Biennale Cinema 2019 | “Chola – Shadows of water”

Violenza e sottomissione nella stagione dei monsoni. Chola – Shadows of water è un film indiano di ottima fattura anche se difficile da digerire. Uno sguardo impassibile, privo di partecipazione emozionale, mette in scena una storia terribile con un distacco epico, dove contano i comportamenti non i sentimenti. A conferma del teorema del Mostro, l’eccezionale realizzazione tecnica di questa opera che nasce nel subcontinente indiano ci da, oltre l’ottima qualità delle immagini, un montaggio dei suoni e delle musiche fantastico, come non si vedeva da Roma, il film di Cuaron vincitore del Leone d’Oro dello scorso anno. La suspense che avvince progressivamente lo spettatore è affidata ai suoni che accompagnano lo sguardo impassibile della macchina da presa che, fra una presenza dell’acqua più pervasiva dei film dì Tarkovskij, fra scrosci di pioggia e rapide dei torrenti, trascina lo spettatore nel dramma di tre persone alla mercé di pulsioni e inibizioni che ne annullano la presenza al mondo.

Di nessun interesse, invece, The King, presentato fortunatamente fuori concorso. Puro prodotto Netflix, come “I Medici”, non si comprende cosa ci faccia in una mostra cinematografica. Shakespeare per la casalinga di Manchester, narra i bei tempi andati quando allo “Stai sereno” non seguiva un voto di sfiducia ma una sana decapitazione o una coltellata nella nuca.

Biennale Cinema 2019 | Orizzonti
Chola - Shadows of water
Regia: Sanal Kumar Sasidharan
Produzione: Appu Pathu Pappu Production House (Joju George), Niv Art Movies (Shaji Mathew) 
Durata: 120’
Lingua: malayalam
Paesi: India
Interpreti: Joju George, Nimisha Sajayan, Akhil Viswanath
Sceneggiatura: K V Manikandan, Sanal Kumar Sasidharan
Fotografia: Ajith Aacharya
Montaggio: Sanal Kumar Sasidharan
Scenografia: Dileepdaz
Musica: Basil C J
Suono: Sonith Chandran
Effetti visivi: Studio@360
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Biennale Cinema 2019 | “The new Pope” by Sorrentino

Per motivi indipendenti dalla sua volontà lunedì il Mostro è finito a vedere due puntate della nuova stagione dei papi di Paolo Sorrentino. Aveva apprezzato “The Young Pope”, la raffinata follia della sceneggiatura, la maestria delle riprese, i personaggi contraddittori ricchi di aspetti sublimi, penosi e meschini. In “The New Pope”, invece, Sorrentino si infila nel suo personale manierismo visivo e narrativo e non ne riemerge, i personaggi si riducono a marionette e la storia a una infilata di gag. Malkovich è ridotto a una maschera, monocorde e fastidiosa, come Servillo in “Loro”.

Il Mostro Marino alias S.M.

Biennale Cinema 2019 | Fuori Concorso
The New Pope
Regia:Paolo Sorrentino 
Produzione: Wildside (Lorenzo Mieli, Mario Gianani), Haut et Court TV (Carole Scotta, Caroline Benjo, Simon Arnal), The Mediapro Studio (Jaume Roures, Javier Mendez Zori), Sky Italia
Durata: 120’
Lingua: inglese, italiano
Paesi: Italia, Francia, Spagna
Interpreti: Jude Law, John Malkovich, Silvio Orlando, Cécile de France, Javier Cámara, Ludivine Sagnier
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello, Stefano Bises
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Scenografia: Ludovica Ferrario
Costumi: Carlo Poggioli, Luca Canfora
Musica: Lele Marchitelli
Suono: Emanuele Cecere
Effetti visivi: DNEG 
Note: Episodi 2 e 7
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Biennale Cinema 2019 | “Adults in the room” by Costa Gravas

Caso unico nella storia del cinema, con Adults in the room Costa Gavras gira la seconda parte di Z, l’orgia del potere dopo cinquant’anni. Più che un orgia è un maelstrom del potere, un vortice turbinoso dove ogni attore gioca il suo ruolo senza cogliere alcun risultato. Una foucaultiana descrizione della microfisica delle politiche economiche, dove le scelte economiche sono asservite a strategie politiche e, viceversa, i programmi politici possono esistere solo negli angusti spazi consentiti dalle consuetudini finanziarie. Yannis Varoufakis e Christine Lagarde sono gli unici a comprendere la razionalità di un piano di rientro del debito della Grecia che non distrugga il tessuto economico e la coesione sociale del paese. Ma bisogna imporre un piano di rientro che impoverisca la popolazione, distrugga il welfare, colpisca la sinistra che i Greci hanno incautamente votata, e che “sia un esempio per gli altri stati dell’Unione”. Lo afferma con tranquilla sincerità Wolfgang Schauble, il ministro tedesco dell’economia che inflessibilmente impone il piano di rientro sapendo perfettamente che non ha alcun senso economico. Anche lui sembra coinvolto in un gioco obbligato, nel quale la razionalità del pensiero economico ha un ruolo secondario. Bisogna che il gioco continui come sempre e che i disturbatori, Varoufakis e Tsipras, siano espulsi dalla stanza dei giochi. Non ci sono adulti nella stanza, solo fanciulli catturati dal gioco, tutti eterodiretti, tutti prigionieri di una dinamica che nessuno può regolamentare. La figura più patetica, che non appare sullo schermo se non in immagini di repertorio, è Angela Merkel, colei a cui i politici greci si rivolgono più volte come a una madonna in grado di intercedere verso l’oscuro dio della finanza. Le vaghe e generiche affermazioni della cancelliera, promesse vane che fuoriescono dai telefoni, si rivelano solo segni della sua impotenza. Il ritmo narrativo incalzante, il flusso veloce delle battute, rimandano al film del ‘69, per quanto il Mostro, allora ragazzino, possa ricordare. Un finale a sorpresa, onirico e non molto indovinato, sembra un omaggio al cinema italiano di impegno degli anni ‘60, rimanda al Petri di Todo Modo o ai Taviani di Allosanfan.

Il Mostro Marino alias S.M.

Adults in the room
Regia: Costa-Gavras
Produzione: KG Productions (Michèle Ray-Gavras, Alexandre Gavras), France 2 Cinéma, Wild Bunch (Brahim Chioua), Odeon (Manos Krezias)
Durata: 124’
Lingua: inglese, greco, francese, tedesco
Paesi: Francia, Grecia
Anno: 2019
Interpreti: Christos Loulis, Alexandros Bourdoumis, Ulrich Tukur, Daan Schuurmans, Christos Stergioglou, Dimitris Tarlow, Alexandros Logothetis, Josiane Pinson, Cornelius Obonya, Aurélien Recoing, Vincent Nemeth, Francesco Acquaroli, Thanos Tokakis, George Lenz, Themis Panou, Maria Protopappa, Valeria Golino
Sceneggiatura: Costa-Gavras
Fotografia: Yorgos Arvanitis
Montaggio: Costa-Gavras, Lambis Haralampidis
Scenografia: Spyros Laskaris, Philippe Chiffre
Costumi: Agis Panayotou
Musica: Alexandre Desplat
Suono:Nikos Papadimitriou, Marianne Roussy-Moreau, Costas Varibobiotis, Edouard Morin, Daniel Sobrino
Effetti visivi: Benoît Maffone
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Biennale Cinema 2019 | “Scherza coi fanti”

Domenica 1 settembre, apertura della caccia. Da casa mia, all’alba, si sentono i botti dei fucili, vicinissimi. Sparano alle anatre in laguna, come se a Milano cacciassero in Parco Sempione o a Roma a Villa Borghese. Spero siano scampate le sei anatre che si sono stabilite un anno fa alla fermata del vaporetto dietro casa. Chissà perché mi immagino gli attori di questa maschia esibizione di potenza mentre, fra un tiro e l’altro, discutono di sostituzione etnica e “non siamo più padroni a casa nostra”. Magari fossero sostituiti! Per adesso lancio loro la maledizione cinese che è il motto di questa Biennale: Possiate vivere tempi interessanti. Chessò, possiate fare l’esperienza di uno tsunami, di un uragano, di un mass shooting…

Scusate lo sfogo.

È stato premiato un film di montaggio di Gianfranco Pannone e Ambrogio Sparagna, Scherza coi fanti, un’opera che ha commosso il vostro Mostro. La guerra, le guerre, dal punto di vista del soldato semplice, l’uomo comune che aderisce con ardore e, più spesso, paura all’avventura bellica. Da diari, spezzoni di documentari, interviste, si racconta il turbine dei sentimenti che trascina l’uomo in guerra e gli consente, nel bene e nel male, di fare cose inaudite. Ci viene rammentato che l’esercito sabaudo, nella guerra al brigantaggio, fece le stesse cose che le SS faranno poi contro i paesi dell’Appennino e l’esercito coloniale italiano perpetrerà in Abissinia. Centri abitati arroccati sull’osso montano della penisola furono assaltati, tutti gli uomini passati immediatamente per le armi (Per primo il prete), depredati del cibo, le case incendiate. Si seguono le oscillanti emozioni che, registrate dal diario, attraversano il fantaccino. Prima l’odio e il disprezzo per il nemico e la sua gente, poi la pietà per i corpi e le case, poi la vergogna e la colpa. E la pietà per i corpi sfigurati di Mussolini e della Petacci. Anche, però, il senso di sicurezza ed esaltazione di chi si sente parte di una squadra e nello stato d’animo giusto per affrontare ogni pericolo. (“L’azione era un’avventura, noi i cowboys, i tedeschi gli indiani, avevamo fatto saltare in aria il palazzo… uscirono con le mani alzate” – È una donna partigiana che narra.) La coraggiosa riflessione su quali istinti e sentimenti ci abitano a nostra insaputa (aggressività incontrollata, altruismo, pietà), di come la guerra sappia portarli, alla luce e di come i signori della guerra sappiano manipolarli scorre sulle musiche composte da Ambrogio Sparagna o da lui scoperte fra le genti dell’Appennino, fra le comunità albanesi della costa adriatica, fra gli umili destinati, quando è il caso, alla guerra come militi o vittime.

Un opera di quarant’anni fa restaurata: Out of the blue di Dennis Hopper. Dieci anni dopo Easy rider (film iconico e mediocre ma che ebbe un enorme successo) il regista e attore girò una pellicola in pieno stile New Cinema, che guarda a Cassavetes senza possederne la maestria, ma che è dura, scevra di ogni intimismo e senza pietà. Una ragazzina attraversa il film come un Holden Caulfield (o un Antoine Doinel) all’epoca del punk. E quindi alcol, eroina, violenze e incesti in un angolo di America dove la marginalità non origina dalla miseria ma dal l’invidia sociale. Da vedere ma difficile da reggere.

Poche parole per Seberg, onesto biopic privo di profondità. Una buona fattura che non regge il confronto con le serie TV di alta gamma.

Il Mostro Marino alias S.M.

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Biennale Cinema 2019 | “The perfect candidate”

Il film saudita The perfect candidate conferma il teorema del Mostro che recita: “La cinematografia interessante si produce a est di Istanbul”. Film scarni, essenziali, quindi ricchi di stile, in grado di restituire la vita profonda di popoli giunti da poco nel vortice della modernità, nella vita accelerata in grado di donare estasi, orrore e consapevolezza. La regista (una donna!) narra cosa significa per una giovane saudita essere un medico, da poco guidare un’automobile ed entrare in politica in un paese dove vige radicata nelle norme e nelle menti la purdah, la separazione dei sessi fin nello sguardo. E svolge la sua narrazione con un tocco alla Jane Austen delicato ed acuto, spregiudicato e comprensivo delle limitazioni della libertà vigenti in una società retta sulla religione.

Il Mostro Marino alias S.M.

Biennale Cinema 2019, Venezia 76 Concorso
The Perfect Candidate
Regia: Haifaa Al Mansour
Produzione: Razor Film Produktion (Gerhard Meixner, Roman Paul), Haifaa Al Mansour’s Establishment for Audiovisual Media (Haifaa Al Mansour)
Durata: 101’
Lingua: arabo
Paesi: Arabia Saudita, Germania 
Interpreti: Mila Alzahrani, Dhay, Nourah Al Awad, Khalid Abdulrhim
Sceneggiatura: Haifaa Al Mansour, Brad Niemann
Fotografia: Patrick Orth
Montaggio: Andreas Wodraschke
Scenografia: Olivier Meidinger
Costumi: Heike Fademrecht
Musica: Volker Bertelmann
Suono: Uve Haußig

Biennale Cinema 2019 | “La Vérite”

Di Kore-eda Hirozaku si era visto un bel film ambientato tra marginali giapponesi, un angolo oscuro di Tokyo di cui pochi sanno. A Parigi ritrae le infelicità quotidiane di una star del cinema sul viale del tramonto. La messa in scena e priva della durezza e della spregiudicata rappresentazione dei sentimenti di cui è capace Hollywood. È vero, in La vérite si accenna al tema della necessità di mentire per rappresentare la verità in un opera, ossia si parla dell’essenza stessa del cinema. Ma non siamo dalle parti di Rashomon, piuttosto in una commediola sui turbamenti borghesi privi di fascino e discrezione. Insomma, un’operetta alla Guadagnino.

Il Mostro Marino alias S.M.

Biennale Cinema 2019, film di apertura della 76°mostra
La vérité (The Truth)
Regia: Kore-eda Hirokazu
Interepti: Catherine Deneuve, Juliette Binoche, Ethan Hawke

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Biennale Cinema 2019 | “Pelikanblut”

Il confronto con pulsioni incontrollate è un’esperienza che ogni genitore fa e, il più delle volte, con qualche successo. In Pelican blood, invece, le cose non vanno per il verso giusto. L’addestratrice tedesca di cavalli della polizia, madre adottiva, single, vegetariana, una persona esperta di istinti e relazioni, vede fallire la sua missione di recupero di un’orfana bulgara che, a cinque anni, si candida ad un ruolo centrale per la venticinquesima stagione di Criminal Minds. Poi fallisce tragicamente anche l’addestramento di un cavallo bello e ribelle. Il film è ben scritto ma privo di stile, le immagini, i personaggi, persino i paesaggi, fanno solo quel che ci si aspetta da loro. Nel finale prende una piega New Age alquanto insopportabile, anche se è da notare come il sensibile e tecnologico psichiatra e la germanica sciamana dicano qualcosa di analogo: parte del cervello/anima della bimba si è spenta. Il cavallo muore.

Il Mostro Marino alias S.M.

Biennale Cinema 2019 | Orizzonti
Pelikanblut
Director: Katrin Gebbe 
Production: Junafilm (Verena Gräfe-Höft), Miramar Film (Mila Voinikova), Südwestrundfunk 
Running Time: 121’ 
Language: German 
Country: Germany, Bulgaria 
Main Cast: Nina Hoss, Katerina Lipovska, Adelia-Constance Giovanni Ocleppo 
Screenplay: Katrin Gebbe 
Cinematographer: Moritz Schultheiß 
Editor: Heike Gnida 
Production Designer: Silke Fischer, Anna Boyanova 
Costume Designer: Stefanie Bieker, Kristina Tomova 
Music: Johannes Lehniger 
Sound: Petko Manchev, Thekla Demelius
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Antes di CIE Alias

15 luglio 2019 | Prima di che cosa? Prima dell’animalità, prima dell’aggressività, prima della sessualità. Prima della socialità e della riproduzione. Prima c’era un tempo in cui gli uomini erano come alberi in una foresta.

Equidistanti uno dall’altro, eppure connessi da forze invisibili e naturali, collegati da radici sotterranee e nascoste, intrecciati con rami e foglie dall’aria piena di pollini e di semi trasportati dal vento.

Nudi come gli alberi, vestiti di luce, senza abiti, senza orpelli, senza classificazioni e gerarchie. Tutti uguali eppure singolari e unici, accomunati dalla stessa terra abitata, dallo stesso cielo.

È una sfida frontale all’immaginazione, un invito a lasciarsi andare, a lavarsi da ogni ricordo, da ogni convinzione e ad inoltrarsi nel bosco segreto della nostra identità collettiva, posseduta e poi perduta.

Una luce a pioggia illumina i corpi dei dodici danzatori distesi a terra, completamente nudi. Scossi da movimenti impercettibili, i corpi si animano. Impulsi viscerali, muscolari agitano l’apparente fissità dei corpi. All’unisono i costati si mostrano emergendo da schiene inarcate. Il rumore di un temporale e di suoni naturali si mescola alla visione di un respiro sincrono, animato da polmoni che si aprono e si gonfiano sempre più vistosamente, creando un ritmo che scorre attraverso il costato fino all’addome.

pNon sono corpi ma sezioni di corpi, che annullano l’identità dell’umano, trasformandola in qualcosa d’altro: busti e schiene che diventano tronchi e cortecce, con un rovesciamento meraviglioso delle fotografie di Edward Weston, dove il mondo vegetale diventa sensualmente carnale e umano, come nella celebre foto del Peperone.

Un tremolio sonoro, un sussulto, un terremoto di pelle e muscoli, di involucri umani svuotati e leggeri collassa sul pavimento del palco, come se la gravità giocasse a far rimbalzare i danzatori, distesi su un fianco, spingendoli verso il basso, sotto il peso di forze invisibili. Forse pioggia, o tempesta, sparsa sottile sopra di loro.

In posizione quadrupedica, come scimmie glabre, la testa rivolta verso il basso, si muovono nello spazio, alzandosi in posizione eretta e svelando la loro integrale nudità, che non è inerme, non è piena di vergogna, non è sexy, non è ammiccante. Ma è limpida come rugiada, naturale come l’acqua, trasparente come l’ossigeno che respiriamo e ci tiene vivi.

Quello che vediamo sono solo corpi, ripuliti dalle impurità della mente, del pensiero, della logica, della civiltà; spogliati di ogni ambiguità e di ogni malizia. Sono corpi in piedi, che oscillano come fusti di abete nel bosco, mossi dal vento. Un esercito silenzioso che si muove stando fermo, come un pendolo ancorato all’ingranaggio, come un albero attaccato alle radici.

Poi, un altro quadro trasforma i corpi sulla scena. Una deformazione innaturale dello sterno, che sarebbe forse piaciuta a Francis Bacon pur non avendo nulla di carnale né di violento, prepara una nuova figura, una nuova forma naturale. Come chiodi di legno puntati per terra, alzano un braccio e lo tendono verso l’alto; scendono e si inchinano verso il basso, mostrando le loro schiene lucenti, equidistanti.

All’improvviso, si sparpagliano in arabesque che li congela come tavole di legno distese su una gamba; si appuntiscono in mani e braccia come guglie di una cattedrale invisibile; si inchinano nuovamente verso il basso, in un elegante e rigoroso equilibrio che gonfia in un abbraccio gambe e braccia, per poi nuovamente, pendere eretti ed equidistanti, e ritornare foresta. Girati di schiena, con la testa incassata nel petto e le gambe divaricate come un compasso si trasformano in creature acefale che si stendono a terra, si allungano su un fianco come linee orizzontali, si assottigliano meravigliosamente allineandosi con il pavimento, mentre una danzatrice si alza e spicca un salto verso l’alto, disegnando una linea verticale perfetta e senza ego.

Un nuovo quadro riconfigura la scena. Tutti i corpi si siedono a terra, di profilo, con una posa da Pensatore di Rodin moltiplicata. Poi ci mostrano la loro nudità in modo frontale. Ma ormai l’occhio non percepisce più corpi di uomini e donne ma creature di un mondo vegetale. Così vediamo seni come occhi, il costato come volti, il sesso come bocca, in un avventura dello sguardo levigata e leggera.

Ma c’è un escamotage che cambia tutto: i corpi diventano un organismo pluricellulare, si aggregano, si trasformano in una montagna, in un conglomerato lavico che erutta se stesso. La sorpresa del contatto tra i corpi in scena fa pensare ad un vulcano, al calore del fuoco, allo strato animale che, finalmente, reclama se stesso.

Anna Trevisan

Operaestate Festival
15 Luglio 201, Teatro al Castello, Bassano
Antes / CIE Alias
Coreografia: Guilherme Botelho
Assistente e Interprete: Claire-Marie Ricarte
Light design: Jean-Philippe Roy
Interpreti: Amaury Réot, Carl Crochet, Erica Bravini, Erik Lobelius, Fabio Bergamaschi, Linn Ragnarsson, Louis Bourel, Sophia Preidel, Veronica Garcia, Victoria Hoyland, Arnaud Bacharach
Luci originali: Jean-Philippe Roy
Musica originale: Fernando Corono – « Murcof »
Tecnico: Davide Cornil
Produzione: Cie Alias
Co-produzione: Théâtre Forum Meyrin, Théâtre du Crochetan
Supported by: Città di Meyrin, Città di Genova, Cantone di Geneva, Pro Helvetia – Swiss Foundation for the Promotion of Culture

Your Girl | Alessandro Sciarroni

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21 giugno 2019, Biennale di Venezia, Teatro alle Tese | Luci di sala accese. Il pubblico biennalino prende posto in compagnia della spensierata musica di Electric Girl. Si respira una strana euforia nell’attesa dell’inizio. Your girl è infatti la prima creazione (2007) di Alessandro Sciarroni- Leone d’Oro alla Danza 2019.

In scena due performers meravigliosi: Chiara Bersani –già Premio Ubu 2019 come miglior attrice e performer under 35 – e Matteo Ramponi, i quali hanno stretto con Sciarroni una lunga e fortunata liaison artistica ed umana, tuttora vivissima, tant’è vero che Bersani compare tra le consulenti della drammaturgia di Augusto (2018), spettacolo nel quale è in scena anche Matteo Ramponi.

Chiara Bersani e Remo Ramponi sono già sul palco, in punti diametralmente opposti. Lei ha gli occhi chiusi, serena e immobile sopra la sua sedie a rotelle, in una rapita ricerca di concentrazione. Lui è seduto a torso nudo sotto una pioggia di stelle filanti di tessuto, che poi scopriremo essere calzini di spugna. Indossa pantaloncini corti e prosaici, stucchevoli calzettoni, di quelli adorati dagli adolescenti in scarpe da ginnastica.

Lei è piccina e disarmante, avvolta in un silenzioso abito bianco con dei grandi fiori sul petto. Lui campeggia enorme e scultoreo, lontano e inarrivabile. Lei sembra aspettarlo, in tono dimesso ma speranzoso.

Lentamente, Chiara scende dalla sua sedia a rotelle e si avvicina al bidone dell’aspirapolvere al centro del palco. Con un piede dà un calcio alla sedia a rotelle e si appoggia al bidone. Sembra sorriderci, di un sorriso svagato, distaccato di chi è qui, ma pensa ad altro. Poi, con una mano, si palpa i grossi fiori bianchi che le decorano il corpetto e li stacca, uno ad uno, disfandoli in lunghe bende bianche, che fanno pensare a garze e ferite da medicare, a fazzoletti di carta per soffiarsi il naso e asciugarsi le lacrime, a carta igienica da buttare. All’improvviso, con un dito, Chiara aziona l’aspirapolvere, premendo un pulsante. “He loves me” –dice, staccando un altro fiore bianco dal suo vestito. Di nuovo aziona l’aspirapolvere, che le ventila i capelli come fosse in posa per qualche foto servizio di moda. Lui tace passivo e distratto, irremovibilmente seduto.

“He loves me not” – dice lei con un filo di voce, dolce e sottile, mentre il suo corpo di donna così diverso illumina la sala, sconcertando gli occhi, sempre più abituati a vedere una fisicità femminile monocorde, standardizzata e senza sorprese, che imita le curve di Barbie.

Lei infila con le dita dentro al buco dell’aspirapolvere tutti i fiori che si stacca dal petto, facendoli ingoiare con rumore meccanico e ripetuto. “He loves me not” – dice, continuando gentile l’altalena amorosa del “M’ama, non mama”. Mentre un altro fiore disfato viene ingoiato dal phon/aspirapolvere/bidone, lui si toglie un calzino e se lo rammenda con ago e filo. Lui cuce, per se stesso. Lei disfa, per lui.

Lui srotola un rocchetto di filo e rammenda un altro calzino. Lei si toglie le vesti, scoprendo i seni. La sua nudità emoziona come un fiore nella neve. Lui si rimette i calzini, si alza e si dirige verso la sedia a rotelle, che sposta e allontana. Poi, le si avvicina. Lei lo guarda avvicinarsi, con un’intensità di sguardo che solo la presenza in carne ed ossa può restituire. Negli occhi di Chiara si concentra un universo intero, una narrazione, un viaggio emozionale di andata e ritorno verso l’amore, il suo fuoco speranzoso, il suo disincanto, la sua passione, la sua tenerezza.

Si guardano. Lui si spoglia, scoprendo un corpo perfetto e tornito. Si copre le pudenda con i pantaloncini. Poi glieli offre. Lei li infila nel buco dell’aspirapolvere. “I love him” (“Io amo lui”) – dice lui, chiudendo ogni speranza di reciprocità amorosa. Lui si sfila i calzini e glieli porge. Lei li prende e di nuovo, con precisa, sorridente sicurezza, li infila nell’aspirapolvere.

Che cosa pulisce quell’aspirapolvere, da che cosa pulisce, non lo sapremo mai. Possiamo solo immaginare che Madame Bovary/ Chiara Bersani si inchini al destino e con grazia lo incorni, cambiando il finale di una storia già scritta, e preparandoci a vedere l’impensato.

Intanto, la musica pop di Tiziano Ferro intinge di miele la visione di quei due corpi nudi, così vicini, così lontani, facendoli incontrare di fronte a tutti noi. Loro, in piedi davanti a noi, si danno la mano, come bambini felici, come angeli caduti qui su questa terra, e solo di passaggio.

Anna Trevisan

Biennale Danza
21 giugno, Teatro alle Tese, Arsenale, Venezia
Your Girl (2007, 20’)
Invenzione: Alessandro Sciarroni
Performers: Chiara Bersani, Matteo Ramponi
Elementi visivi: Elisa Orlandini
Produzione corpoceleste_C.C.00#
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Augusto | Alessandro Sciarroni

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21 giugno 2019, Biennale di Venezia, Teatro alle Tese | Di spalle al pubblico. Seduti a gambe incrociate, in una penombra dove il bianco del fondale riflette pensieri sconosciuti. Comincia così Augusto, l’ultima creazione di Alessandro Sciarroni, Leone d’Oro della Danza 2019.

Il primo ad alzarsi da terra è il performer Remo Ramponi, che inizia a camminare in circolo, scandendo attento i passi. Roberta Racis si alza e lo segue, inaugurando una marcia circolare e ritmata, in vestiti casual, t-shirt e jeans dalla foggia vagamente anni ’80. Una marcia cadenzata, sincopata, che coinvolge uno ad uno tutti i nove performers in scena, tra sguardi complici e sorrisi. Verso dove marciano tutti? Il punto di domanda si costruisce in forma di cerchio. Non è verso dove, forse, ma per chi è questa marcia allegra.

Qualcuno dei nove performer inizia a ridere, e la marcia diventa una camminata esilarata, con cambi di ritmo e variazioni dello schema. Qualcuno si stacca dal gruppo, rompe il cerchio. Inaspettatamente, tra il pubblico c’è chi scoppia a ridere, in modo irrefrenabile. A gruppi sparsi, con direzione invariata, la marcia di risate continua. Qualcuno si stacca dal gruppo, che continua a marciare coeso e compatto, in una sorta di rovesciamento del coro tragico, che ride, ride, ride, continuandosi a muovere nello spazio, con elastico e scanzonato dinamismo. La fisicità brillante e vivace di Roberta Racis guida gli altri performers intorno ad un’intangibile, perduta gaiezza, travolgendoli con una risata dirompente, spensierata, che evoca una serenità mitica e lontana, di tempi perduti.

Il movimento dei corpi sulla scena, infatti, crea e suscita spazi aperti, aria, vento, luce, prati verdi e tempi colmi di amicizia. Una musica luminosa incoraggia la danza dinoccolata di un serpentone umano, così infantile, così giocoso, che poi sbanda, si scioglie e si sparpaglia. La risata è quella cristallina dell’innocenza perduta, una riemersione dal passato, quando il gioco era correre e rincorrere, prendersi per mano innamorati e girare fin quasi a perdere l’equilibrio e cadere.

Poi, irrompe una pausa, sfinita di risate. A gruppi di tre i performers continuano a marciare. Racis continua a ridere, in una risata zampillante e sola. Gli altri zitti. Una voce celestiale canta un madrigale. Quando il canto finisce, tutti lo commentano con una indecente risata. Si sente un rumore di respiro meccanico, come di stantuffo. Forse è il suono di un respiratore meccanico? Si introduce una variazione, un cambio di toni emotivi, che vira dalla gaiezza a qualcosa di più cupo, quasi tetro, come un accento di morte, di pericolo incombente. La partitura sonora è cadenzata da quel suono sinistro di respiro non umano. Un urlo rompe le risate. Ma una cascata più forte di risa esplode irrefrenabile sopra quell’urlo, coprendolo. L’alone di una minaccia incombente, di qualcosa di terribile che miete morti e vittime, che incute una fredda paura, viene nuovamente seppellito da risate sguaiate. Scoppiano urla isolate, che sanno di torturatori e di torturati, di uccisioni e di uccisi. Urla che sono accolte ancora una volta da irresponsabili, colpevoli, irrefrenabili risate. La risata si è trasformata nella voce volgare dell’abuso di potere, che seppellisce l’impotente. È la risata ebete ed automatica della “società dello spettacolo”, che si consuma lunga, senza aver nemmeno compreso la gravità dell’evento del quale sta ridendo.

Eppure, il valore eversivo della risata in Augusto sembra tenacemente riuscire a sopravvivere. Nonostante le esecuzioni continue, sommarie, indiscriminate, che si consumano nell’esilarato torpore generale, nella nebbia di risate che offusca tutti.

Si leva un urlo di rivolta, subito sommerso da uno scoppio di risa, consumate in coro, a braccia allargate, in uno dei momenti coreograficamente più intensi ed emozionanti della performance. I corpi come croci di carne, spalancati, ridono dalla bocca e dai denti, lo sterno inchiodato all’indietro. Poi, una variazione gestuale, incalzata dalla musica, apre all’interpretazione. “Non vedo-non sento-non parlo”, dicono i corpi senza parlare, in coro, mentre un canto solitario e lirico si alza sulla musica. La scena si trasforma in un lucido incubo di disumana follia, con grida disperate nella mischia. I corpi raccontano di pugni dati e presi, di sconfitte inflitte e subite, di lotta e di catene. Braccia divaricate e sterno all’indietro, i performers ripetono come un terribile, fosco monito la frase gestuale: “non vedo-non sento-non parlo”. Le risate che coprono l’urlo del soccombente sono visivamente assordanti perché omertose, conniventi e complici di crimini orribili che Sciarroni racconta di un futuro presente e speriamo mai reale. Ma la risata si fa risata del soccombente, del martire, del resistente, che annega le risate del potere sugli inermi.

“Ci sono persone capaci di vedere la filigrana delle cose, una realtà che non c’è o che non c’è ancora”- ha scritto qualcuno. Sciarroni, scriviamo noi, è tra queste, con in più il dono di saper rappresentare quello che vede, di saperlo comunicare, trasmettere, raccontare.

Non è una performance sulla risata l’Augusto di Sciarroni ma una performance sul potere e sulla sua indecente, mistificante, indebita appropriazione della risata che, da arma critica ed eversiva, si trasforma in assordante amplificatore del piacere del dominio sull’altro o, peggio, dell’indifferenza al dolore dell’altro.

Non è la risata del giullare, che irride e dissacra il potere costituito, che lo ridicolizza, che lo dileggia. È piuttosto il suo rovesciamento. Non è la risata dell’innocenza ma l’irrompere del mostruoso e del disumano, che giganteggia sugli inermi. È la risata figlia di quella “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord. Una risata che è denigrazione del più debole, dell’inerme. Una risata che è nemica aperta della fragilità, negazione ostinata di ogni bellezza e sinistra alleata del potere costituito.

Augusto è un magistrale, potente j’accuse, scagliato contro tutti noi, spettatori ignavi. Augusto è una scomoda, lunga domanda, insistente e indignata. E la domanda non è “Che cosa fare?” ma “Che cosa mai state facendo?”.

Eppure, nel finale c’è l’affiorare flebile di una riscossa: la risata del soccombente, che ritrova la forza di ridere del potente e del suo attaccamento al potere, del suo perverso gusto della vessazione. Quella risata disperata, che soffoca in pianto e ritorna bambina, sovverte i codici e dissoda la potenza della ribellione e della libertà. Forse, finalmente, “una risata ci seppellirà”.

Anna Trevisan

Biennale Danza 2019
21 giugno 2019,Teatro alle Tese dell’Arsenale, Venezia
Augusto - prima italiana (2018, 60’)
Invenzione: 
Alessandro Sciarroni
Performers: Massimiliano Balduzzi, Gianmaria Borzillo, Marta Ciappina,
Pere Jou, Benjamin Kahn, Leon Maric, Francesco Marilungo, Roberta Racis,
Matteo Ramponi
Musica: Yes Soeur!
Design luci: Sébastien Lefèvre
Movement coaching, collaborazione drammaturgica: Elena Giannotti
Styling: Ettore Lombardi
Consulenza drammaturgica: Chiara Bersani, Peggy Olislaegers, Sergio Lo Gatto
Preparatore yoga della risata: Monica Gentile
Preparatore vocale: Sandra Soncini
Collaborazione artistica:
Erna Ómarsdóttir, Valdimar Jóhannsson
Direzione tecnica: Valeria Foti

Tecnico di tournée: Cosimo Maggini
Assistenza, ricerca: Damien Modolo
Promozione, consiglio, sviluppo: Lisa Gilardino
Amministrazione, produzione esecutiva: Chiara Fava
Ufficio stampa: Beatrice Giongo
Video, foto: Alice Brazzit
Produzione:
 MARCHE TEATRO Teatro di Rilevante Interesse Culturale,
CorpocelestC.00#,
 European Creative Hub – French Minister of Culture/Maison
de la Danse grant for Biennale de la danse de Lyon 2018,
Festival GREC Barcelona
, Théâtre de Liège, 
Teatro Municipal do Porto,
CENTQUATRE-PARIS
, apap – Performing Europe 2020, progetto co-fondato da
Creative Europe Programme
 of the European Union,
 Snaporazverein,
Theaterfestival Boulevard, 
Theater Freiburg (Germany)

Coproduzione: 
Tanzfabrik Berlin, Centrale Fies L’arboreto –
Teatro Dimora di Mondaino.

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