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Biennale Cinema 2018 | La mostra vista dal Mostro: Patierno, Amos Gitai, Kusturica, Scaringi

camorraLunedì 3 settembre, Lido di Venezia |Camorra è un documentario di montaggio, basato principalmente sulle inchieste televisive di Jo Marrazzo, che ricostruisce la mutazione della organizzazione criminale campana fra gli anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso. Un’organizzazione marginale, sottomessa a siciliani e marsigliesi che, in pochi anni, si tramuta in un potentissimo centro di potere economico e politico. Sotto la guida di Raffaele Cutolo la galassia delle bande di quartiere passa dal contrabbando di sigarette per conto della mafia al controllo della ricostruzione dopo il terremoto del 1980, fino a giungere alla genuflessione ai suoi piedi degli organi dello stato, che fanno per Cirillo rapito dalle BR quello avevano rifiutato di fare per Moro. Il commento alle immagini del meridionalista Isaia Sales chiarisce le radici sociali del fenomeno, di come un popolo ridotto da secoli a plebe abbia trovato nella Nuova Camorra Organizzata di Cutolo un’agenzia sociale per gli esclusi, un organo politico e un’erogatrice di clientele per chi non ha niente. Poi la guerra fra i clan, quasi 500 morti in un anno. Da vedere. Eppure quelli erano i miei felici vent’anni, quando nelle notti d’estate, dalle finestre aperte, giungeva il rombo dei motoscafi del contrabbando in corsa lungo la costa di Posillipo. E poi… E poi sarebbe il caso di trovare una spiegazione di come in tale sfacelo socio-politico nascesse il meglio della musica e del teatro italiani per gli anni a venire, di come dal teatro sorgesse gran parte dell’odierno cinema italiano decente (Martone, Servillo, Sorrentino, Capuano e gli altri). E poi nell’arte c’era Lucio Amelio che accoglieva Warhol e Beuys, lo Studio Trisorio con le performance orgiastiche di Nitsch, Vincent D’Arista e la Galleria Inesistente… Vengono in mente le considerazioni del personaggio di Orson Welles nel Terzo Uomo: in trent’anni in Italia, con i Borgia, hanno avuto guerre e massacri e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo e il Rinascimento; in Svizzera in 500 anni di pace e democrazia hanno creato gli orologi a cucù.

S.M.

CAMORRA
Regia:Francesco Patierno
Produzione: Todos Contentos y yo Tambien, Rai Cinema, Teche Rai
Durata: 70’
Lingua: italiano, dialetto napoletano
Paesi: Italia
Sceneggiatura: Francesco Patierno
Montaggio: Maria Fantastica Valmori
Musica:Meg
Suono: Matteo Bendinelli

 

a-letter-to-a-friend-in-gazaLetter to a friend in Gaza| Il cortometraggio Lettera a un amico a Gaza di Amos Gitai ci porta senza mediazioni al cuore di una violenza attuale e, al tempo stesso, decennale. Un taglio teatrale, attori e poeti che leggono testi in arabo ed ebraico e svelano la devastazione morale che la guerra senza fine produce anche nel vincitore pro tempore. Sono duri e illuminanti, in particolare, i testi di Amina Hass (che può essere letta nelle pagine di Internazionale), una giornalista israeliana che vive e lavora nella striscia di Gaza. Ascoltiamo agghiaccianti giustificazioni della politica israeliana raccolte fra militi e civili: “Abbiamo obbedito agli ordini”, “I palestinesi sono un popolo inferiore”. I figli delle vittime sulla strada degli aguzzini. Dell’inutilità della memoria storica.

Il lungometraggio dello stesso autore Un tram a Gerusalemme è invece una noiosa delusione e il vostro Mostro, dopo un po’, è scappato dalla sala, cosa che non fa quasi mai e di cui si vergogna. Brevi sketch messi in scena su un tram, verbosi monologhi in più lingue costretti in una idea di film degna di un liceale. Poi recitava in italiano, nella parte di un prete, Pippo Del Bono che, confesso, non reggo proprio. Pare che il regista si sia ispirato ai codici delle situation comedies. Non ne aveva il ritmo e si sentiva la mancanza delle risate registrate.

S.M.

LETTER TO A FRIEND IN GAZA
Regia: Amos Gitai
Produzione: Agav Films (Shuki Fridman, Laurent Truchot)
Durata: 34’
Lingua: ebraico, arabo, francese, italiano, yiddish, tedesco, ladino
Paesi: Israele
Interpreti: Makram Khoury, Clara Khoury, Hilla Vidor, Amos Gitai
Sceneggiatura: Amos Gitai, Makram Khoury
Fotografia: Oded Kirma
Montaggio: Yuval Orr
Musica:Alex Claude
Suono: Yaniv Levy

 

el-pepe-una-vida-supremaEl Pepe, una vida suprema | Torna la Storia nel documentario di Kusturica El Pepe, una vida suprema, una lunga intervista al tupamaro Pepe Mujca divenuto nel 2002 Presidente dell’Uruguay. Lo abbiamo conosciuto ieri quale personaggio di Una notte di 12 anni, dodici anni di isolamento sensoriale e di torture che lo spinsero sul bordo della follia. E ritroviamo il compañero presidente in Sala Grande, osannato dal pubblico e salutato da tanti pugni chiusi agitati su teste canute. L’intervista comincia il giorno della fine del mandato presidenziale, segue il suo ritorno alla coltivazione dei fiori in una misera fattoria che, del resto, non aveva mai lasciato mentre era in carica. Abbiamo visto come dalla prigionia era emerso assieme a un fiore coltivato in un vaso. Sono importanti le considerazioni di Mujca sugli effetti della prigionia, l’aver compreso che l’avidità è la dannazione di ogni politica e che il danaro deve essere un mezzo e non un fine. Una posizione vicina a quella di Papa Bergoglio che però si accompagna a modelli di sviluppo mondiale poco green, prometeici, stalinisti, futuristi: creare mari artificiali nel Sahara e in Siberia… Aleggia su questo bel ritratto di un moderno Coriolano lo spirito di Costa Gavras, già evocato nelle note sul film di finzione che lo vedeva protagonista. L’intervista è infatti inframezzata da brani de L’Amerikano, la pellicola in bianco e nero di denuncia del ruolo di sostegno degli Stati Uniti alla dittatura uruguaiana e alle altre del subcontinente.

S.M.

EL PEPE, UNA VIDA SUPREMA

Regia: Emir Kusturica
Produzione: K S Films (Hugo Sigman, Matias Mosteirin, Leticia Cristi), Andres Copelmayer, Julian Kanarek, Marcelo Carrasco, Oriental Films
Durata: 74’
Lingua: spagnolo
Paesi: Argentina, Uruguay, Serbia
Interpreti: Pepe Mujica
Fotografia: Leo Hermo
Montaggio: Svetolik Mića Zajc
Suono: Bruno Tarrière
Effetti speciali: VFX BOAT

 

la-profezia-dell-armadilloLa profezia dell’armadillo | E infine relax con La profezia dell’armadillo basata sulla fortunatissima graphic novel di Zero Calcare. Il film riesce a sfuggire ai rischi di raccontare una storia che nasce già in immagini che, però, nulla condividono con le ombre cinematografiche. Ben scritto, ben girato e recitato, il film diverte e sfugge agli stereotipi relativi ai “ggiovani”, evita il patetico e coglie autentici modi di sentire, vivere, pensare. Qualche sana iniezione di morettismo sostiene il lavoro. Ad Adriano Panatta è stato assegnato un breve monologo che, cambiando il tennis con la pallanuoto, pare venire da Palombella rossa. Pare sia stato scritto da Domenico Procacci, produttore anche degli ultimi film di Moretti.

S.M.

LA PROFEZIA DELL’ARMADILLO
Regia: Emanuele Scaringi
Produzione: Fandango (Domenico Procacci), Rai Cinema (Paolo del Brocco)
Durata: 99’
Lingua: italiano
Paesi: Italia
Interpreti: Simone Liberati, Valerio Aprea, Pietro Castellitto, Laura Morante
Sceneggiatura: Michele Rech, Oscar Glioti, Valerio Mastandrea, Johnny Palomba
Fotografia: Gherardo Gossi
Montaggio: Roberto Di Tanna
Scenografia: Mauro Vanzati
Costumi: Francesca Casciello
Musica: Giorgio Giampà
Suono: Alessandro Bianchi
Effetti speciali: 22Dogs
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II. Fundamentals. Elements of Architecture | Biennale di Venezia

6 Giugno 2014, Venezia, Giardini della Biennale
2014-06-08 18.35.15Se Monditalia è l’invito a fare il punto della situazione odierna, Elements of Architecture è il personale contributo di Rem Koolhaas alla ri-costruzione dell’immaginario.
Molti degli addetti ai lavori escono dalla mostra del Padiglione Centrale dei Giardini con facce svogliate, interdette o, peggio, indignate, perché l’allestimento fa radicalmente piazza pulita di rituali parlati solo da specialisti, sgomberando il campo in modo netto da planimetrie, modellini e plastici in scala, da linguaggi tecnici e criptici, rivolgendosi invece a tutti, per davvero, e rompendo quel maleficio che sembrava aver condannato l’Architettura all’autoreferenzialità e/o alla monumentalità auto-celebrativa, narcisista e spettacolare.
Rem Koolhaas obbliga tutti, scettici compresi, a ripartire, letteralmente, dai Fondamentali: soffitti, muri, porte, finestre, facciate, scale, ascensori, toilet. Obbliga a (ri)volgere l’attenzione alle necessità reali e concrete legate al progettare. Obbliga a porsi domande elementari: a che cosa serve quello che vogliamo realizzare? a chi serve? è necessario? funziona? Domande queste, che di questi tempi, farebbero arrossire perfino qualche Archistars, alle prese con annosi problemi di pedoni che cadono sui ponti invece di salire e disabili calpestati.
Non è solo una provocazione quanto piuttosto un dovuto memento per gli apprendisti: per diventare architetto è prima necessario saper fare l’artigiano, il carpentiere, il falegname; saper fare il muratore, e imparare a posare pietre, a livellare pareti; saper fare il fabbro,  e imparare a forgiare maniglie, serrature, chiavi; saper fare l’idraulico e costruire bagni, fogne, scarichi. Non è un caso che la sala più sconvenientemente lucida sia proprio quella dedicata alla toilet, dove urinatoi vecchi e nuovi troneggiano insieme a sedute romane e post-moderne.

Il messaggio di Koolhaas arriva forte e chiaro: una sferzata sonora alla pericolosa incompetenza di chi si arroga il privilegio di progettare senza saper … costruire.

In effetti, a un musicista (e pure a noi) farebbe certamente sorridere la proposta di far salire sul podio a dirigere un’intera orchestra un direttore che a suonare uno strumento non ha imparato mai.

Anna Trevisan

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I. Fundamentals. Monditalia | Biennale di Venezia

5 Giugno 2014, Arsenale di Venezia, 14° Mostra Internazionale di Architettura

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In vaporetto verso l’Arsenale, per visitare l’anteprima della Biennale di Venezia.

C’è un forte silenzio intorno. In alto, campeggiano due pubblicità, l’una accanto all’altra. Rivestono gli occhi con parole che hanno un sapore di amara ammonizione, di inascoltata profezia: “Fundamentals. 14° Mostra Internazionale di Architettura”. Accanto, si legge: “Non solo Mose. Il Mose completa un grande progetto. Costruire con la Natura, salvando Venezia”.

All’indomani del terremoto politico che in una manciata di ore ha spazzato via un’intera classe dirigente, queste pubblicità, giustapposte l’una all’altra dalla mano del Caso, producono un involontario (e proprio per questo tanto più pungente) commento ai fatti del giorno, rendendo d’improvviso necessario e illuminante il titolo di questa 14° Biennale, che assurge, suo malgrado a vero e proprio Manifesto di un’Epoca.

I Fondamentali, dunque.
Monditalia è senz’altro il primo fondamentale della trilogia teorico-pratica di Koolhaas, del suo invito dialettico ad osservare/assorbire/(ri)costruire. La mostra delle Corderie dell’Arsenale è una scansione aggiornata dello Stivale più amato del mondo. Obbliga a camminare tra le macerie e gli scempi architettonici e urbani, tra rimasugli di mala gestione e riflessioni liquide su che cosa definisce un Paese, un confine, una Nazione, per fare il punto sullo stato attuale del patrimonio e del territorio, del suo paesaggio naturale e artificiale. Obbliga a tracciare una dolorosa e sconfitta topografia del fallimento dell’architettura, della sua impotenza, dei suoi errori/orrori, scoprendo un grande corpo ferito: quello dell’Italia Oggi.

Monditalia, infatti, è un’impressionante teoria di installazioni (41) distese negli spazi delle Corderie, scandita da tappe e soste, a tratti raggelanti, lungo la spina dorsale dell’Italia, da Sud a Nord. Dall’isola di Lampedusa (Intermundia), toccante non-luogo di emersioni e sparizioni, di confini marini eppure solidissimi, alle foto di ciò che resta de L’Aquila (L’Aquila’s Post-Earthquake Landscapes); dai video documentari dedicati all’isola della Maddalena (La Maddalena), ai luoghi ritrovati delle Alpi dove un cartografo automatico disegna i confini (Italian Limes) e Armin Linke racconta le montagne comprese dei suoi abitanti No Tav (Alps); passando per Pompei , Roma (Cinecittà Occupata, Ospedale San Giacomo-The Ghost Block), Assisi (Assisi Laboratory), Tortona e poi Milano (Sales Oddity. Milano 2 and the politics of direct-to-home Tv urbanism). E poi, sale come quella che ospita Radical Pedagogies: Action-Reaction-Interaction, un memorandum per le generazioni future dei percorsi di rottura e divergenza che hanno fatto la storia dell’Architettura.
Rem Koolhaas -giornalista e sceneggiatore, prima che architetto- conferma la sua vocazione all’interdisciplinarietà che trasmette anche a questa 14. Mostra sciegliendo di far conversare la disciplina dell’Architettura -per la prima volta nella storia di una Biennale – con le altre arti, muse e sorelle, grazie alla collaborazione dei direttori degli altri settori: Alberto Barbera (Biennale Cinema); Virgilio Sieni (Biennale Danza); Alex Rigola (Biennale Teatro); Ivan Fedele (Biennale Musica).

Il percorso espositivo delle Corderie è affiancato infatti dalla proiezione di pellicole che hanno fatto la storia del cinema italiano, contribuendo a tracciare uno spaccato sociale, antropologico, estetico del nostro Paese. Come un controcanto visuale alle criticità attuali, scorre un susseguirsi di spezzoni significativi di oltre 70 film che, insieme, scandiscono come un metronomo la re-visione dell’Italia nazional-popolare, creando uno strano, inquietante cortocircuito con la realtà documentata e raccontata, nelle sale a fianco, dai progetti di Monditalia. Gli spazi sono animati anche da performances di danza, prove, studi corali. La musica di uno degli spettacoli infrange il tabù della monodirezionalità settoriale delle discipline, rieducandoci all’ascolto olistico e globale delle forme, a quel passato Rinascimentale e prima ancora appartenuto alla Classicità  dove arte e coreutica, musica e architettura erano interconnesse.

Anna Trevisan

 

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