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Biennale Cinema 2018 | La Mostra vista dal Mostro. Commiato

biennale_cinemaCommiato| 8 Settembre 2018, Lido di Venezia | La Mostra finisce e il Mostro torna a inabissarsi sul fondo della Laguna. Il livello medio della manifestazione è stato alto, privo però di opere particolarmente originali nelle tematiche e nella forma. Nessuna visione sconvolgente o illuminante, restauri a parte. L’eccezionale affluenza gli ha impedito di vedere le opere restaurate di Mizoguchi e Carpenter e di questo molto si duole. Il Mostro ha poi scansato alcune proiezioni di cui si è scritto molto, principalmente per il lavoro dei press agent, fra le quali il remake di Suspiria realizzato da Guadagnino. Considera, infatti, Dario Argento un autore largamente sopravvalutato. Il film originale, di cui ha potuto rivedere la prima mezz’ora in TV qualche giorno fa, gli ha dato l’impressione di un Fritz Lang de’noartri. L’insulso A bigger splash di Guadagnino, visto tre anni fa alla Mostra, ha infine azzerato la voglia di vedere il remake. Vi ha anche risparmiato il commento di qualche orribile lungo o cortometraggio, per lo più francesi, nei quali si è imbattuto. Al prossimo anno.

S.T.

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Biennale Cinema 2018 | La Mostra vista dal Mostro: “Roma”, “Driven” e l’Oriente.

roma

Finale di partita. Venerdì 7 e sabato 8 settembre, Lido di Venezia |

Ying | La settima arte è senz’altro da includere nelle aree di confronto fra Cina e Occidente per quanto riguarda l’esibizione delle capacità tecniche e quindi della potenza. Il conto è aperto soprattutto con gli Stati Uniti e Zhang Yimou è uno dei generali in campo. Certo, le sue capacità tecniche sono notevolissime, così come il gusto per la composizione delle immagini e il ritmo della narrazione. Ma in Yimou, a differenza di film cinesi a basso budget visti nelle passate edizioni della Mostra, è esibizione di potenza e basta. Così il film presentato fuori concorso, Ying (L’Ombra) appare una riproposizione di Star Wars, con inserti di fantasmagoriche scene di combattimento di massa tratte dai primi film di James Bond, il tutto ambientato in un fasullo medioevo cinese. Recitazione stereotipata e non stilizzata, i personaggi appaiono venir fuori da un videogioco, impegnati a maneggiare armi inverosimili e a volteggiare con l’aiuto della computer graphic. I riferimenti al taoismo e alle arti marziali sono triviali. Ben diversa la resa artistica di un’altra storia orientale di sosia, Kagemusha – L’ombra del guerriero dì Kurosawa. Il film cinese è una storia di intrighi di corte che non si rifà a Shakespeare ma a Games of Throne. Il sangue abbonda, piove sempre.

Zan | Speculare il giapponese Zan (Killing), ottima recitazione e gran studio della tecnica della spada, nella scia di Kurorosawa. È la storia dell’iniziazione di un giovane aspirante samurai da parte di un esperto maestro. Come in Kurosawa una storia western (I sette samuraiI magnifici sette), con contadini minacciati da feroci banditi. La katana sostituisce la colt nell’affascinare e distruggere i personaggi. I duellanti non volteggiano ma cadono pesantemente al suolo. Violenza e turbamenti sessuali, sangue ce ne è ma non è esibito, piove senza eccessi. Purtroppo il predominio nelle riprese della macchina a mano, in una selva oscura, fa un po’ l’effetto di The Blair Witch Project.

Killers | Ancora assassini nel restaurato Killers di Robert Siodmak, tratto come The killers di Don Siegel da uno stesso racconto di Hemingway. Nella presentazione di Martin Scorsese, che ha supervisionato il restauro, apprendiamo che dallo stesso racconto sono derivati dei saggi di studio di Tarkovskij e dello stesso Scorsese. Tecnica cinematografica molto tradizionale, così come la rilettura del plot di Hemingway. Al centro della narrazione c’è il recupero del malloppo e non interrogativi esistenziali, gli assassinii sono privi di profondità psicologiche e la bellissima Ava Gardner è un po’ limitata come dark lady.

Driven |Il film di chiusura della manifestazione, fuori concorso, ossia Driven di Nick Hamm, è quello che, fra le pellicole odierne, ha più divertito ed entusiasmato il vostro Mostro. Il protagonista è un mascalzone in grado di ingannare e tradire chiunque, trafficanti di cocaina, FBI, il potente vicino di casa, amici e nemici. È estroverso, vulcanico, simpatico, padre affettuoso e marito fedele e inganna quasi sempre dicendo la verità. La sua preda più illustre fu John DeLorean, mago del management della General Motors e poi fondatore di una sua casa automobilistica che produsse solo l’automobile protagonista di Ritorno al futuro e fallì dopo solo due anni. Ultimo di una schiera di imprenditori visionari e disonesti dei quali Hollywood ha narrato “the rise and fall”: Preston Thomas Tucker (Copppola), Howard Hughes (Scorzese), Mark Zuckenberg (Fincher), storie che trovano nel Charles Foster Kane di Welles il loro prototipo narrativo. Prossimamente su questi schermi Elon Musk. Il film non riconosce il contributo di Giugiaro al design della DeLorean DMC-12, tuttavia riesce a rendere con un tono da commedia, erede del Coen’s touch senza spargimento di sangue, il duro e crudele mondo dell’imprenditoria statunitense. Bella e accurata la ricostruzione della California degli anni ‘70, ottima la sceneggiatura.

Roma | Infine il film vincitore del concorso, Roma di Alfonso Cuarón. Un bianco e nero spettacolare, opera dello stesso regista che è anche il direttore della fotografia, ripresa dei suoni eccezionale. Il film registra con un ritmo lento, fluviale, le vicende di una famiglia borghese del quartiere Roma di Città del Messico fra il 1970 e il 1971. Un film privo di plot. Le vicende e gli accadimenti familiari e pubblici di un periodo storico turbolento, subito dopo le Olimpiadi e il massacro degli studenti di Piazza delle Tre Culture, si avvicendano senza sviluppi narrativi, come nella vita. I drammi e le piccole gioie non danno luogo a sviluppi, i maschi possono rivelarsi meschini o fascisti, le donne sono pazienti e sottomesse. Silenziosa testimone degli eventi è Cleo, la servetta indigena, quasi una moderna riproposizione della Félicité di Un cuore semplice di Flaubert. Gran film, premio meritato, finalmente la grande perizia tecnica dei registi messicani al servizio di un’opera originale, lontana dalle costrizioni del cinema commerciale americano ed europeo. Un privilegio averla potuta godere nello splendore del grande schermo, prima che si perda negli schermi angusti di Netflix, come lacrime nella pioggia.

Saluti dal Mostro Marino.

S.T.

ROMA
Regia: Alfonso Cuarón
Produzione: Gabriela Rodríguez, Alfonso Cuarón, Nicolás Celis, Esperanto Filmoj, Participant Media
Durata: 135’
Lingua: spagnolo, mixteco
Paesi: Messico
Interpreti: Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Nancy Garcia, Jorge Antonio, Veronica Garcia, Marco Graf, Daniela Demesa, Carlos Peralta, Diego Cortina Autrey
Sceneggiatura: Alfonso Cuarón
Fotografia: Alfonso Cuarón
Montaggio: Alfonso Cuarón, Adam Gough
Scenografia: Eugenio Caballero
Costumi: Anna Terrazas
Suono: Sergio Díaz, Skip Lievsay, Craig Henighan, José Antonio García
Effetti speciali: Alejandro Vázquez
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Biennale Cinema 2018 | La Mostra vista dal Mostro: “Il banchiere anarchico” di Giulio Base

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Giovedì 6 Settembre, Lido di Venezia | La messa in scena cinematografica del teatro da camera, erede moderno del dialogo filosofico, riconosce notevoli realizzazioni. Jimmy Dean, Jimmy Dean di Altman, Americani di Foley da Mamet, Il dio della carneficina di Polanski… Tali opere riescono perché rappresentano personaggi complessi, appassionati e disperati, contraddittori, che affrontano il confronto dialettico venendone cambiati. Niente di questo ne Il banchiere anarchico di Giulio Base, da una piece di Pessoa. Il testo è di fatto un monologo stirneriano che non conosce sviluppi, riducendosi a un didascalico (ancora!) predicozzo. La messa in scena è poi un catalogo dei penosi trucchi di recitazione del solito teatro gastronomico da stabile italiano, pause e accelerazioni dei discorsi gratuite, gesti “simbolici” privi di interpretazione del personaggio. Jouvet e Strehler, con il loro lavoro con l’attore in Elvira, ripresa oggi da Toni Servillo, si rivolterebbero nella tomba. La bibliografia mostrata nei titoli di coda, poi, dà all’opera il sapore di un lavoro da liceali che vogliono attingere alla cultura alta.

S.M. 

IL BANCHIERE ANARCHICO
Regia: Giulio Base
Produzione: Agnus Dei Production, Rai Cinema, Solaria Film, G.B. Productions, AlberTeam Group
Durata: 82’
Lingua: italiano
Paesi: Italia
Interpreti: Giulio Base, Paolo Fosso
Sceneggiatura: Giulio Base
Fotografia: Giuseppe Riccobene
Montaggio: Gabriele Burchiellaro
Scenografia: Valter Caprara
Costumi: Cristiana Alagna
Musica: Pietro Freddi
Suono: Stefano Civitenga
Note: dal romanzo O banqueiro anarquista di Fernando Pessoa
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Biennale Cinema 2018 | La Mostra vista dal Mostro: L’annèe derniere a Marienbad di Alain Resnais

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Giovedì 6 Settembre, Lido di Venezia | Il restauro rende splendente la visione di L’annèe derniere a Marienbad, un’opera che il Mostro attendeva di vedere da decenni. Un bianco e nero più ricco del colore e una colonna sonora di solo organo che da il suo contributo, invero un po’ pesante, all’esperienza del tempo circolare sviluppata nella pellicola vincitrice del Leone d’Oro nel 1961. Ma invece il tempo fugge e l’opera non è invecchiata bene, perdendo in gran parte l’aura di classico della cinematografia. La sintassi letteraria di Robbe-Grillet, che vuole rendere l’irriducibilità all’altro dello sguardo di ognuno e, quindi, l’impossibilità di condividere ricordi e desideri, mal si adatta alla rappresentazione cinematografica dominata dallo sguardo unico della cinepresa. Parafrasando la discutibile boutade di Barthes a proposito del linguaggio, possiamo dire che il cinema non è autoritario ma fascista, perché non è fascista il dispositivo che vieta di rappresentare ma quello che obbliga a rappresentare. E il cinema è obbligato a rappresentare il tempo che scorre. Del resto possiamo ricordare che Mussolini riteneva il cinema “l’arma più forte” e, quindi, forse, le inattuali riflessioni francesi del vostro Mostro hanno un senso. Il regista ricorre ad un vecchio espediente per arrestare il tempo e così svelare l’inconciliabilità di desideri e memorie, la ripetizione e lo sviluppo della narrazione per minime variazioni, un po’ come avviene nella musica minimalista. Ben più convincente, per ottenere lo stesso effetto, l’uso del flash back da parte di Tarkovskij in Solaris. I protagonisti non sono mai d’accordo sui loro ricordi e sulle loro narrazioni e non perché ingannano o si ingannano ma perché il loro sguardo sul mondo, l’esperienza della vita e del desiderio, non possono essere vissute in comune. Questo non trova un’adeguata corrispondenza nella narrazione filmica ma è affidato per lo più alle parole. Parole, parole, parole.

S.M.

L’ANNÈE DERNIERE A MARIENBAD
Regia: Alain Resnais
Produzione: Argos Films, Cineriz
Durata: 94’
Lingua: francese
Paesi: Francia, Italia
Anno: 1961
Interpreti: Delphine Seyrig, Giorgio Albertazzi, Sacha Pitoëff, Françoise Bertin, Françoise Spira, Jean Lanier, Luce Garcia-Ville, Helena Kornel, Karin Toeche-Mittler, Pierre Barbaud
Sceneggiatura: Alain Robbe-Grillet
Fotografia: Sacha Vierny
Montaggio: Jasmine Chasney, Henri Colpi
Scenografia: Jacques Saulnier
Costumi: Gabrielle Chanel, Bernard Evein
Musica: Francis Seyrig
Suono: Robert Cambourakis
Restauro: Studiocanal
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Biennale Cinema 2018 | La Mostra vista dal Mostro: Capri-Revolution di Mario Martone

capri-revolution-bGiovedì 6 settembre, Lido di Venezia | Nei suoi ultimi film Mario Martone aveva reso tempi storici molto lunghi (l’intero arco del Risorgimento in Noi credevamo, gran parte della vita di Leopardi ne Il giovane favoloso) con agilità e precisione. Invece in Capri-Revolution la maturazione nell’arco di meno di due anni della ventenne guardiana di capre occupa l’intera pellicola che risulta, a tratti, noiosa. L’appropriazione di una coscienza e di una volontà individuali da parte della ragazza avviene attraverso un processo lento e lineare. L’incontro con il misticismo teosofico nordeuropeo della capraia di Capri viene sostenuto dall’abituale precisione storiografica di Martone: rivoluzionari russi, il medico ateo,socialista e interventista (probabilmente destinato, quindi, a schierarsi con Mussolini dopo la guerra), l’arrivo dell’energia elettrica, l’entrata in guerra, l’affacciarsi nella comune naturista del nichilismo superomista… Troppo in un arco temporale così breve, in un’isola così piccola, e la messa in scena scivola nel didascalismo. Insomma, il film non decolla. Per fortuna poi scoppia la guerra, arriva la coscrizione obbligatoria e un po’ di movimento.

S.M.

CAPRI-REVOLUTION
Regia: Mario Martone
Produzione: Indigo Film (Nicola Giuliano, Francesca Cima, Carlotta Calori), Rai Cinema, Pathé Films (Jérôme Seydoux, Ardavan Safaee, Muriel Sauzay)
Durata: 122’
Lingua: italiano, dialetto napoletano, inglese, francese, tedesco, russo
Paesi: Italia, Francia
Interpreti: Marianna Fontana, Reinout Scholten van Aschat, Antonio Folletto, Gianluca Di Gennaro, Eduardo Scarpetta, Jenna Thiam, Ludovico Girardello, Lola Klamroth, Maximilian Dirr, Donatella Finocchiaro
Sceneggiatura: Mario Martone, Ippolita di Majo
Fotografia: Michele D’Attanasio
Montaggio: Jacopo Quadri, Natalie Cristiani
Scenografia: Giancarlo Muselli
Costumi: Ursula Patzak
Musica: Sascha Ring, Philipp Thimm
Suono: Alessandro Zanon, Marta Billingsley
Effetti speciali: Rodolfo Migliari, Sara Paesani
Note: 14+

 

 

 

 

 

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Biennale Cinema 2018 | La Mostra vista dal Mostro: Billy Wilder, Don Siegel, Gonzalo Tobal

some-like-it-hotMartedì 4 settembre, Lido di Venezia | Prima parte della giornata di puro piacere cinefilo, qualche brevissima nota perché la perfezione non si commenta. Vedere restaurato A qualcuno piace caldo di Billy Wilder è gioia, divertimento, godimento. Il più bel film alla Mostra, come ho sentito dire ad un importante critico. Nient’altro da aggiungere.

Killers | Poi Killers di Don Siegel del 1964, altro gangster movie che traduce fedelmente in immagini l’estetica asciutta e disperata di Dashiell Hammett, autore che ispirò anche Kurosawa (Yojimbo) e Leone (Per un pugno di dollari). Fra gli interpreti Ronald Reagan, ultima apparizione sullo schermo prima di darsi alla politica, e John Cassavetes, prima di darsi alla regia. Perfetto il film, dove la motivazione del danaro, per uno dei due assassini, passa in secondo piano rispetto alla volontà di sapere perché la vittima designata si è lasciata uccidere senza tentare la fuga. Perfetto il restauro. Senza quest’opera mai Tarantino avrebbe girato Le iene.

Acusada | Infine, Acusada, pellicola argentina in concorso, di Gonzalo Tabal. Ricalca la vicenda dell’omicidio di Meredith Kercher a Perugia, ma il tema non è il whodunit. È piuttosto lo studio freddamente analitico dello scontro fra senso e regole della famiglia dell’imputata e senso e regole dell’ordine giudiziario. Ed è la dimostrazione di come la menzogna, come la violenza, sia mimetica ed epidemica. Una bugia su un dettaglio si estende all’insieme delle narrazioni contrapposte, tutti devono mentire, chi accusa e chi si difende. Insomma una tematica degna di un episodio di Law and Order, ma condotta con buon taglio cinematografico. Alla fine compare un puma, un segno della creaturalità e della libertà opposte all’ordine della civiltà, che mi ha fatto pensare al falco che chiude I Tenenbaum di Wes Anderson.

S.M.

ACUSADA
Regia: Gonzalo Tobal
Produzione: Rei Cine (Benjamin Domenech, Matías Roveda, Santiago Gallelli), K S (Hugo Sigman, Matías Mosteirin, Leticia Cristi), Telefe (Axel Kuschevatzky), Piano (Julio Chavezmontes)
Durata: 108’
Lingua: spagnolo
Paesi: Argentina, Messico
Interpreti: Leonardo Sbaraglia, Lali Espósito, Inés Estevez, Daniel Fanego, Gerardo Romano, Gael García Bernal
Sceneggiatura: Gonzalo Tobal, Ulises Porra Guardiola
Fotografia: Fernando Lockett
Montaggio: Alejandro Carrillo Penovi
Scenografia: Sebastián Orgambide
Costumi: Laura Donari
Musica: Rogelio Sosa
Suono: Guido Berenblum
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Biennale Cinema 2018 | La mostra vista dal Mostro: Patierno, Amos Gitai, Kusturica, Scaringi

camorraLunedì 3 settembre, Lido di Venezia |Camorra è un documentario di montaggio, basato principalmente sulle inchieste televisive di Jo Marrazzo, che ricostruisce la mutazione della organizzazione criminale campana fra gli anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso. Un’organizzazione marginale, sottomessa a siciliani e marsigliesi che, in pochi anni, si tramuta in un potentissimo centro di potere economico e politico. Sotto la guida di Raffaele Cutolo la galassia delle bande di quartiere passa dal contrabbando di sigarette per conto della mafia al controllo della ricostruzione dopo il terremoto del 1980, fino a giungere alla genuflessione ai suoi piedi degli organi dello stato, che fanno per Cirillo rapito dalle BR quello avevano rifiutato di fare per Moro. Il commento alle immagini del meridionalista Isaia Sales chiarisce le radici sociali del fenomeno, di come un popolo ridotto da secoli a plebe abbia trovato nella Nuova Camorra Organizzata di Cutolo un’agenzia sociale per gli esclusi, un organo politico e un’erogatrice di clientele per chi non ha niente. Poi la guerra fra i clan, quasi 500 morti in un anno. Da vedere. Eppure quelli erano i miei felici vent’anni, quando nelle notti d’estate, dalle finestre aperte, giungeva il rombo dei motoscafi del contrabbando in corsa lungo la costa di Posillipo. E poi… E poi sarebbe il caso di trovare una spiegazione di come in tale sfacelo socio-politico nascesse il meglio della musica e del teatro italiani per gli anni a venire, di come dal teatro sorgesse gran parte dell’odierno cinema italiano decente (Martone, Servillo, Sorrentino, Capuano e gli altri). E poi nell’arte c’era Lucio Amelio che accoglieva Warhol e Beuys, lo Studio Trisorio con le performance orgiastiche di Nitsch, Vincent D’Arista e la Galleria Inesistente… Vengono in mente le considerazioni del personaggio di Orson Welles nel Terzo Uomo: in trent’anni in Italia, con i Borgia, hanno avuto guerre e massacri e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo e il Rinascimento; in Svizzera in 500 anni di pace e democrazia hanno creato gli orologi a cucù.

S.M.

CAMORRA
Regia:Francesco Patierno
Produzione: Todos Contentos y yo Tambien, Rai Cinema, Teche Rai
Durata: 70’
Lingua: italiano, dialetto napoletano
Paesi: Italia
Sceneggiatura: Francesco Patierno
Montaggio: Maria Fantastica Valmori
Musica:Meg
Suono: Matteo Bendinelli

 

a-letter-to-a-friend-in-gazaLetter to a friend in Gaza| Il cortometraggio Lettera a un amico a Gaza di Amos Gitai ci porta senza mediazioni al cuore di una violenza attuale e, al tempo stesso, decennale. Un taglio teatrale, attori e poeti che leggono testi in arabo ed ebraico e svelano la devastazione morale che la guerra senza fine produce anche nel vincitore pro tempore. Sono duri e illuminanti, in particolare, i testi di Amina Hass (che può essere letta nelle pagine di Internazionale), una giornalista israeliana che vive e lavora nella striscia di Gaza. Ascoltiamo agghiaccianti giustificazioni della politica israeliana raccolte fra militi e civili: “Abbiamo obbedito agli ordini”, “I palestinesi sono un popolo inferiore”. I figli delle vittime sulla strada degli aguzzini. Dell’inutilità della memoria storica.

Il lungometraggio dello stesso autore Un tram a Gerusalemme è invece una noiosa delusione e il vostro Mostro, dopo un po’, è scappato dalla sala, cosa che non fa quasi mai e di cui si vergogna. Brevi sketch messi in scena su un tram, verbosi monologhi in più lingue costretti in una idea di film degna di un liceale. Poi recitava in italiano, nella parte di un prete, Pippo Del Bono che, confesso, non reggo proprio. Pare che il regista si sia ispirato ai codici delle situation comedies. Non ne aveva il ritmo e si sentiva la mancanza delle risate registrate.

S.M.

LETTER TO A FRIEND IN GAZA
Regia: Amos Gitai
Produzione: Agav Films (Shuki Fridman, Laurent Truchot)
Durata: 34’
Lingua: ebraico, arabo, francese, italiano, yiddish, tedesco, ladino
Paesi: Israele
Interpreti: Makram Khoury, Clara Khoury, Hilla Vidor, Amos Gitai
Sceneggiatura: Amos Gitai, Makram Khoury
Fotografia: Oded Kirma
Montaggio: Yuval Orr
Musica:Alex Claude
Suono: Yaniv Levy

 

el-pepe-una-vida-supremaEl Pepe, una vida suprema | Torna la Storia nel documentario di Kusturica El Pepe, una vida suprema, una lunga intervista al tupamaro Pepe Mujca divenuto nel 2002 Presidente dell’Uruguay. Lo abbiamo conosciuto ieri quale personaggio di Una notte di 12 anni, dodici anni di isolamento sensoriale e di torture che lo spinsero sul bordo della follia. E ritroviamo il compañero presidente in Sala Grande, osannato dal pubblico e salutato da tanti pugni chiusi agitati su teste canute. L’intervista comincia il giorno della fine del mandato presidenziale, segue il suo ritorno alla coltivazione dei fiori in una misera fattoria che, del resto, non aveva mai lasciato mentre era in carica. Abbiamo visto come dalla prigionia era emerso assieme a un fiore coltivato in un vaso. Sono importanti le considerazioni di Mujca sugli effetti della prigionia, l’aver compreso che l’avidità è la dannazione di ogni politica e che il danaro deve essere un mezzo e non un fine. Una posizione vicina a quella di Papa Bergoglio che però si accompagna a modelli di sviluppo mondiale poco green, prometeici, stalinisti, futuristi: creare mari artificiali nel Sahara e in Siberia… Aleggia su questo bel ritratto di un moderno Coriolano lo spirito di Costa Gavras, già evocato nelle note sul film di finzione che lo vedeva protagonista. L’intervista è infatti inframezzata da brani de L’Amerikano, la pellicola in bianco e nero di denuncia del ruolo di sostegno degli Stati Uniti alla dittatura uruguaiana e alle altre del subcontinente.

S.M.

EL PEPE, UNA VIDA SUPREMA

Regia: Emir Kusturica
Produzione: K S Films (Hugo Sigman, Matias Mosteirin, Leticia Cristi), Andres Copelmayer, Julian Kanarek, Marcelo Carrasco, Oriental Films
Durata: 74’
Lingua: spagnolo
Paesi: Argentina, Uruguay, Serbia
Interpreti: Pepe Mujica
Fotografia: Leo Hermo
Montaggio: Svetolik Mića Zajc
Suono: Bruno Tarrière
Effetti speciali: VFX BOAT

 

la-profezia-dell-armadilloLa profezia dell’armadillo | E infine relax con La profezia dell’armadillo basata sulla fortunatissima graphic novel di Zero Calcare. Il film riesce a sfuggire ai rischi di raccontare una storia che nasce già in immagini che, però, nulla condividono con le ombre cinematografiche. Ben scritto, ben girato e recitato, il film diverte e sfugge agli stereotipi relativi ai “ggiovani”, evita il patetico e coglie autentici modi di sentire, vivere, pensare. Qualche sana iniezione di morettismo sostiene il lavoro. Ad Adriano Panatta è stato assegnato un breve monologo che, cambiando il tennis con la pallanuoto, pare venire da Palombella rossa. Pare sia stato scritto da Domenico Procacci, produttore anche degli ultimi film di Moretti.

S.M.

LA PROFEZIA DELL’ARMADILLO
Regia: Emanuele Scaringi
Produzione: Fandango (Domenico Procacci), Rai Cinema (Paolo del Brocco)
Durata: 99’
Lingua: italiano
Paesi: Italia
Interpreti: Simone Liberati, Valerio Aprea, Pietro Castellitto, Laura Morante
Sceneggiatura: Michele Rech, Oscar Glioti, Valerio Mastandrea, Johnny Palomba
Fotografia: Gherardo Gossi
Montaggio: Roberto Di Tanna
Scenografia: Mauro Vanzati
Costumi: Francesca Casciello
Musica: Giorgio Giampà
Suono: Alessandro Bianchi
Effetti speciali: 22Dogs
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Biennale Cinema 2018 | La Mostra vista dal Mostro. Kluge, Brechner, Leight

Domenica 2 settembre 2018, Lido di Venezia | Lo sguardo al passato si estende anche alle produzioni odierne. Happy Lamento  (2018) di Alexander Kluge è un film che viene da un passato remoto. Sperimentalismo fra i ‘60 e i ‘70, visione estetica più vicina Nostra Signora dei Turchi e ai lavori di Fernando Arrabal che al più recente (solo trentasei anni) Koyaanisqatsi, al quale il film è più ideologicamente prossimo. Leopardiana meditazione sulla dialettica fra esistenza e cosmo nella quale all’uomo è dato il ruolo dell’insensatezza e della furia. Il chiarore della luna contrapposto alla luce della lampadina, l’armonia delle orbite celesti al degrado materiale e urbano di uno slum di Manila, descritto nei modi di un altro sperimentalista dei tempi andati, il performer e artista austriaco Hermann Nitsch. Kluge deve avere qualche problemino con la dimensione della generazione. Tanti anni fa mise in scena i dettagli ginecologici di un procurato aborto in Le occupazioni occasionali di una schiava, oggi filma un rapporto sessuale in una latrina filippina con una donna in avanzato stato di gravidanza. Molto tedesco, molto retrò, ma al nostalgico Mostro ciò non dispiace.

S.M.

HAPPY LAMENTO
Sceneggiatura: Alexander Kluge, Feat. Khavn
Fotografia: Thomas Willke, Albert Banzon, Thomas Mauch, Erich Harandt
Montaggio: Andres Kern, Kajetan Forstner, Roland Forstner, Toni Werner
Musica: Khavn
Suono: Michael Kurz, Stephan Holl, Toni Werner
Interpreti: Helge Schneider, Heiner Müller, Galina Antoschewskaja, Peter Berling
Produzione: Kairos-Film
Produttori: Alexander Kluge Stephan Holl in collaborazione con Rapid Eye Movies in associazione con Feat. Khavn

 

la-noche-de-12-anosLa noche de 12 años | Indietro nel tempo si giunge alle dittature sudamericane del XX secolo, ai dodici anni di isolamento e continue torture inflitti a tre dirigenti tupamaros ufficialmente non imprigionati ma presi in ostaggio dalle forze armate. Rimanda a Costa Gavras con accenni di Terrence Malick. Ritroveremo domani Gavras e i personaggi del film, ma questa è una sorpresa. Una psichiatra riesce a tenere nella realtà uno dei prigionieri, uno che farà strada e che tornerà alla famiglia tenendo stretta una piantina di fiori cresciuta nell’ultimo anno di prigionia. Anche di questo si dirà domani. Ben scritto, ben girato, emozionante.

S.M.

LA NOCHE DE 12 AÑOS
Regia: Álvaro Brechner
Produzione: Tornasol Films (Mariela Besuievsky), Haddock Films (Vanessa Ragone), Aleph Media (Fernando Sokolowicz), Manny Films (Birgit Kemner), Salado (Mariana Secco)
Durata: 123’
Lingua: spagnolo
Paesi: Spagna, Argentina, Uruguay, Francia
Interpreti: Antonio de la Torre, Chino Darín, Alfonso Tort, Soledad Villamil, Silvia Pérez Cruz, César Troncorso, Mirella Pascual
Sceneggiatura: Alvaro Brechner
Fotografia: Carlos Catalán
Montaggio: Irene Blecua, Nacho Ruiz Capillas
Scenografia: Laura Musso, Daniela Calcagno
Costumi: Alejandra Rosasco
Musica: Federico Jusid, Silvia Pérez Cruz
Suono: Nacho Royo-Villanova, Martín Touron, Eduardo Esquide
Note:dal romanzo Memorias del calabozo di Mauricio Rosencof e Eleuterio Fernández Huidobro

 

peterloo-bPeterloo | Ancora più indietro, ancora più politico, Peterloo di Mike Leigh. Il talentuoso regista britannico di solito guarda le dinamiche sociali dalla prospettiva delle relazioni domestiche imponendo agli attori una dura disciplina teatrale. Lunghi dialoghi, monologhi senza stacchi, parsimoniosi movimenti di macchina e stacchi di montaggio. Con una sintassi filmica opposta a quella del maestro russo, Leigh gira la sua Corazzata Potemkin. È la ricostruzione di un massacro perpetrato nel 1818 a St.Peter Field dall’esercito inviato contro la popolazione di Manchester, radunatasi in un pacifico comizio durante lo sciopero dei tessitori. Il taglio teatrale dell’autore gli consente di descrivere in dettaglio le forze, gli interessi, le strategie e le emozioni che conducono a un determinato esito storico. La fame, l’impeto religioso, il narcisismo e la volontà di potenza dei leader, l’astuzia di chi sa gettare il sasso e nascondere la mano… La qualità visiva dell’opera è notevolissima con inquadrature che rimandano a Vermeer e David e mozioni forti, anche se il ritmo è da sceneggiato televisivo della BBC.

S.M.

PETERLOO
Regia: Mike Leigh
Produzione: Thin Man Films (Geogina Lowe), Amazon Studios, Film 4, BFI, Lipsync
Durata: 154’
Lingua: inglese
Paesi: Gran Bretagna, Usa
Interpreti: Rory Kinnear, Maxine Peake, Pearce Quigley, David Moorst, Rachel Finnegan, Tom Meredith, Simona Bitmate
Sceneggiatura: Mike Leigh
Fotografia: Dick Pope
Montaggio: Jon Gregory
Scenografia: Suzie Davies
Costumi: Jacqueline Durran
Musica: Gary Yershon
Suono: Rob Ireland, Tim Fraser
Effetti speciali: Elements FX (Johnny Rafique, Nick Rideout)

 

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Biennale Cinema 2018 | La Mostra vista dal Mostro: Adieu Philippine.

adieu-philippinePiù che nelle precedenti edizioni il programma della selezione ufficiale appare dominato dalla volontà di rintracciare pellicole con qualche chance di successo nelle sale o sulle piattaforme come Netflix che, infatti, stanno guadagnando sempre più spazio come case produttrici. La grammatica estetica che si afferma è così quella di Hollywood d’alta gamma, tecnica perfetta, sentimenti chiari e distinti, retorica quanto basta. Il vostro Mostro ha così deciso di trascorrere gran parte del suo tempo all’inseguimento di capolavori restaurati del passato o di pellicole marginali, opere che mai giungeranno nelle sale.
Adieu Philippine (1963) di Jacques Rozier, autore poco conosciuto della Nouvelle Vogue francese, è appunto una di queste pellicole che è necessario riscoprire. Due ragazze e un ragazzo diciannovenni si corteggiano a Parigi e si amano in Corsica nei due mesi che precedono la di lui partenza per la guerra d’Algeria. Narrazione divagante e asciutta, pudori e miserie senza sentimentalismi, scrittura cinematografica nel segno dell’antiretorica, violazioni esplicite delle buone maniere dell’inquadratura e del montaggio meno clamorose ma analoghe a quelle del coevo À bout de souffle di Godard. Per oltre un minuto, ad esempio, una delle protagoniste balla guardando in macchina. Ma sono l’antiretorica e la tecnica cinematografica volutamente “sporca” a far esplodere la meraviglia e la potenza dei mesi fulgidi della piena giovinezza,  che come l’estate, come la luce mediterranea, come la miscela delle lingue (francese, corso e il napoletano di Vittorio Caprioli) travalicano l’ansia del possibile incontro con la guerra.
Saluti dal Mostro Marino.

S.M.

ADIEU PHILIPPINE (DESIDERI NEL SOLE)
Regia: Jacques Rozier
Produzione: Rome Paris Films, Euro International Film, Alpha Productions, Unitec
Durata: 111’
Lingua: francese
Paesi: Francia, Italia
Anno: 1962
Interpreti: Jean-Claude Aimini, Yveline Céry, Stefania Sabatini, Vittorio Caprioli, Daniel Descamps, André Tarroux, Marco Perrin, Arlette Gilbert, Maurice Garrel, Pierre Frag
Sceneggiatura: Jacques Rozier, Michèle O’Glor
Fotografia: René Mathelin
Montaggio: Monique Bonnot, Claude Durand, Marc Pavaux
Musica:Jacques Denjean, Paul Mattei, Maxim Saury
Suono: Maurice Laroche
Restauro: La Cinémathèque française, A17
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