vuoto orientale, non sottrattivo, non spaventoso. Una zona di rarefazione dell’ego, rigenerante e rigenerata in nuove dimensioni e forme. Scopriamo il potere attivante del buio, il suo saper fare spazio per farci entrare. Scopriamo nel buio un esaltatore di sapidità dell’udito, della vista e dell’immaginazione. Scopriamo che il suono ha un potere rigenerante e che converge sorprendentemente con le qualità del buio, con il suo essere assenza di luce eppure sua manifestazione.

Grazie alle voci meravigliose di Elida Bellon e Giulia Prete, che hanno tessuto racconti in canto, accompagnandoci ai confini del tempo e alla voce chiara, potente e necessaria di Marta Telatin, che con la sua poesia ci consegna la chiave segreta per abitare insieme a lei il buio, mostrandoci gli sconfinati confini dell’universo.

Anna Trevisan

Domenica 16 Febbraio 2010
Ore 18.00, Centro Universitario di via Zabarella, Padova
Chiaro di voci. Canti e parole al buio
Concerto di canti di tradizione popolare del mondo
A cura di Duo D’AltroCanto
Letture poetiche di e con Marta Telatin

“Angst vor der Angst” | Chiara Elisa Rossini

Kiki Smith, Companion, 2000, ink on Nepal paper, 51.4 x 76.2 cm, 20 1/4 x 30 in., Courtesy Pace Gallery, © Photo: Ellen Page Wilson © Kiki Smith

“Siamo fatti della stessa materia di cui s’intessono i sogni, e i sogni sollevano le palpebre come i piccoli bambini sotto i ciliegi, dalla cui corona il suo cammino oro pallido la luna piena inizia attraverso la grande notte […] E tre cose sono una: un uomo, un oggetto, un sogno”. (Hugo von Hofmannsthal, Terzine sulla caducità, III.[1])

“Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo è il suo logos”. (Eraclito, Frammento 45)

“L’angoscia – Die Angst – ha un’innegabile connessione con l’attesa – Erwartung –: è angoscia prima di e dinanzi a qualche cosa – vor etwas –. Possiede un carattere di indeterminatezza – Unbestimmtheit – e di mancanza d’oggetto – Objektlosigkeit –; nel parlare comune, quando essa ha trovato un oggetto – wenn sie ein Objekt gefunden hat –, le si cambia nome, sostituendolo con quello di paura – Furcht” (Sigmund Freud, Opere)


C’è qualcosa in Chiara Elisa Rossini che lascia stupefatti. Non è solo il suo bel volto, dai tratti forti e marcati. Non è solo la sua potente fisicità, la sua qualità di presenza sulla scena; non è solo la sua voce, capace di timbri scuri e chiarissimi, la sua espressività, la sua capacità interpretativa così versatile e intensa, così bruciante. Ciò che sorprende di lei è che tutte queste doti coesistano simultaneamente in una sola persona. In lei il maschile ed il femminile sembrano aver fatto pace per dar luogo ad un intero, screziato di colori, di tonalità, di nuances che ci prendono per mano e ci accompagnano in un lungo viaggio: quello dentro a noi stessi, attraverso una partitura drammaturgica intelligente, variegata e piena di suggestioni visive che richiamano i grandi classici dell’arte contemporanea. Il suo “Angst vor der Angst” è molto più di un monologo: è uno spettacolo affollato di personaggi, di citazioni colte e popolari, di spunti per leggere la contemporaneità e, soprattutto, un invito ad attraversare la paura e a ritornare nel bosco del “c’era una volta”.

I capelli sciolti e ricci, ribelli come quelli di una Gòrgone, un mantello nero buttato sulle spalle, Chiara Elisa Rossini aspetta in piedi l’ingresso del pubblico. Ci guarda entrare e prendere posto, mentre in mano tiene un giocattolo a molla: è una scatola colorata, con un carillon azionato manovella. Quel carillon ci riporta al suono dell’infanzia e, nello stesso tempo, alla paura panica che da bambini avevamo che proprio da quella magica, sinistra scatola potesse irrompere all’improvviso uno sguaiato pagliaccio. Quella scatola custodita tra le mani dall’attrice si trasforma presto in un oggetto perturbante, (re)suscitando un’atavica paura dell’inanimato insieme al ricordo del racconto “L’uomo della sabbia” di E.T.A. Hofmann.

“C’è una fiaba in ogni cosa: nel legno, nel tavolino, nel bicchiere, nella rosa … Ecco perché caro spettatore sei stato invitato … ma … è un discorso frammentato”- ci avvisa l’attrice parafrasando la rimata filastrocca di Gianni Rodari. Il buio cala nella sala, illuminato da due indizi: questo spettacolo è una fiaba ed è costruito per frammenti. Si riaccendono le luci e il personaggio fiabesco dell’apertura, un po’ strega, un po’ maga, è svaporato. Al suo posto, una dea post-rock alla Laurie Anderson che al microfono declama in inglese un elenco di parole, mentre dietro di lei scorre un video proiettato sulla parete. “We have no fears…. We have….science, medicine, antiobiotics, … knowledge…”-dice, con una voce strepitosa, capace di inghiottire la musica e sputarla fuori in prosa. Poi, con un nuovo repentino cambio di personaggio, ci parla con timbro chiaro e bianco come il latte: “Il desiderio ci induce spesso ad incontrare ciò che temiamo”. E la dea post-rock si trasforma nell’impensato: una creatura della natura, con indosso una pelliccia e delle lunghe corna. Dietro di lei si accende sul video un bosco di neve e il suono della tormenta. L’attrice scompare e diventa legno, vento, canto, lasciandoci assaggiare il gusto naturale e vivo dell’inverno, il suo lucore, il movimento febbrile degli animali che cercano di sopravvivere al gelo. Il costume-totem indossato da Chiara ricorda Joseph Beuys e le sue performance ecologiste.

Ma dei rumorosi spari di vernice rossa spezzano il bianco del fondale e, con esso, anche le potenti suggestioni sciamaniche di poco prima. Il rosso sangue improvvisamente acceso sul telo bianco fa pensare al colore della guerra e delle armi, e allo spazialismo di Lucio Fontana derubato della pace.

Il mondo va troppo veloce perché Chiara Elisa Rossini possa fermarsi e con camaleontica capacità attorale si trasforma ancora per raccontarci una celebre fiaba di Grimm: “Il pescatore e la moglie”. Seduta su una sedia, afferra una mela rossa. Inizia a sbucciarla e a raccontare. Addenta la mela , la mastica, e intanto parla e snocciola la storia di un pescatore che incontra un pesce parlante e gli risparmia la vita. E mentre ci racconta questa fiaba- anatema sull’avidità e sull’ingordigia umana- vediamo scorrere dietro di lei le immagini video di una bocca che divora una mela, che la ingurgita smodatamente, che la ingoia senza più nemmeno sentirne il sapore. Quella mela divorata diventa immediatamente il simbolo epifanico della Terra, consumata senza misura dagli essere umani. L’opulenza, il disgusto, la nausea, la noia, la voracità, la prepotenza, l’arroganza, la violenza dell’essere umano traboccano da quel frutto proiettato sul fondale e la fiaba di Grimm riceve nuova luce e nuovo significato dal cortocircuito con il contemporaneo.

Alzi la mano chi non ha mai avuto paura. Paura della notte, paura degli omosessuali, paura del contatto, paura dei ricordi, paura degli sconosciuti… Una paura per tutte: la xenofobia, la paura dello straniero… La voce di Chiara pronuncia concitata una sfilza di cose, fatti, sentimenti, pensieri che fanno paura. E poi ci racconta un aneddoto, costringendo la nostra immaginazione a pensarci in volo su un aereo, seduti accanto ad una coppia di musulmani, mentre le turbolenze lo scuotono e lo fanno tremare …

Volta la carta e racconta altre fiabe, altre storie, dai fratelli Grimm e dalla tradizione di fiabe popolari italiane. Dagli altoparlanti sentiamo uscire le voci di Salvini e di Trump, che risuonano come le voci di un orco, in mezzo al bosco. Il favoloso e il reale di nuovo si mescolano insieme in modo esemplare, esortandoci a diventare eroi coraggiosi, a vincere i mostri, le streghe, i malefici di oggi. Ma compare un oggetto in scena, la maschera antigas, che gela il sangue nelle vene, perché non è naturale. Non è naturale nemmeno la paura che suscita. In un nuovo dialogo tra la scena reale e il video proiettato alle spalle, la maschera antigas evoca la paura dell’annientamento totale, che non risparmia nemmeno i bambini. Sogno, incubo, profezia, ricordo si uniscono in una raggelante visione, che culmina nella bara trasparente portata a braccia da Chiara. Con quella bara, in scena entra la rappresentazione materiale della nostra paura più profonda: quella della morte. La fiaba di “Giovannin senza paura” si intreccia ai frammenti del contemporaneo, alle sue guerre, ai suoi morti. “Hai mai trascorso del tempo vicino ad un corpo che non respira più?”- ci chiede l’attrice, continuando il suo serrato colloquio con gli oggetti scenici.

Un diavolo rosso emerge dal pennello che l’attrice impugna per dipingere il telo bianco. Maschera apotropaica, rituale che trasfigura la paura in porta da attraversare. Il richiamo potente, quasi insistito alla natura congeda lo spettatore, lasciandolo spiazzato per la schietta genuinità del messaggio finale. Una semplicità conclusiva non facile e terribilmente vulnerabile di fronte allo sguardo cannibale del consumatore-spettatore.

Dedicato a tutti quelli che vogliono attraversare il bosco, vincere gli orchi e (ri)trovare il tesoro sepolto nel ventre di Madre Terra.

Anna Trevisan

OPERAPRIMA FESTIVAL
12 settembre 2019, Teatro Studio, Rovigo
Welcome Project /Angst Vor Der Angst
Di e con: Chiara Elisa Rossini
Assistenza ed elaborazione video: Aurora Kellermann
Musiche originali: Munsha
Assistenza tecnica: Silvia Massicci
Riprese video: Marina Carluccio
Coproduzione: Teatro del Lemming
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Biennale Cinema 2019 | “Joker”

I supereroi, anche un po’ mostruosi, tirano anche a Venezia. Qualche accenno era venuto da “Birdman” presentato 2014 e da “The shape of water” vincitore del Leone del 2017. Oggi è la volta del romanzo di formazione a Gotham City del cattivissimo eroe negativo dei DC Comics, il nemico giurato di Batman. Fortunatamente ci siamo scampati gli Avengers della Marvel, che non reggo proprio. Nel 1989 ebbi l’occasione di vedere negli States il cupo Batman di Tim Burton e lo trovai potente, originale, veramente cinematografico e affrancato dal fumetto. L’operazione portata avanti in “Joker”, alla ricerca di originalità, consiste all’opposto nell’abolire la dimensione gotica della saga e collocare la narrazione nella realtà urbana degli anni ‘70, come hanno fatto Tarantino nel suo ultimo film e Fincher nella serie “Mindhunter” per Netflix. Gotham è New York ed altre metropoli, con inquadrature di vie e stazioni della metropolitana che citano “Il braccio violento della legge”, “I tre giorni del Condor” e tanti altri film, stuzzicando gli attempati cinefili della Mostra, come il vostro Mostro. Tutto molto ben fatto, ben scritto e girato, riesce l’operazione “sympathy for the monster”, il film è godibile e vince il Leone. Ma non appassiona l’autentico Mostro della Laguna.

Chiude la Mostra e il Mostro ritorna sui fondali. Ha perso molti film importanti, in particolare il “Dreyfus” di Polanski, e se ne scusa. Ha intravisto le anatre di Sant’Alvie’s e quindi non affonderà con i suoi tentacoli le barche dei cacciatori. Saluta e raccomanda ai suoi lettori di visitare spesso il blog “Multiculti – Another day on the earth” di Anna Trevisan. Ha bisogno di clic e li merita.

Il Mostro Marino alias S.M.

Biennale Cinema 2019, Venezia 76 Concorso
“Joker”
Leone d’Oro per il miglior film
Regia: Todd Phillips 
Produzione: Joint Effort (Todd Phillips, Bradley Cooper, Emma Tillinger) 
Durata: 118’ 
Lingua: inglese
Paesi: Usa 
Interpreti: Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy 
Sceneggiatura: Todd Phillips, Scott Silver 
Fotografia: Lawrence Sher 
Montaggio: Jeff Groth 
Scenografia: Mark Friedberg 
Costumi: Mark Bridges 
Musica: Hildur Guðnadóttir 
Suono: Alan Robert Murray, Tom Ozanich 
Effetti visivi: Doug Facciponti, Jeff Brink 
Note: 18+
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Biennale Cinema 2019 | Note a margine

Fotografia, ambientazione, arredi e costumi da spot pubblicitario, ovvero grande impiego di danaro, per un lungo e insignificante “Waiting for the barbarians”. Tratta del confronto fra le logiche imperiali e popolazioni tribali, ossia del dramma fondativo di ogni grande nazione. Laddove la sottomissione delle culture tribali è riuscita si è generata espansione economica e un’omologazione chiamata pace. Dove l’assimilazione e lo sterminio non si sono compiuti fino in fondo, come in gran parte del mondo islamico che fu molto più tollerante e meno spietato delle potenze occidentali, le guerre, la miseria, il conflitto perenne, permangono fino ai nostri giorni. Una tematica di indubbio interesse, quindi, che in questa pellicola si tenta di rendere universale eliminando tutti i riferimenti storici e geografici. I barbari sono oltre il confine di un impero imprecisato, che comprende territori e città immaginarie, in un epoca che allude al XIX secolo. I soldati della guarnigione, i villici del villaggio, i barbari, si riducono a marionette stereotipate, il film a una storiella con pretese universali. L’ambientazione di “Sanctorum” è invece di un realismo spietato, dove la dilatazione dei tempi allude a un destino tragico come nei film di Anghelopoulos. Qui la sottomissione e lo sterminio di un popolo indigeno per la produzione e il traffico della cocaina assumono un valore di monito universale proprio perché narrate in un contesto storico preciso. Il contesto è l’oggi globale, l’economia di mercato che vede nella cocaina uno dei suoi pilastri. Nel finale, a ricordare quali creazioni spirituali muoiono con la scomparsa di un popolo indigeno, scendono in campo gli dei precolombiani, il finale sarebbe aperto ma non fa nutrire molte speranze. L’entità economica legata al traffico di cocaina, davanti alla quale ogni considerazione legale e morale è messa da parte, viene illustrata con efficacia e grande spettacolo nelle due puntate di “Zero, zero, zero”. Un investimento produttivo pazzesco che la colloca ai livelli delle maggiori produzioni statunitensi. È televisione, ma da seguire quando verrà trasmessa.

Il Mostro Marino alias S.M.

Biennale Cinema 2019, Venezia 76 Concorso
“Waiting for the Barbarians”
Regia: Ciro Guerra 
Produzione: Iervolino Entertainment (Michael Fitzgerald, Olga Segura, Monika Bacardi, Andrea Iervolino) 
Durata: 112’ 
Lingua: inglese, mongolo 
Paesi: Italia 
Interpreti: Mark Rylance, Johnny Depp, Robert Pattinson, Gana Bayarsaikhan, Greta Scacchi 
Sceneggiatura: J.M. Coetzee 
Fotografia: Chris Menges 
Montaggio: Jacopo Quadri 
Scenografia: Domenico Sica, Crispian Sallis 
Costumi: Carlo Poggioli 
Musica: Giampiero Ambrosi 
Suono: Paolo Segat 
Effetti visivi: El Ranchito
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Biennale Cinema 2019 | Due film a confronto, firmati da Franco Maresco e da Andrea Segre

Due modi di uccidere la memoria. Il mock documentary “La mafia non è più quella di una volta” di Franco Maresco e il documentario su Porto Marghera “Il pianeta in mare” di Andrea Segre visti assieme danno una visione binoculare del nostro paese, delle realtà economiche delle dinamiche sociali della Sicilia e del Nordest, che rivelano aspetti radicalmente contrapposti e, al contempo, notevoli punti di contatto. La Sicilia di Maresco, vista dallo Zen di Palermo, è un deserto umano nel quale ognuno è per sé, dove il degrado avvolge e mortifica tutti, vecchi e giovani, elettori e politici, sani e folli, con i sani sempre sull’orlo di precipitare nella follia. Oramai è finita anche la funzione regolatrice della Mafia, che non è più quella di una volta, e tutti sono impegnati con tenacia a perdere la memoria. Chi chiede di ricordare, come la fotografa Letizia Battaglia, è visto con fastidio e disprezzo. Non si vedono immigrati, ma la condizione esistenziale dei palermitani descritta da Maresco è quella di immigrati marginali nella propria terra. Nell’operosa Marghera, invece, tanti migranti, operai qualificati dall’Europa dell’est, dall’Africa, dal Bangladesh, che non possono ricordare nulla di quel che fu la realtà politica del polo industriale veneziano. L’industria petrolchimica è in demolizione, producono alacremente i cantieri navali. Con la scomparsa della prima è finita anche la potenza politica del sindacato, adesso ognuno è per sé, come a Palermo. Per quelli che vissero la condizione esistenziale dell’essere parte di una classe rimane solo la nostalgia raccontata dal vuoto della sala delle assemblee e dalle parole di chi ancora frequenta l’osteria subito fuori dei cancelli dei cantieri. Di Maresco al Mostro era piaciuto di più “Belluscone. Una storia siciliana”, presentato alla Mostra del 2014, che mostrava come, nel deserto della memoria, si fosse installata la politica di Forza Italia. Qui la messa in scena ricalca troppo le gag di “Cinico TV”, che seguire per novanta minuti diventa un po’ difficile. Più esteticamente interessante la ricerca formale nelle immagini e nei suoni di Segre, che a tratti ricorda quelle del petrolchimico di Ravenna in “Deserto Rosso” di Antonioni.

Il Mostro Marino alias S.M.

Biennale Cinema 2019, Venezia 76 Concorso
"La mafia non è più quella di una volta"
Premio Speciale della Giuria 2019
Regia: Franco Maresco
Produzione: ILA PALMA (Rean Mazzone, Anna Vinci), Dream Film (Daniele Moretti, Paolo Quaregna), Tramp Limited (Nicola Picone, Attilio De Razza) 
Durata: 107’ 
Lingua: italiano, dialetto siciliano 
Paesi: Italia 
Interpreti: Letizia Battaglia, Ciccio Mira 
Sceneggiatura: Franco Maresco, Claudia Uzzo, Francesco Guttuso, Giuliano La Franca 
Fotografia: Tommaso Lusena De Sarmiento 
Montaggio: Francesco Guttuso, Edoardo Morabito 
Costumi: Nicola Sferruzza 
Musica: Salvatore Bonafede 
Suono: Luca Bertolin

Biennale Cinema 2019, Fuori Concorso Il pianeta in mare Regia: Andrea Segre Produzione: ZaLab Film (Andrea Segre), Rai Cinema, Istituto Luce Cinecittà  Durata: 93’  Lingua: dialetto veneto, italiano, rumeno, bengalese, inglese  Paesi: Italia  Sceneggiatura: Gianfranco Bettin, Andrea Segre  Fotografia: Matteo Calore  Montaggio: Chiara Russo  Musica: Sergio Marchesini  Suono: Alberto Cagol, Riccardo Spagnol 
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Biennale Cinema 2019 | “You will die at twenty”

Di una gioventù segnata da una maledizione mortale tratta anche il film sudanese “You will die at twenty”. È ambientato in un’area dell’Islam dove la dimensione religiosa è onnipresente e pervasiva nella vita di ognuno ma che, al contempo, risulta moderata e tollerante ad opera della tradizione Sufi e degli influssi animistici. La maledizione religiosa risulta meno inesorabile di quella biologica di “Babyteeth”, il protagonista lascia il villaggio per scoprire il mondo in un finale che al Mostro ha ricordato quello de “I quattrocento colpi”. Un’opera sul conflitto fra individuo e norma sociale, dalla narrazione pacata e con molti attori non professionisti e che al Mostro ha ricordato quella del 1966 di Konchalovskiy, “Storia di Asja che amò senza sposarsi”, storia di ambientazione rurale nella Russia sovietica. Se il cinema, secondo alcuni, è come la musica romantica, legato cioè ad un passato oramai tramontato, bisogna forse cercare alcuni dei suoi germogli vitali nelle società contadine, dove le lucciole non sono scomparse.

Il Mostro Marino alias S.M.

Biennale Cinema 2019
Leone del Futuro – Premio Venezia opera prima “Luigi De Laurentis”
You will die at 20
Regia: di Amjad Abu Alala 
Sudan, Francia, Egitto, Germania, Norvegia, Qatar
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Biennale Cinema 2019 | “Babyteeth” by Shannon Murphy

Una caratteristica stilistica del cinema australiano e neozelandese visto in questi anni alla Mostra (e dove se no?) è la assoluta mancanza di suspense. Definita da Hitchcock come quel dispositivo narrativo per il quale lo spettatore sa qualcosa che i personaggi non sanno, la suspense non interviene in “Babyteeth” a turbare la lenta narrazione dell’incontro di una quindicenne di buona famiglia ammalata di cancro con la libertà e la morte, simbolizzate dalla perdita di alcuni denti di latte rimasti per errore nella sua bocca. Stilisticamente coerente, ottimamente recitato con interessanti virate verso la commedia, è di una lunghezza difficile da affrontare.

Il Mostro Marino alias S.M.

Biennale Cinema 2019 - Venezia 76 Concorso
"Babyteeth"
Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente a:Toby Wallace nel film “Babyteeth”
Regia: Shannon Murphy 
Produzione: Whitefalk Films (Alex White) 
Durata: 120’ 
Lingua: inglese 
Paesi: Australia 
Interpreti: Eliza Scanlen, Toby Wallace, Emily Barclay, Eugene Gilfedder, Essie Davis, Ben Mendelsohn 
Sceneggiatura: Rita Kalnejais 
Fotografia: Andrew Commis 
Montaggio: Steve Evans 
Scenografia: Sherree Philips 
Costumi: Amelia Gebler 
Musica: Amanda Brown 
Suono: Angus Robertson

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Biennale Cinema 2019 | “A herdade” by Tiago Guedes

Bertolucci aleggia anche nel film portoghese “A herdade”, versione lusitana di “Novecento”, durante e dopo la dittatura salazarista. Protagonista un latifondista che è di fatto un feudatario novecentesco, quindi scontri con il potere centrale, ius primae noctis, incesti, figlio degenere etc. etc. La realizzazione è asciutta, montaggio lento e assenza di una colonna musicale. Ma se a un film di tal genere togli le scene melodrammatiche e la musica di Verdi diventa di una pesantezza terribile. Anche qui, alla fine, muore un cavallo.

Il Mostro Marino alias S.M.

Biennale Cinema 2019- Venezia 76 Concorso
A herdade (La tenuta)
Regia: Tiago Guedes
Produzione: Leopardo Filmes (Paulo Branco), Alfama Films Production, CB Partners, Ana Pinhão Moura Produções
Durata: 164’
Lingua: portoghese
Paesi: Portogallo, Francia
Interpreti: Albano Jerónimo, Sandra Faleiro, Miguel Borges, Ana Vilela da Costa, João Vicente, João Pedro Mamede
Sceneggiatura: Rui Cardoso Martins, Tiago Guedes, Gilles Taurand
Fotografia: João Lança Morais (Janeko)
Montaggio: Roberto Perpignani
Scenografia: Isabel Branco
Costumi: Isabel Branco, Inês Mata
Suono: Francisco Veloso, Elsa Ferreira, Pedro Góis
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Biennale Cinema 2019 | “Lan xin da ju yuan” by Ye Lou

Con “L’ultimo imperatore” Bertolucci rese omaggio alla millenaria civiltà cinese. Diventata una delle principali cinematografie mondiali, la cinematografia cinese restituisce il favore con “Saturday fiction” e realizza la versione orientale de “Il conformista” ambientata nelle concessioni orientali di Shangai durante l’occupazione giapponese. Le concessioni erano aree della città amministrate dalle potenze europee che dal ‘37 al ‘41, cioè fino all’attacco a Pearl Harbour, godevano di una relativa autonomia, isole di consuetudini e libertà di espressione occidentali come sarà poi Berlino nel dopoguerra. Volendo strafare Lou Ye costruisce però un indigesto bignami di cinema: bianco e nero e montaggio Nouvelle Vogue, trama che mescola finzione teatrale e plot spionistico, infine sparatorie forsennate stile Hong Kong.

Il Mostro Marino alias S.M.

Biennale Cinema 2019 - Venezia 76 Concorso
Lan xin da ju yuan (Teatro Lyceum)
Regia: Ye Lou
Produzione: Yingfilms (Ma Yingli), Qianyi Times, Lou Ye, Bai An Films, Tianyi Movie & Tv
Durata: 126’
Lingua: mandarino, inglese, giapponese, francese, tedesco
Paesi: Cina
Interpreti: Gong Li, Mark Chao, Joe Odagiri, Pascal Greggory, Tom Wlaschiha, Huang Xiangli
Sceneggiatura: Ma Yingli
Fotografia: Zeng Jian
Montaggio: Lou Ye, Feng Shan Yulin
Scenografia: Zhong Cheng
Costumi: Linlin May
Suono: Fu Kang
Effetti visivi: Wang Lei
Note: dal romanzo Death of Shanghai di Hong Ying
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Biennale Cinema 2019 | “Gloria Mundi” by Robert Guédiguian

Sic transit. Gloria mundi unisce alla costruzione spietata della sceneggiatura dei film di Ken Loach lo sguardo delicato di un Rohmer. Il meglio che oggi può produrre il cinema europeo, la descrizione degli effetti che il vortice finanziario descritto nel film di Costa Gavras ha sulle vite di gran parte dei popoli dell’Europa. Salari minimi per lavori precari, per cui si lavora di notte per racimolare qualche euro in più, concorrenza fra tassisti e Uber driver che sfocia in azioni criminali, bambini che nascono e diventano immediatamente un fardello. La prospettiva della miseria, che significa “non avere un televisore grande come un francobollo” e degli abiti nuovi, pesa sulle esistenze dei personaggi più giovani come una spada di Damocle, genera un’angoscia tale da spingere alle azioni più stupide, inutili e turpi. I diseredati sono attivamente impegnati ad alimentare tale vortice generatore di miseria, si indebitano per comprare paccottiglia elettronica che poi rivendono per pagare le bollette, rubano nella boutique mutandine di pizzo (“per le mie figlie”), per il superfluo si impoveriscono arricchendo i pochi che, nel porno e nella cocaina, trovano status e soddisfazione. Ma una trama più profonda regge il tessuto del film e ne fa un capolavoro, il tema del tempo. Sic transit. Un personaggio mostra la possibilità di elevare l’esistenza sopra il vortice quotidiano delle miserie e delle sopraffazioni. È il protagonista, uscito dopo molti anni di carcere, che ha trovato due modi per vedere la grazia del mondo oltre il turbine delle malebolgie: scrivere haiku e occuparsi di una nipotina di pochi mesi, Gloria, gloria del mondo, orizzonte futuro. La poesia giapponese di diciassette sillabe, di solito tradotta in tre versi, contiene sempre un riferimento al tempo, come la stagione, l’ora, l’età della vita. Già Kerouac aveva scritto dei pregevoli haiku occidentali, il nostro galeotto ne compone di bellissimi e spiega come essi, fermando lo scorrere del tempo, consentano di vedere l’incanto del mondo. Insomma, il film risplendente è finalmente apparso in una Mostra la cui selezione possiamo definire di qualità media se non mediocre. Il Mostro ne è stato commosso.

Il Mostro Marino alias S.M.

Biennale Cinema 2019, Venezia 76 Concorso
"Gloria Mundi"
Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a: Ariane Ascaride
Regia: Robert Guédiguian
Produzione: Ex Nihilo (Marc Bordure, Robert Guédiguian), AGAT Films (Marc Bordure, Robert Guédiguian), France 3 Cinéma, Bibi Film TV (Angelo Barbagallo)
Durata: 107’
Lingua: francese
Paesi: Francia, Italia
Interpreti: Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Anaïs Demoustier, Robinson Stévenin, Lola Naymark
Sceneggiatura: Robert Guédiguian, Serge Valletti
Fotografia: Pierre Milon
Montaggio: Bernard Sasia
Scenografia: Michel Vandestien
Costumi: Anne-Marie Giacalone
Musica: Michel Petrossian
Suono: Laurent Lafran, Emmanuel Croset
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