Incisi

National Dance Company Wales | “I think the combination of age and a greater coming together is responsible for the speed of the passing time. […] I am in excellent physical and emotional health…”. Inizia e si sviluppa sulle parole musicate da Rzewsky Mythology, il primo dei tre pezzi proposti dalla National Dance Company Wales. Compagnia di ottimi danzatori, versatili ed eclettici, in grado di adattarsi a qualsiasi temperatura stilistica, a qualsiasi direzione e regia, senza perdere nemmeno un grammo della loro freschezza tecnica e della loro puntualità formale. Giovani perle, già levigate dall’esercizio e dalla disciplina, ma autentiche e naturali, a illuminare la danza e le sue possibili interpretazioni. Dal riverbero della parola e del concettuale nel gesto riflessivo e sincrono di Mythology, che sviluppa in gruppo il discorso su un corpo politico condiviso, al raffinato ed esatto taglio di luci di Purlieus, per tre danzatori, che smaglia però il coinvolgimento emotivo, fino all’ironica e liberatoria leggerezza di Dream, scoppiettante chiosa di questo prelibato assaggio.

Anna Trevisan

 

MilanOltre 2014 | Teatro Elfo Puccini, Milano- 5 Ottobre 2014

Mythology; coreografia Stephen Shropshire; musiche Coming Together di Frederic Rzewski; con Josef Perou, Camille Giraudeau, Matteo Marfoglia, Mathieu Geffré, Chris Scott, Natalie Corne, Àngela Boix Duran, Elena Thomas, Kit Brown, Emily Cottage. Purlieus; coreografia Lee Johnston; musiche Four Tet, Bonobo; disegno luci Joe Fletcher; interpreti Camille Giraudeau, Natalie Corne, Àngela Boix Duran/Josef Perou, Matteo Marfoglia, Mathieu Geffré. Dream; coreografia Christopher Bruce; musiche ultimo movimento da Valses Nobles et Sentimentales – Lent e Bolero di Ravel; secondo movimento da Penillion di Grace Williams; con Josef Perou, Camille Giraudeau, Matteo Marfoglia, Mathieu Geffré, Chris Scott, Natalie Corne, Àngela Boix Duran, Elena Thomas, Kit Brown, Emily Pottage

http://www.milanoltre.org/

http://www.ndcwales.co.uk/en

National Dance Company Wales | MilanOltre 2014

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Tatha. Aakash Odedra | Tetralogia espunta dalla tradizione indiana sonora e gestuale, Tatha affolla di sollecitazioni le potenzialità virtuose di un danzatore quasi perfetto, pizzicandone il corpo come fosse uno strumento divino capace di suonare da solo. Nel ritmo ipnotico e cadenzato della musica, Odedra converte senza fatica la precisione puntuale e geometrica dei gesti delle mani e dei polsi in rimbalzi elastici delle piante dei piedi e in movimenti circolari delle caviglie, degni di un derviscio rotante. Subito diventa chiaro che Odedra non danza la musica: è musica. È quel suono di tamburo, che percuote l’attenzione volgendola in trance. È energia pura, che sgorga dai piedi, quando li tamburella per terra scuotendo i sonagli/cavigliere. È fuoco e poi aria, quando si solleva in salti alati che si rompono in gesti di velocità spigolosa e angolata, producendosi in un assolo di una bravura quasi assoluta. Perché Odedra è vettore puro, conduttore che contiene insieme il Maschile “e anche” il Femminile, esaudito sulla scena con lo stilema della danza Kathak, insieme ad una partner.

Anna Trevisan

MilanOltre | Teatro Elfo Puccini- 28 Settembre 2014

Tatha; coreografia Kumudini Lakhia; musica The Gundecha Brothers; con Aakash Odedra, Sanjukta Sinha Prima Europea

http://www.milanoltre.org

 

Tatha. Aakash Odedra | MilanOltre 2014

Forever Young

Forever Young

29 Aprile 2014

CSC Nardini, Bassano del Grappa

Forever Young. Esito aperto al pubblico

direzione artistica Alessandro Sciarroni; training e consulenza drammaturgica Chiara Bersani e Marco Ramponi; costumi Alessia Morra; luci Cosimo Rampini

di Anna Trevisan

Nasce da un laboratorio questa prova gentile. Quattordici attori non professionisti (magari gli attori di professione avessero tutti la stessa qualità di presenza scenica!) entrano in scena uno alla volta, e si vanno a sedere in semicerchio su delle sedie.

Ognuno entra alla propria maniera, con la propria camminata, il proprio sorriso, il proprio tempo nel silenzio abitato dalle loro presenze colorate, buffe, tristi e allegre allo stesso tempo. Un po’ clown e un po’ Charlot . Sfoggiano calzini a righe, scarpe colorate, abitini con gonne godè e frac con papillon.

Concentrati in modo quasi assoluto e per questo sublime su ogni movimento da compiere e in atto. Innamorati di ogni attimo e spaventati da ogni gesto, trasformano una prova di fine laboratorio in un piccolo grande evento.

Il segno poetico e il disegno sono quelli degli artisti Alessandro Sciarroni, Chiara Bersani e Matteo Ramponi ma l’intensità è tutta degli interpreti, che regalano momenti di rara emozione formale alla performance, convincendo il pubblico ad abbandonare rigidità e stupore iniziali in favore di una distesa meraviglia.

Con un pulsante respiro all’unisono, si evoca un’unica, viva e reale creatura, costruita di fiato e di diaframma. Inspira ed espira ossigeno a ritmo, diretta da un direttore d’orchestra immaginifico. Emette fischi e sfiati degni di maestosi cetacei e balene estinte.

Poi si impenna, si scopre in piedi, e bussa con le piante dei piedi ed i talloni sulla schiena della Terra. Salta e si sparpaglia puntinando il palco di controtempi e batter di mani folk. Un tuono cadenzato si solleva  dal pavimento ctonio, con sempre più fragore, quasi a voler far scoppiare di pioggia un cielo chiuso, pizzicato dal rumore di un esercito colorato di piedi che continuano a cadere sul pavimento, a rimbombare, e producono suoni pesanti, possenti, sinceri.

Dall’acqua, alle zolle della terra ai tuoni celesti, in questa cosmo-genesi per nulla “brut”,  il silenzio iniziale si sviluppa in musica. Quello che accade è una galassia lattea e vorticosa di corpi che corrono a spirale intorno ad un centro che non c’è. L’Universo intero è chiamato a raduno, con cellule e gameti e mitocondri che si appaiano, si dividono, si moltiplicano e si disperdono. Incredibile capacità visionaria di suscitare mondi, quella di Sciarroni, Chiara Bersani, Matteo Ramponi. E degli attori. Professionisti.

http://www.operaestate.it/evento/forever-young/

http://www.alessandrosciarroni.it/

http://www.corteospitale.org/

Forever Young

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16 marzo 2014, CSC Garage Nardini, All dressed up with nowhere to go – Sharing di fine residenza di Giorgia Nardin con Marco D’Agostin e Sara Leghissa, musica di LSKA

di Anna Trevisan

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Sara Leghissa e Marco D’Agostin

Di Hieronymous Bosch, espunto il mostruoso, resta il fantastico. Così la coreografa Giorgia Nardin rielabora in danza le visioni del grande artista fiammingo, che trascolorano in rivisitazioni di corpi nient’affatto dannati, nient’affatto infernali. Una carne senza carnalità, disinibita  e libera, senza ansia né peccato. Un biancore lucente che fa pensare più alla prima tavola del trittico  Il Giardino delle delizie – dove Adamo ed Eva incontrano un Gesù che per l’occasione si fa Signore e li spinge a visitare la terra – piuttosto che all’Inferno livido e orripilato dei dannati. È la cifra dell’incanto ad irrorare i corpi dei performers, in un controluce invisibile sulla tavola di Bosch con le sue fughe di verdi e di frutti prelibati e faune al limite dell’onirico. Delle figure umane più note e tormentate di Bosch, quelle illuminate da illusioni luciferine  e sorprese in pose bestiali, nella performance resta solo la loro stilizzazione in incastri di corpi che si adagiano uno sull’altro come granchi seduti al sole e si stendono uno sopra l’altro come sofà tranquilli.

Su una gamba sola, abbottonatissimi fino al collo, sotto a camicie che sono di un grigio-verde come le tele sfinite di attesa in Edward Hopper, con gesti silenziosi e rituali di chi conosce a memoria le azioni da compiere, i danzatori iniziano con la ripetizione di piccoli movimenti: mani sui fianchi, mano sui capelli, braccia conserte, mano sul mento e daccapo mani sui fianchi, mano sui capelli, braccia conserte, mano sul mento. Poi, la naturalezza viva dei corpi prende il sopravvento sul segno e diventa disegno. La loro pelle nuda eletta a superficie trasforma la ripetizione in liberazione. E i quadri visuali che lasciano sentire l’eco fresco e felice del Paradiso di Bosch ci incantano e ci commuovono. Tenero, dolcissimo, lieve.

http://www.giorgianardin.com/

All dressed up with nowhere to go

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VOR

31 gennaio 2014, Sala del Ridotto. Teatro Comunale di Vicenza, VOR. Sharing di fine residenza, di e con Tiziana Bolfe, Matteo Maffesanti, musiche originali di Davide Pachera, costumi Francesca Basso, lighting design Jeroen De Boer, supporto artistico Nicole Seiler

di Anna Trevisan

Un sibilo arriva da sinistra. Punti luminosi proiettati sullo schermo. Un suono vibra zebrato.

Sul proscenio c’è un computer acceso, quello del musicista e tecnico del suono. In fondo al palco ci sono altri due computer. Tre punti, tre postazioni di lavoro che disegnano invisibili rette coincidenti e una bisettrice. I due perfomer entrano in scena e si posizionano distanti uno dall’altra, accanto ai computer. Hanno le gambe e le braccia nude, vestiti di una T-shirt e calzoncini corti arrotolati fino all’inguine.

Sullo schermo gigante appeso a fondo palco nascono dita di mani gigantesche, enormi, che si cercano, si toccano, si sfiorano in duetti che evocano la plastilina surrealista e geniale di Jan Svankmeier in versione iperrealista, sorvolando Bruce Naumann.

Assistiamo ad una progressiva rarefazione del tocco. Il corpo dei performer sembra rimpicciolire davanti allo schermo. I loro mignoli, i loro palmi , le loro dita proiettate in estemporanea sullo schermo incantano e riducono a rumore la visione dei loro corpi reali in movimento. Poi c’è un intervallo, un cambio di ritmo. Il corpo dei perfomers si slaccia in polsi e avambracci che pungono per terra come frecce di suono abbassate. Sullo schermo si allarga un grumo di pelle grinzosa che si dilata e si contrae insieme al suono. Palmi come macchie di odori rosa arancio, sfuocate e dilatate fino all’estremo. Le dita si intrecciano alterate dalla luce e le loro sagome ingrandite sul video diventano inganno di schiene, gambe, corpi che danzano. La pianta del piede catturata dalla videocamera sullo schermo diventa derma, epitelio diffuso che ri-cambia il suono in visioni uterine. La relazione fisica tra i performers è triangolata  dai computer, e la proiezione di un macro-corpo virtuale sullo schermo disorienta la visione complessiva. Il corpo fisico si fa quasi comparsa, eppure resta il conduttore indispensabile della visione, indicando il canale, il passaggio, il varco, l’accesso alla trasformazione in virtuale e mostrandoci la potenzialità infinita di prospettive possibili. Gomiti come spigoli acuti spingono per terra anche i suoni elettronici che seguono i movimenti. Assistiamo alla creazione/proiezione di un altro mondo. Siamo entrati in un altro mondo. I performer si alzano in piedi. Dando la schiena al pubblico avanzano verso il proscenio. E si posizionano ognuno di fronte al proprio computer. Sullo schermo si gonfia un ibrido strano, il mito platonico dell’androgino realizzato.

Di spalle al pubblico, l’ottima Tiziana Bolfe esegue con tensione millimetrica e controllo di ogni muscolo e fibra la con-fusione con il corpo virtuale del partner. E qui accade la magia: il disorientamento ottico e percettivo iniziale aumenta, e diventa sincera meraviglia. Non sappiamo più a chi credere, se all’immagine dei loro corpi fisici oppure a quella dei loro corpi virtuali, perché sono vere entrambe, l’una in nome della presenza “qui e ora”; l’altra, in nome della rappresentazione esatta e rarefatta del “mentale”/”spirituale”. I loro corpi fisici, distanti, si toccano e si penetrano spogliati di carne e superficie epiteliale, trasfigurati in un ultra-corpo che è alone impalpabile, rappresentazione dell’invisibile grazie al  virtuale.

La sofisticata riflessione sul corpo fisico e sul corpo “spirituale” alla quale ci hanno condotto gli artisti riserva un ulteriore, intelligente sorpresa, di grande resa scenica che non vogliamo svelare.

http://www.tcvi.it/it/eventi/2013-2014/progetti/401/v-o-r

http://www.lucybriaschidanza.com/stampa

 

VOR

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14 gennaio 2014, CSC Nardini, Bassano del Grappa.

Sharing di fine residenza di Camilla Monga e Luca Scapellato, coreografia di Camilla Monga, Interactive sound design di Lska

di Anna Trevisan

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Foto di Camilla Monga/Lska

Un folletto viaggiatore arriva in jeans, maglione blusante a righe e scarpe da ginnastica. Sul pavimento due strisce bianche di scotch disegnano un trapezio aperto, adagiato verso il pubblico. Perché ci siano queste due linee bianche lo capiamo poco a poco. Dentro queste linee scopriamo che c’è musica, c’è rumore, c’è suono. Fuori invece il silenzio. Il corpo curioso della danzatrice Camilla Monga entra ed esce da queste direttrici, divertendosi a trapassare confini sonori e dimensionali.Danza con spavalda freschezza, nuotando in movenze leggere, snodate, fluide e sbarazzine, che a tratti la fanno assomigliare a un pinocchio giocoso, a uno scoiattolo nel bosco, a un camminatore androgino e solitario su qualche pianeta esterno al sistema solare.Due sono gli oggetti che usa in scena: uno “skate” a quattro ruote, e un “hula hoop” fatto di cavi di plastica gialla arrotolati. Il tocco e la manipolazione degli oggetti producono risultati sonori inaspettati, così come il movimento del suo corpo nello spazio “dentro” i confini, che scopriamo perlustrato da un sensore di movimento, appeso in alto per catturare ogni suo gesto, tradurlo in impulso elettronico e rielaborarlo in suono.

Questo dialogo sonoro tra corpo umano, spazio fisico, elettronica e suono scorre lieve, all’insegna della morbidezza. Luca Scapellato musica e dirige seduto alla sua postazione. Dallo schermo del computer escono rielaborazioni delle immagini della perfomer, e delle sue ombre, trasformate da un programma magico, degno di Tesla redivivo, che emancipa la tecnologia dallo stereotipo della pesantezza robotica, catturando la danza, pilotando il suono e rimbalzandolo sul corpo della danzatrice come fosse acqua invisibile, goccia e marea.

La coreografia dirige la musica e allo stesso tempo la costruisce. L’incontro delle gambe, o delle braccia, o delle mani con un preciso punto nello spazio suscitano risposte precise: si accendono impulsi sonori, si moltiplicano e da elettrico-motori diventano elettronici; cadono su superfici preparate di loop, su strisce di suono campionato.

La macchina rileva il movimento, lo ascolta, e la danzatrice, a sua volta, danzando perfora dimensioni acustiche diversissime, attraversando con tutto il corpo ogni variazione possibile: slabbra un suono in altezza, in intensità, in volume, in colore. Questa interazione tra “forze motrici” e “forze acustiche” si traduce in danza.

Elettronica e fisicità, macchina e corpo umano si esplorano a vicenda, in contatti delicati e nuovi, tessuti sulle assi invisibili di ascisse che compongono il volume del suono e ordinate che determinano il tipo di suono.

“Bolle sonore”, le definiscono gli autori, dove la precisione esatta dell’ingegneria del suono sfida l’imperfezione divina del corpo umano, invitandolo a ripetere improvvisazioni impossibili, originando limiti ed errori umani che rendono questo duetto ad alta precisione più tenero e meno virtuale.

http://www.operaestate.it/evento/camilla-monga-e/

http://www.lska.org/it/

http://www.aiep.org/

http://www.ickamsterdam.com/

Iperspazio

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16 novembre 2013, CSC Nardini, Bassano del Grappa.

Manuel Roque. Sharing di fine residenza.

di Anna Trevisan

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Le note cupe e solenni del Requiem di Fauré aprono lo spettacolo. Il corpo di Cristo è nel torso nudo del performer, nel suo torace, nel suo sterno, nel suo costato offeso da movimenti possenti che lo disarticolano fino allo spasimo. Un grumo di sedie rosse sulla sinistra del palco parla il colore della Passione. Il registro espressivo scelto dal performer sembra voler citare la teatralità espressionista di Francis Bacon, iniettando a tratti una riuscita drammaticità nel corpo ridotto a carne deformata e ferita, anche nel volto, stravolto da smorfie in bilico tra lirismo e crudeltà.

Il Requiem sostiene il corpo caduto, come imploso, sempre più impotente e soccombente. Dopo il torace, anche le gambe cedono, in una deformità penosa. Piedi e ginocchia si flettono verso l’interno, si trascinano in una camminata sofferente che resuscita la visione dell’handicap. Il corpo si arrende, eretto, e alza le braccia e le mani aperte al cielo. Il calvario doloroso del corpo sembra culminare nella crocifissione. Le gambe si incrociano, infatti, restando come inchiodate. Poi, il volto indossa la maschera farsesca dell’opera, mimando muto il canto. Quando il tragico sta per svaporare in farsa e opera buffa, l’immaginario alla Bacon ritorna nelle dita uncinate che arpionano l’aria, nella bocca slabbrata, nei movimenti distrofici di braccia e gambe, nella lotta estenuante del corpo contro se stesso, che per liberarsi usa mani rattrappite e spalle dislocate. Il movimento ondulatorio di braccia e torso apre una camminata sonora e sgangherata che cade sul palco con pesanti tonfi. Le mani si aprono sulla testa come corona di spine, come corna di animale. Le braccia si appendono dietro al collo, annodate ad un basto invisibile. E lottano in direzioni opposte, una tesa e aperta, l’altra chiusa e offesa in un pugno gonfio di rabbia e ribellione. Il pugno e il palmo si dividono in intenzioni contrarie. A tratti si cercano, quasi a volersi toccare e aiutare, come alla ricerca di quella scintilla perduta che la michelangiolesca Mano di Dio instilla all’Uomo.

La deposizione del corpo dalla Croce e il compianto del Cristo morto si offrono all’immaginazione nelle braccia del performer, che si staccano dall’irrigidita posa dilaniata, come se venissero amorevolmente sorrette da tante invisibili mani. Ammorbidite dal contatto caldo e lacrimoso, baciate, accarezzate dalle pie donne, le braccia si staccano finalmente dalla Croce. Ma la conclusione narrativa non arriva. La resurrezione è differita. A sorpresa, infatti, il l’artista sceglie di interrompere bruscamente il filo narrativo: di terga, a quattro zampe, si allontana. Il cambio repentino di ritmo e di dinamica si traduce in una progressiva (ma temporanea) liberazione del gesto, che poco dopo però ritorna a introflettersi, ripetendo con ridondanza lo schema iniziale di un corpo che lotta sfinito in smorfie deformanti, seppur con stilizzazioni più attente.

Né le luci né la musica, purtroppo, soccorrono il corpo, abbandonato ad illuminazioni identiche e volumi sonori invariati, che appiattiscono e smussano anche i picchi di drammaticità contenuti nella partitura fisica. Forse la scelta musicale del Requiem di Fauré -già di per sé così fortemente connotato di senso, tanto da orientare fin da subito l’immaginario verso direzioni cristologiche e sacre- rischia di saturare la libertà della visione, pregiudicando l’emergere dell’autentica intenzione dichiarata dall’artista: rappresentare il tema dell’identità multipla.

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Manuel Roque. Prove di resurrezione

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31 ottobre 2013, CSC Garage Nardini
Simon Ellis e Chisato Ono. Sharing di fine residenza

di Anna Trevisan

Chisato-Ohno-512x420Nasce aperto e nel silenzio, questo spettacolo. Nella pancia screpolata del Garage Nardini, e proprio per questo così autenticamente pittorico, con quelle sue macchie di intonaco nudo.
Lei entra nella luce diffusa, la attraversa con indosso una t-shirt, pantaloni della tuta e calzettoni di spugna.
Mani, anche, dita, bacino. Impercettibilmente inizia una danza quasi privata, compiendo una segmentazione armonica dei movimenti, un’esecuzione attenta di concentrazione ed espansione di gesti, come se giocasse con l’impulso di una scintilla appena accesa.
Il suo corpo non si muove, è mosso da una mano delicata e invisibile.
Un’energia circolare le scorre dentro gentile, dalla punta delle dita a quelle dei capelli, insufflandole piccoli movimenti che alimentano un intero discorso, scandito in lunghe pause sapienti di ossimori. Una calma regia organizza le scene in un ritmo alternato di pieni e di vuoti sonori e visuali: silenzio/musica, luce/buio.

Quest’intermittenza continua crea una narrazione. L’intensità della danzatrice racconta una storia. Così guardarla diventa ascoltarla, mentre traccia fugaci ritratti di donne. Per un lungo attimo quella sua oscillazione controllata dell’anca evoca le posture medievali della Madonna “hanchée”.

Dal silenzio sonoro esce la musica con ritmo binario in levare. I movimenti si fanno aperti, esplorativi. Il corpo si libera in arcate di braccia e gambe, si interrompe in spigoli e gomiti, in torsioni e avambracci angolati e angolari. Sospiri di spalle e gomiti acuti. Polsi slacciati.
Quindi arriva al centro: addominali, ombelico, dorsali, bacino si legano in un movimento continuo, disegnano una donna che, per potenza espressiva sembra uscita da un colorato e assolato quadro di Renoir, intenta a sporgersi e ritrarsi da un invisibile balcone.

Buio. Musica. Poi torna il silenzio. Si accende un punto luce appeso al soffitto.
“Yes”. Dice lei sotto la pioggia dorata della lampadina. Ma non è Danae. La sensualità scompare nel controluce appena acceso, e lei ritorna ombra, figura sottile e corpo neutro uscito dal teatro delle ombre di Bali. Il volto ci osserva e si sporge, come a cercare il nostro sguardo.
Poi il corpo ci incanta e inizia una flessuosità alata, catturato dal controluce. La donna diventa fenicottero, animale, ombra di uccello e poi di nuovo ragazza che danza, finalmente, a ritmo di invisibili gamelan.
La musica ritorna, incalzante. Nasce un’altra trasformazione terribilmente femminile nella ribellione del bacino.
Ritorna pieno buio in sala, riempito dalla musica. Si accende il riverbero azzurrino di una pila elettrica. Dal corpo escono suoni, prove di gemiti animali, tentativi di voce. La luce si spande, il corpo si sparpaglia in una corsa agitata di braccia che remano in aria. Il volto ansima ma il corpo respira.
Il controllo dello spazio avviene per  sottrazione. La coreografia di Simon Ellis (che è anche regista e filmaker) si innesta dentro al corpo delicato di Chisato Ono come una seconda pelle. La grazia di lei, ballerina di levigato talento, che ha lavorato con Ohad Naharin e con la Batsheva Dance Company, solleva la complessità della tecnica, e i suoi gesti passano con disinvoltura dal geometrico al fluido,  consegnandoci uno spettacolo pieno di misura, gentilezza, equilibrio.

Se queste sono solo prove, aspettiamo tutti il finale.

http://www.operaestate.it/evento/chisato-ohno-simon-ellis/

http://skellis.net/

http://www.danceworks.net/teachers/chisato-ohno/

Un incontro perfetto. Simon Ellis e Chisato Ono

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